Uno sguardo attraverso le crepe

da San Gia­co­mo a Collemaggio

Ci sono tan­ti modi per rac­con­ta­re la cit­tà de L’Aquila dopo la tra­ge­dia del ter­re­mo­to del 6 apri­le scor­so. Può esse­re effi­ca­ce ini­zia­re con uno sguar­do ai mani­fe­sti. Lun­go le stra­de aqui­la­ne sono anco­ra fre­quen­ti i pro­gram­mi del­la festi­vi­tà pasqua­li e gli avvi­si di chiu­su­ra dei nego­zi: “Chiu­so il 6 apri­le, si ria­pre il…?”. Alcu­ni eser­ci­zi com­mer­cia­li apro­no le pro­prie pub­bli­ci­tà con un inco­rag­gia­men­to: “Insie­me a voi, per rico­min­cia­re”. Un car­tel­lo affis­so su una vetri­na offre un como­do ser­vi­zio extra: “Par­ruc­chie­re con doc­cia”. Sim­bo­lo ricor­ren­te è un cuo­re rove­scia­to, iden­ti­fi­ca­ti­vo dell’azienda Sebach, che ha rifor­ni­to le ten­do­po­li di bagni chimici.

La costan­za del­le imma­gi­ni lascia pre­sto spa­zio alla varie­tà degli sta­ti d’animo del­la popo­la­zio­ne che, come dice un respon­sa­bi­le Cari­tas, “il ter­re­mo­to ce l’ha den­tro”, come se fos­se un oro­lo­gio biologico.

Una del­le zone meno col­pi­te dal sisma è la fra­zio­ne di San Gia­co­mo: mol­te case non han­no subi­to dan­ni ingen­ti e la Pro­te­zio­ne Civi­le ha alle­sti­to due ten­do­po­li, una del­le qua­li attrez­za­ta per la men­sa, l’assistenza sani­ta­ria e lo spa­zio gio­chi per i bam­bi­ni. È rile­van­te la pre­sen­za di anzia­ni, che ai volon­ta­ri chie­do­no prin­ci­pal­men­te com­pa­gnia ed ascol­to, accom­pa­gna­ti dai sem­pre ben accet­ti pac­chi di pasta. La Pro­te­zio­ne Civi­le è affian­ca­ta in que­sto ed altri com­pi­ti da volon­ta­ri del­le più diver­se pro­ve­nien­ze, dal­la Cari­tas a Rifon­da­zio­ne Comu­ni­sta a Scien­to­lo­gy. L’opinione gene­ra­le nei con­fron­ti dei volon­ta­ri è posi­ti­va, anche quan­do gli sfol­la­ti sfo­ga­no su di loro la pro­pria fru­stra­zio­ne, con bestem­mie che ven­go­no ascol­ta­te come fos­se­ro pre­ghie­re non canoniche.

Spo­stan­do­si nel­la loca­li­tà di Col­le­mag­gio ci si tro­va immer­si in ben altra atmo­sfe­ra: si trat­ta del­la zona del cen­tro sto­ri­co, che ha subi­to dan­ni rile­van­ti ed è in mag­gior par­te tran­sen­na­ta. Nono­stan­te le deli­mi­ta­zio­ni si può arri­va­re fino a piaz­za Duo­mo, meta di turi­smo maca­bro e di indi­vi­dui a cac­cia di tele­ca­me­re. La cosid­det­ta zona ros­sa, com­pren­den­te la pre­fet­tu­ra e la casa del­lo stu­den­te, è inve­ce inac­ces­si­bi­le sen­za l’autorizzazione dei militari.

Anche a Col­le­mag­gio c’è una ten­do­po­li, in una situa­zio­ne par­ti­co­lar­men­te infe­li­ce. E’ alle­sti­ta sul ciglio del­la stra­da, in cur­va, con le mac­chi­ne che ral­len­ta­no per get­ta­re sguar­di curio­si. Vige l’esplicito divie­to di fare foto­gra­fie e i cani che han­no per­so i padro­ni sot­to le mace­rie gira­no soli sot­to l’occhio dei volon­ta­ri. Non è pos­si­bi­le entra­re sen­za auto­riz­za­zio­ne e da fuo­ri si per­ce­pi­sce deso­la­zio­ne, come di fron­te ad un cam­po profughi.

Le dif­fe­ren­ti situa­zio­ni in cui ver­sa­no le loca­li­tà di San Gia­co­mo e Col­le­mag­gio evi­den­zia­no come non si pos­sa rac­con­ta­re l’Abruzzo pro­po­nen­do un’unica visio­ne dei pro­ble­mi, ma è inve­ce neces­sa­rio adot­ta­re uno sguar­do più sfac­cet­ta­to, evi­tan­do la gene­ri­ci­tà che a vol­te con­trad­di­stin­gue l’informazione sul tema.

Pren­dia­mo ad esem­pio la paro­la “case”, tan­to ricor­ren­te quan­to bana­liz­za­ta. Occor­re­reb­be fare sem­pre alcu­ni distin­guo: le case pos­so­no esse­re in mura­tu­ra (crol­la­te, rima­ste in pie­di o da rico­strui­re), in legno, le M.A.P. (Modu­li di Abi­ta­zio­ne Tem­po­ra­nea), alcu­ne del­le qua­li con­se­gna­te ad Onna il 15 set­tem­bre, e le cosid­det­te C.A.S.E. (Com­ples­si Anti­si­smi­ci Soste­ni­bi­li ed Eco­com­pa­ti­bi­li), par­te del pro­get­to gover­na­ti­vo che ne pre­ve­de la costru­zio­ne in dician­no­ve aree del­la regio­ne. Alcu­ni di que­sti com­ples­si sono sta­ti con­se­gna­ti il 29 set­tem­bre ed il 15 otto­bre e con­si­sto­no in abi­ta­zio­ni-pon­te tra le ten­de o M.A.P. e le case vere e proprie.

Sui M.A.P e i C.A.S.E fioc­ca­no le opi­nio­ni più dispa­ra­te. Tre comi­ta­ti cit­ta­di­ni han­no scrit­to una let­te­ra al Pre­si­den­te Napo­li­ta­no nel­la qua­le spie­ga­no che il pro­get­to C.A.S.E coste­rà il tri­plo rispet­to a ciò che sareb­be sta­to spe­so per costrui­re case di legno, che avreb­be­ro inve­ce evi­ta­to la disper­sio­ne del­le comu­ni­tà, una del­le mag­gio­ri pau­re del­la popo­la­zio­ne. D’altro can­to la ras­se­gna stam­pa del sito del­la Pro­te­zio­ne Civi­le evi­den­zia come mol­ti abruz­ze­si abbia­no accol­to con favo­re il pro­get­to, ed è evi­den­te il sol­lie­vo di chi già vi abi­ta. Fer­ma restan­do la dif­fi­col­tà di tro­va­re una solu­zio­ne che accon­ten­ti tut­ti, sareb­be­ro auspi­ca­bi­li mag­gio­ri rifles­sio­ni sui moti­vi di que­sta discor­dan­za di idee.

Le case rima­ste in pie­di sono clas­si­fi­ca­te come “A”, agi­bi­le, “B”, che neces­si­ta di lavo­ri, o “C”, che neces­si­ta di lavo­ri mag­gio­ri. Vi sono poi le case “E”, ina­gi­bi­le, ed “F”, irraggiungibile.

Una ragaz­za di nome Isa­bel­la rac­con­ta che dopo il sisma ha com­pra­to una rou­lot­te dove dor­mi­re per un po’, nono­stan­te viva in una casa di tipo “A”, per la pau­ra di tro­var­si nuo­va­men­te intrap­po­la­ta tra le mura dome­sti­che duran­te una scossa.

Una situa­zio­ne para­dos­sa­le è vis­su­ta dai pro­prie­ta­ri di case “B” e “C”, che ai pri­mi di otto­bre, sei mesi dopo il ter­re­mo­to, non vedo­no anco­ra avvia­ti i lavo­ri di ristrut­tu­ra­zio­ne del­le loro abi­ta­zio­ni, le cui con­di­zio­ni piut­to­sto sono in con­ti­nuo peg­gio­ra­men­to. Un volon­ta­rio del­la Pro­te­zio­ne Civi­le, Rober­to, ci fa però sape­re che le ristrut­tu­ra­zio­ni dovreb­be­ro ini­zia­re a giorni.

Ad aggra­va­re ulte­rior­men­te la situa­zio­ne è arri­va­to l’inverno, ma stan­do al Sot­to­se­gre­ta­rio Ber­to­la­so in pri­ma­ve­ra tut­ti dovreb­be­ro ave­re un tet­to sopra la testa. Fino ad allo­ra, e per il tem­po neces­sa­rio a tor­na­re alla nor­ma­li­tà, per gli Abruz­ze­si la paro­la che avrà più sen­so e che meglio li rispec­chia sarà il cosid­det­to slo­gan del­la rico­stru­zio­ne: “ter­re­mo­to­sto”.

Ali­ce Manti

(Arti­co­lo pub­bli­ca­to sul nume­ro di Vul­ca­no di Set­tem­bre 2009)

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