Da rileggere per la prima volta_ Delitto e castigo di Fedor Dostoevskij

I fil­tri di let­tu­ra dida­sca­li­ci e mora­li­sti­ci sono, for­se, i più inva­den­ti stra­ti di pol­ve­re che pos­sa­no mai depo­si­tar­si sui libri. Delit­to e casti­go ne è pie­no: un po’ come i qua­der­ni del­le scuo­le ele­men­ta­ri abban­do­na­ti in sof­fit­ta. L’i­dea di inol­trar­si nel­la sua let­tu­ra può dare la sen­sa­zio­ne di un ter­ri­bi­le eser­ci­zio di vec­chiu­me pedan­te­sco tale da indur­re, nel medio e comu­ne let­to­re, all’im­me­dia­ta remis­sio­ne del pro­po­si­to sen­za che poi ci si lasci inva­de­re più di tan­to da cruc­ci intellettuali. 

Ma le pre­com­pren­sio­ni, si sa, sono all’or­di­ne del gior­no in let­te­ra­tu­ra. E sono tan­to più fre­quen­ti quan­to più chi frain­ten­de ha let­to di meno le ope­re in que­stio­ne. E, infat­ti, inol­trar­si nel­la let­tu­ra di que­sto gran­de clas­si­co, apre un vasto ed ina­spet­ta­to mon­do.

Un gio­va­ne bril­lan­te ric­co di intel­li­gen­za ed ener­gie, Raskol­ni­kov, abban­do­na­ti gli stu­di vive, nel­la Pie­tro­bur­go otto­cen­te­sca, in uno sta­to di estre­ma indi­gen­za. Abi­ta “una stan­zuc­cia pro­prio sot­to il tet­to di un alto casa­men­to a cin­que pia­ni” che somi­glia a un arma­dio più che a un’abitazione. Intri­so di vel­lei­tà supe­ro­mi­sti­che, deci­de di ucci­de­re una disgu­sto­sa e avi­da stroz­zi­na e di deru­bar­la. Un delit­to, dun­que, dai moven­ti, non sol­tan­to mate­ria­li, ma mora­li­sti­ci e, soprat­tut­to, filo­so­fi­ci. Diver­si mesi di gesta­zio­ne – il cuo­re in pan­ne – il gio­va­ne entra nel­l’a­bi­ta­zio­ne del­la vec­chia e la ucci­de (insie­me alla mite sorel­la, soprag­giun­ta improv­vi­sa­men­te sul­la sce­na del delit­to) col dor­so di una scure.

Ma supe­ro­mi­smo volon­tà di poten­za nau­fra­ga­no nei rimor­si e nel­le pau­re del­l’ani­mo tor­men­ta­to di Raskol­ni­kov, mani­fe­stan­do­si nei deli­rî e nel­le feb­bri del gio­va­ne che, ormai iso­la­to, tro­ve­rà pace solo gra­zie alla dol­ce e remis­si­va Sonia Mar­me­la­do­va, una gio­va­ne e mala­ta pro­sti­tu­ta figlia di un fun­zio­na­rio debo­le e ubria­co­ne, che muo­re schiac­cia­to dal­le ruo­te di una carrozza.

La con­sa­pe­vo­lez­za del­la pro­pria irri­du­ci­bi­le uma­ni­tà e l’inanità del­l’uo­mo e del­le sue azio­ni sono resi ancor più tra­gi­ci dall’ambien­ta­zio­ne deso­la­ta, l’estrema pover­tà in cui vivo­no mol­ti dei per­so­nag­gi e dal­la vita col­ma di ango­sce che conducono.

Innu­me­re­vo­li sono i tipi uma­ni che abi­ta­no le paro­le di Dostoe­v­skij, sin­to­mo di un’enorme cono­scen­za del­l’uo­mo, espres­si­vi del­la poli­fo­nia di un roman­zo che navi­ga tra le pie­ghe del­l’a­ni­mo uma­no urtan­do le più minu­te pic­co­lez­ze e svi­sce­ran­do le mise­rie più ter­ri­bi­li. Un’opera che rie­sce ad assor­bi­re le idee del suo tem­po – Natu­ra­li­smo, Mes­sia­ni­smo, Uma­ni­ta­ri­smo e Nichi­li­smo– sen­za mai lasciar­si unge­re o intridere.

Una di quel­le let­tu­re, insom­ma, che pos­so­no anche trac­cia­re del­le svol­te nel­la vita.

Dani­lo Aprigliano

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