Intervista a Paolo Saporiti

PAOLO SAPORITI è un can­tau­to­re mila­ne­se pro­ve­nien­te dal mon­do sem­pre più pro­li­fi­co del­la “indie alter­na­ti­ve”. La musi­ca che pro­po­ne è di gran­de qua­li­tà, emo­zio­nan­te, sug­ge­sti­va, inti­mi­sta ma soprat­tut­to ori­gi­na­le! Un intrec­cio musi­ca­le in cui la ricer­ca e l’attenzione per i det­ta­gli si uni­sco­no alla pro­fon­di­tà dei testi. Arpeg­gi di chi­tar­re crea­no uno sfon­do su cui la splen­di­da voce di Pao­lo crea melo­die sot­ti­li, ma allo stes­so tem­po pro­fon­de e graf­fian­ti.
“ALONE”, il suo nuo­vo lavo­ro E’ PRODOTTO E ARRANGIATO DA TEHO TEARDO accla­ma­to com­po­si­to­re di colon­ne sono­re (Il Divo, La ragaz­za del lago) e recen­te vin­ci­to­re del David di Dona­tel­lo 2009 per “Il Divo”. Teho ha sapu­to arric­chi­re con i suoi arran­gia­men­ti il tes­su­to sono­ro di Pao­lo sen­za sna­tu­rar­ne l’anima. Nel disco Tear­do ha suo­na­to diver­si stru­men­ti tra cui pia­no rho­des, chi­tar­re, gloc­ken­spiel, bas­so ed elet­tro­ni­ca e diret­to l’orchestrazione di una quar­tet­to d’archi.

Lo abbia­mo incon­tra­to qui a Mila­no. Que­sto è un ampio estrat­to del­la lun­ga e inte­res­san­tis­si­ma chiac­chie­ra­ta che ci ha concesso.

Sta­vo pen­san­do a un film-docu­men­ta­rio su Neil Young (Year of the Hor­se, NdA) mi ha col­pi­to mol­tis­si­mo una cosa, Neil guar­dan­do in tele­ca­me­ra dice: per que­sto album sono puro, non sono mai sta­to così puro da trent’anni a que­sta par­te. Mi sei venu­to in men­te tu. Quan­to que­sta fra­se ti può riguar­da­re, diven­ta­re puro in quel­lo che fai, far­si nudo?

Direi che il 90% di quel­lo che fac­cio è quel­lo. Anche il modo di por­si sul palco…io cre­do che a un uomo ‘Uni­ver­sal’ inte­res­si il fat­to che io sor­ri­da e che mi pon­ga in un cer­to modo, tale da non crea­re con­tra­sto; io cre­do inve­ce fer­ma­men­te nell’esatto con­tra­rio. Sei in dif­fi­col­tà con i tuoi pro­ble­mi, sei in una situa­zio­ne ‘uma­na’, ti mani­fe­sti per l’uomo che sei, non ti mani­fe­sti per l’uomo che si sup­po­ne dovre­sti esse­re sul palcoscenico. 

Cer­co di rispet­ta­re al mas­si­mo que­sta cosa, anche diven­tan­do con­tro­pro­du­cen­te, pro­vi ten­sio­ne, fai vede­re la ten­sio­ne, non fai vede­re che sei per­fet­to e che gigio­neg­gi con il pub­bli­co; la guer­ra che voglio fare io è quel­la lì. Dire: va bene, ce la sta facen­do uno che evi­ta di assu­me­re postu­re, evi­ta di sfrut­ta­re quei cli­ché che alla fine rovi­na­no la musi­ca, nel sen­so che non arri­vi mai a qual­che cosa…e ciò crea dif­fi­col­tà, per­ché la gen­te è tal­men­te abi­tua­ta a uno che fa il sor­ri­si­no, è tal­men­te abi­tua­ta a uno che invi­ta all’applauso, è tal­men­te abi­tua­ta a uno che è per­fet­to nel­le sue caga­te, che que­sto non vie­ne rico­no­sciu­to e vie­ne anche pre­so qua­si come un problema…ah sei timido…ah non ti inte­res­sa il pub­bli­co, sei presuntuoso..ma che caz­zo c’entra? Sto pen­san­do ai miei pro­ble­mi e a risol­ve­re il mio ascol­to. Quel­lo che non capi­sco­no è che tu stai viven­do in quel momen­to lì. Que­sto il tea­tro lo inse­gna. E il suc­ces­so di una reci­ta­zio­ne buo­na vuol dire con­vi­ve­re con quel­le cose lì, quin­di viver­ti il momen­to per quel­lo che è.

In un’intervista ho let­to ‘La musi­ca a vol­te mi ha aiu­ta­to più del­le per­so­ne’. Mi sono mol­to rico­no­sciu­to e mi ha anche un po’ spaventato.

Bè, se ti dico Jeff Buc­kley… è una per­so­na che nel­la mia vita mi ha aiu­ta­to. Come mi han­no aiu­ta­to tan­tis­si­mi. Comun­que c’è un aspet­to del­la soli­tu­di­ne che fa par­te cre­do del per­cor­so dell’uomo e, nel­lo spe­ci­fi­co, di uno che vuo­le fare arte. E cre­do sia mol­to meglio con­fron­tar­ti con la soli­tu­di­ne che affron­tar la vita ‘nor­mal­men­te’, cioè pro­po­nen­do­ti ver­so l’esterno sem­pre sen­za tro­var dei pun­ti di rifles­sio­ne. La musi­ca, secon­do me, in que­sto con­tri­bui­sce, per­ché se tu appe­na appe­na la ami sai che con­di­vi­der­la è un mon­do tuo, soprat­tut­to que­sto gene­re ha biso­gno di un te rifles­si­vo. Ti costrui­sci il tuo mon­do e la musi­ca ti aiu­ta a soste­ner­lo. In più poi, sto­ri­ca­men­te, in alcu­ni momen­ti, la musi­ca mi ha dato una gran­dis­si­ma mano. L’idea di fami­glia che non ho per­ché i miei sono divor­zia­ti, auto­ma­ti­ca­men­te me la sono crea­ta con gli ami­ci musi­ci­sti, gli ami­ci scrittori…

Un ambien­te nuo­vo ti sei scelto….

Sì, ti crei una nic­chia. Infat­ti mia madre mi pren­de in giro per­ché da quan­do sono pic­co­lo, i miei movi­men­ti nel­lo spa­zio, anda­re al mare, anda­re in mon­ta­gna, anda­re di qua, anda­re di là, signi­fi­ca­no por­tar­mi die­tro i miei die­ci libri e i miei ven­ti dischi; e ovun­que arri­vo piaz­zo quel­la roba e la mia gior­na­ta è fat­ta. Cre­do sia la carat­te­ri­sti­ca di uno che ha den­tro que­sto tipo di cose. Hai biso­gno comun­que di quel­lo che ti sostie­ne e ti per­met­te di esse­re te stesso.

Che musi­ca ascol­ta­vi da ragazzino?

Sono venu­to su con Cro­sby, Stills e Nash, Neil Young, James Tay­lor, Coc­k­burn da mat­ti. Coc­k­burn è un ascol­to di mio zio, gli altri sono tan­tis­si­mo ascol­ti di mio padre che pra­ti­ca­men­te fin da pic­co­lo mi ha indi­riz­za­to. E poi lui ave­va quel­lo che poi fac­cio io, ascol­ta­va la musi­ca in cuf­fia; e anche quel­lo è uno “sche­ma di gio­co” abba­stan­za impor­tan­te, per­ché comun­que quel­lo mi per­met­te di per­de­re oltre­mo­do i rife­ri­men­ti del quo­ti­dia­no. Poi Joni Mit­chell, Tom Wai­ts anche quel­lo pri­ma manie­ra chi­tar­ra e voce, e poi pian pia­no da lì…uno spo­sta­men­to leggero.

Infat­ti, oggi cosa stai ascol­tan­do? Che cosa ti col­pi­sce di più?

Ho cer­ca­to di aprir­mi, sono cam­bia­to, nel sen­so che pri­ma ero pro­prio: Nick Dra­ke, Cockburn…ma dopo un po’ hai con­su­ma­to quel tipo di mon­do. Oggi lo ricer­co nei pochi che lo ripro­pon­go­no, ho ascol­ta­to parec­chio jazz, mi han­no col­pi­to i trom­bet­ti­sti, pro­ba­bil­men­te ave­vo biso­gno di una secon­da voce, di qual­che cosa mol­to simi­le al can­ta­to, quin­di Miles Davis. Mi pia­ce mol­tis­si­mo anche que­sto Clif­ford Bro­wn che ho sco­per­to lavo­ra tan­tis­si­mo con Max Roach, bat­te­ri­sta paz­ze­sco. Ho tro­va­to quel­le pic­co­le cose che il mon­do indie ti sa dare, cioè la ricer­ca del suo­no, la ricer­ca dell’essenza del­la musi­ca, mica tan­te note ma tut­ta roba cor­po­sa, ben pre­sen­te. Ho ascol­ta­to un po’ di clas­si­ca, Wag­ner, che devo dire non cono­sce­vo, e mi sono sem­bra­ti entu­sia­sman­ti i Die Prelude.

Ora vor­rei entra­re un po’ più nel­lo spe­ci­fi­co dell’album (‘Alo­ne’ 2010, Uni­ver­sal Clas­sics & Jazz). Con­ta tan­to la pre­sen­za o l’ assen­za di Dio nel­le can­zo­ni del tuo nuo­vo lavo­ro? Mi sem­bra che una spe­cie di dia­lo­go in que­sto sen­so ci sia. Qual­co­sa che riguar­da il supe­rio­re, l’Alto. Che per­va­de qual­sia­si cosa o si fa sen­ti­re la sua pre­sen­za-assen­za, e le con­se­guen­ze di entram­be le cose…

Io non so defi­nir­mi rispet­to a que­sto, è da poco che sto cer­can­do di tro­va­re le paro­le in ita­lia­no, det­te da altri o non. Sto leg­gen­do Kier­ke­gaard e Nie­tzsche, cioè sto cer­can­do di fare quel­lo che non ho fat­to da gio­va­ne e auto­ma­ti­ca­men­te riscon­tri il fat­to che tut­te quel­le cose che attra­ver­so le can­zo­ni ven­go­no fuo­ri nor­mal­men­te sono sta­te mes­se mol­to bene in paro­le e pen­sie­ri da altre per­so­ne. Non so dare un nome a quel­lo che pro­vo, nel sen­so che non so dir­ti se sono cre­den­te, ateo, ho una sen­sa­zio­ne mol­to for­te che però è lega­ta alla fede, al cre­de­re, non è lega­ta a un’entità. Io cre­do che sia quel­lo la cosa di cui l’uomo ha biso­gno o di cui è fat­to, non è tan­to la cosa in cui cre­di, ma è il fat­to di cre­de­re. Pun­to. Lo vuoi chia­ma­re sogno, lo vuoi chia­ma­re idea­le, lo vuoi chia­ma­re pas­sio­ne, l’importante è che un uomo si con­fron­ti con una cosa più gros­sa di lui, e poi a quel pun­to gli puoi dare il nome di Dio o quel­lo che vuoi, ma è quel­la cosa lì che secon­do me si sen­te nel­le mie can­zo­ni. Io cre­do tal­men­te tan­to nell’esserci, nell’esser pre­sen­te, e quel pre­sen­te lì secon­do me deri­va da qual­co­sa di superiore.

C’è una spe­cie di filo ros­so nel­la tua tema­ti­ca, nel­la tua pro­du­zio­ne? Sta­vo pen­san­do al tema del­la tra­sfor­ma­zio­ne, la volon­tà di lasciar­si anda­re ma con una spe­cie di nostal­gia per qual­co­sa che si è lascia­to, cioè la volon­tà di lasciar­si tra­sfor­ma­re dagli even­ti e guar­da­re però indie­tro in manie­ra un po’ spa­ven­ta­ta quel­lo che si è lascia­to, cioè una spe­cie di ‘in bilico’…

È la mia essen­za direi. La mia sto­ria bio­gra­fi­ca soprattutto.

Mi sono segna­to dei pas­si dall’album nuo­vo: “quan­do son tor­na­to con tut­to quel­lo in cui mi sono tra­sfor­ma­to” (da “Look into my eyes”), “Tene­te­mi così, pulito./ Con­ser­va­te­mi nel vuoto./ Tene­te­mi a lungo/ dove io stes­so non ho sapu­to sta­re” (da “I could die alo­ne”) e poi “Ricor­da me e tut­to quel­lo che ho per­so”. Quin­di io ho pen­sa­to che da una par­te c’è una volon­tà di fare par­te del­le cose, lasciar­si anda­re, lasciar­si scor­re­re da qual­che par­te, ma anche un trattenersi…

Io cre­do che fac­cia par­te del gode­re la vita nel­le sue dif­fi­col­tà, uno dei pun­ti noda­li è quan­do i miei han­no divor­zia­to. Sono figlio di divor­zia­ti, e quel­lo, per chiun­que ne abbia que­sta espe­rien­za, sa che è una cosa gros­sa, come la per­di­ta di un di un geni­to­re, che poi ho pro­va­to. Sono tut­ti pun­ti enor­mi del­la tua esi­sten­za, però pro­prio per­ché sono pun­to enor­mi sono pun­to di cre­sci­ta, di svol­ta, di tra­sfor­ma­zio­ne. Il suc­ces­so come uomo, secon­do me, è riu­sci­re a vive­re a pie­no tut­ti que­ste fasi. Sei sta­to costret­to ad abban­do­na­re un qual­che cosa, ma la tua capa­ci­tà è di riu­sci­re ad esse­re tal­men­te ela­sti­co e tal­men­te crea­ti­vo nel tuo modo di sta­re al mon­do, che quel­la è una per­di­ta, e nell’istante dopo c’è la costru­zio­ne di qual­co­sa. Quin­di io vivo di que­ste cose; ho cer­ca­to di impo­sta­re così la mia vita, attra­ver­so gli stu­di di psi­co­lo­gia e tut­te le for­me di tera­pia che ho spe­ri­men­ta­to, sem­pre in manie­ra auto­di­dat­ta, nel sen­so che sono pas­sa­to attra­ver­so tan­tis­si­me cose, sen­za mai per­der­mi in una com­ple­ta­men­te, cer­can­do di man­te­ne­re un per­cor­so che io mi ero più o meno pre­sta­bi­li­to, in modo tale da coglie­re da alcu­ni gli aspet­ti noda­li e poi gli altri lasciar­li pure agli altri.

Cam­bian­do argo­men­to: sì cam­bian­do for­se dav­ve­ro argo­men­to rispet­to a quel­lo che sta­va­mo dicen­do, tu hai scrit­to una can­zo­ne che si chia­ma ”We are the fuel”, per­ché? mi pia­ce, mi sono imma­gi­na­to una spe­cie di ambien­te e una spe­cie di orgo­glio, una spe­cie di ‘caz­zo, però noi stia­mo qui, ci siamo…e ne sia­mo orgo­glio­si’, me la sono imma­gi­na­ta così que­sta cosa.

Ed è pro­prio così: ”We are the fuel”, nel sen­so sia­mo la ben­zi­na per il mon­do, la mia idea in quel momen­to era quel­la, poi dico anche, quan­do ver­rà il ‘light­ning’, il momen­to dell’illuminazione, spe­ran­do in qual­che modo di poter con­tri­bui­re alla cau­sa. Sta­va fun­zio­nan­do mol­to bene il live come sen­sa­zio­ne inte­rio­re con Fran­ce­sca al vio­lon­cel­lo (NdA, Fran­ce­sca Ruf­fil­li, vio­lon­cel­li­sta che ha con­tri­bui­to alla rea­liz­za­zio­ne di “Just Let It hap­pen” e nell’attività live del 2008 e par­te del 2009), ave­vo com­pra­to il ban­jo da una set­ti­ma­na, e mi sono usci­te due can­zo­ni che repu­to mol­to bel­le e mol­to ric­che di quel­lo che era quel momen­to lì, quin­di ”We are the fuel” è quel­lo: sia­mo al con­cer­to, stia­mo suo­nan­do, bene, noi sia­mo la ben­zi­na, ma il pub­bli­co è la stes­sa cosa per noi, c’è vera­men­te la spe­ran­za che pos­sa esse­re la fiam­mel­la per qual­che cosa.

Nel­la tua pro­du­zio­ne è qual­co­sa che arric­chi­sce un po’ il panorama…

Fino a quel momen­to riman­go mol­to intro­spet­ti­vo, sen­za osa­re una cosa così.

Que­sta è una del­le pri­me can­zo­ni socia­li, ho det­to, che ho scrit­to. E io non sono socia­le; sono socia­le nel momen­to in cui cre­di sia impor­tan­te per l’individuo per arric­chi­re la socie­tà. Io ho sem­pre cre­du­to in questo.

Sì, for­se in que­sta can­zo­ne il refe­ren­te è un ‘noi’…

Sì, per­ché c’è l’idea di grup­po che si sta­va risvi­lup­pan­do, con Fran­ce­sca c’era un rap­por­to per cui era l’assemblaggio che sta­va fun­zio­nan­do par­ti­co­lar­men­te, ed era un po’ di tem­po che la cosa anda­va così, due anni, quin­di ini­zia­va ad ave­re il peso di un grup­po. Con tut­ti i musi­ci­sti cer­co un po’ di ave­re quell’atteggiamento, nei limi­ti del ‘Pao­lo Sapo­ri­ti can­tau­to­re’ cer­co di svi­lup­pa­re una pari­tà: anche sul pal­co lo vedi, non sono io davan­ti e il musi­ci­sta die­tro, cer­co di sta­re sul­lo stes­so fron­te, tan­to che il musi­ci­sta pren­de pie­no spa­zio nei momen­ti di solo, poi ho anche la for­tu­na di bec­ca­re que­sti musi­ci­sti che rie­sco­no ad esse­re soli­sti men­tre stan­no accom­pa­gnan­do me, non è gen­te che sta facen­do il ser­vi­ziet­to, la cosa bel­lis­si­ma è questa.

Mi ha col­pi­to quan­do ti ho visto a Osna­go, quan­to rispet­to ave­vi riguar­do a chi sta­vi ascol­tan­do, per il lavo­ro di un altro e una com­ples­si­tà che ci sta die­tro. Altre vol­te hai det­to “per me è un pia­ce­re apri­re un con­cer­to di…”, pur­trop­po non mi sem­bra una cosa scon­ta­ta, non si fa caso a que­sta cura…

Ma guar­da che que­sto è pro­prio il mon­do di que­sta cosa (ride), è fat­to da per­so­ne non abi­tua­te a rispet­ta­re né sé stes­se né gli altri, fa par­te del discor­so di pri­ma del con­cer­to. È rispet­to dire che sei su un pal­co­sce­ni­co e non fin­gi, è rispet­to per te stes­so e per gli altri. Io l’altro gior­no ho suo­na­to a Napo­li e ho visto gen­te che fa quell’errore lì: sic­co­me è sco­mo­do fare il can­tau­to­re tri­ste ed inti­mi­sta, allo­ra deve arri­va­re quel­lo che “aléé…adesso si bal­la”. Per­ché? La gen­te non è abi­tua­ta ad abi­tar­si, il tea­tro que­sto lo inse­gna tan­to. Ren­zo Casa­li, che è il mio inse­gnan­te di tea­tro del­la Comu­na Bai­res, la pri­ma cosa che inse­gna, a livel­lo tea­tra­le, ma secon­do me a livel­lo uma­no, è pro­prio attra­ver­so l’improvvisazione, entra­re in uno spa­zio con una richie­sta che tu hai rispet­to a quel­lo spa­zio e alla per­so­na che abi­ta quel­lo spa­zio, e ave­re comun­que rispet­to alla tua esi­gen­za di pic­co­lo uomo, di esse­re ascol­ta­to, di chie­de­re qual­che cosa, di non chie­der­lo, comun­que ave­re l’attenzione a 360° su quel­lo che incon­tri li den­tro, su quel­lo che è lo spa­zio e su quel­lo che è la per­so­na, quel­lo che pro­va lui; quin­di tu nono­stan­te abbia una cari­ca altis­si­ma per chie­de­re qual­che cosa, che sia atten­zio­ne o altro, pri­ma affron­ti dov’è quel­la per­so­na, poi fai la tua doman­da. Que­sta cosa qua è una roba che se faces­se­ro tea­tro in quei ter­mi­ni alle ele­men­ta­ri, alle medie, al liceo, secon­do me cam­bie­re­sti l’umanità, per­ché a quel pun­to c’è una for­ma di rispet­to in ogni cosa

Can­tau­to­re mila­ne­se, la mag­gior par­te dei con­cer­ti in Ita­lia tran­ne la paren­te­si in Irlanda,come mai l’inglese?

È un rifles­so fon­da­men­tal­men­te. Ascol­to musi­ca ame­ri­ca­na da quan­do ho due anni, se non pri­ma, for­se dal­la pan­cia, e non ho den­tro di me i suo­ni ita­lia­ni. “Gelo” (NdA la dodi­ce­si­ma e ulti­ma trac­cia di ‘ALONE’ e l’unica in ita­lia­no inci­sa fino­ra da Pao­lo) è un pez­zo in ita­lia­no, però è come se fos­se un ingle­se o un ame­ri­ca­no che can­ta in ita­lia­no, non hai una sen­sa­zio­ne di ita­lia­ni­tà vera e pro­pria, ma non è fasti­dio ver­so l’Italia. Il mio cor­po nasce da quel­la musi­ca là. Se io ades­so mi met­to a improv­vi­sa­re fac­cio dei suo­ni che sono ame­ri­ca­ni. Poi inve­ce capi­ta la situa­zio­ne in cui esce l’italiano stret­ta­men­te per­ché ho una cosa mol­to qua­dra­ta, mol­to diret­ta da dire, e allo­ra c’è quell’esigenza lì che pre­ve­de la com­pren­sio­ne istan­ta­nea da par­te di chi può ascol­ta­re, e allo­ra c’è l’italiano. Ma di base non voglio che uno capi­sca men­tre io sto can­tan­do. Men­tre io sto can­tan­do al con­cer­to non voglio che la gen­te capi­sca le paro­le che sto dicen­do in quel momen­to, pre­fe­ri­sco che, come è suc­ces­so l’altro gior­no, Dario Bal­lan­ti­ni che ha det­to ‘non ho biso­gno di capi­re quel­lo che dice lui, sono già den­tro a quel­le emo­zio­ni’. Per me que­sto è un suc­ces­so, cioè non è un pro­ble­ma che uno mi dica che non capi­sce l’inglese o per­ché lo pro­nun­cio male altri­men­ti, e fa par­te del discor­so di pri­ma, vuol dire non ave­re anco­ra capi­to che la vita è fat­ta di emo­zio­ni e di aver voglia di con­di­vi­de­re quel­le emo­zio­ni o no. La paro­la è impor­tan­tis­si­ma, però può esse­re un secon­do momen­to di rifles­sio­ne rispet­to a quel­la che può esse­re una per­for­man­ce live di un musicista.

Ti sei ricre­du­to sul­la tec­no­lo­gia ‘moder­na’, anni fa mi ricor­do che mi ave­vi accen­na­to quan­to eri restio nei suoi con­fron­ti
Ho sco­per­to il valo­re di inter­net e del­la faci­li­ta­zio­ne che ti crea per un pro­get­to: esse­re lui a Roma, io a Mila­no, gli man­do il bra­no, lui lo rice­ve la mat­ti­na, lo ascol­ta, regi­stra, me lo riman­da la sera e io glie­lo riman­do il gior­no dopo, e fare un disco così è una roba paz­ze­sca. Però sia­mo comun­que lega­ti a cer­te cose, e il disco è regi­stra­to su bobi­na.
Dove si può tro­va­re il tuo disco a Mila­no?
Ades­so Fel­tri­nel­li, Fnac, Busce­mi, insom­ma tut­ti i nego­zi, alme­no quel­li di musi­ca.
Gio­ve­dì 4 feb­bra­io 2010, Milano

www.pao­lo­sa­po­ri­ti.com/

www.myspace.com/pao­lo­sa­po­ri­ti

Ales­san­dro Manca

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