Visita al campo di Rho

Il cam­po di Rho è uno di que­gli esem­pi di inse­dia­men­ti noma­di che poco han­no a che vede­re con il con­cet­to di “ghet­to” descrit­to negli ulti­mi tem­pi dal­la cro­na­ca. Si pre­sen­ta come un’area cir­con­da­ta da zone agri­co­le e com­ples­si indu­stria­li sor­ti di recen­te che han­no, nel tem­po, sot­trat­to sem­pre più spa­zio all’a­rea abitativa.
La zona è pre­va­len­te­men­te ver­de e alter­na spa­zi cura­ti ad altri lascia­ti incol­ti. I com­ples­si abi­ta­ti­vi, tra rou­lot­te e con­tai­ner, sono rima­sti pochi e mol­te sono le aree lascia­te vuo­te in segui­to agli sgomberi.
Ini­zial­men­te gli attua­li abi­tan­ti era­no inse­dia­ti nei ter­re­ni agri­co­li cir­co­stan­ti, da loro acqui­sta­ti cir­ca quin­di­ci anni fa, dove però, in quan­to ter­re­ni col­ti­va­bi­li, non era legit­ti­ma la costru­zio­ne di alcun tipo di edificio.
Poi, tre anni, fa la giun­ta comu­na­le ha con­ces­so il per­mes­so per l’apertura del cam­po. Il pro­get­to ori­gi­na­rio pre­ve­de­va del­le bai­te, ma pre­val­se la più eco­no­mi­ca scel­ta dei container.
Da cir­ca un anno è in cor­so un gra­dua­le pro­ces­so di svuo­ta­men­to del cam­po attra­ver­so la revo­ca del per­mes­so di occu­pa­zio­ne del­la piaz­zo­la, spes­so in segui­to a moti­va­zio­ni pre­te­stuo­se e attra­ver­so meto­di inti­mi­da­to­ri. Al momen­to la popo­la­zio­ne è com­po­sta da cir­ca tren­ta­cin­que per­so­ne, tra cui quin­di­ci bam­bi­ni, tut­ti rego­lar­men­te iscrit­ti a scuola.

In tut­to si pos­so­no con­ta­re un paio di rou­lot­te e cir­ca cin­que pre­fab­bri­ca­ti dal­le por­te in lamie­ra. All’interno le abi­ta­zio­ni si pre­sen­ta­no in modo diver­si­fi­ca­to a secon­da del­le pos­si­bi­li­tà del­le fami­glie, un det­ta­glio comu­ne a tut­te però è l’an­go­li­no voti­vo, con foto del­la madon­na, can­de­le e fio­ri: una sor­ta di pic­co­lo alta­ri­no domestico.
Il richia­mo reli­gio­so, più misti­co-ritua­le che pro­pria­men­te cri­stia­no, ritor­na anche all’e­ster­no, con una pic­co­la cap­pel­la di for­ma pira­mi­da­le, edi­fi­ca­ta dagli abi­tan­ti del cam­po, di con­fes­sio­ne orto­dos­sa, per “ingra­ziar­si il cle­ro loca­le” e deco­ra­ta su tut­ta la super­fi­cie con imma­gi­ni sacre di san­ti e di papi.
L’at­ten­zio­ne per gli ogget­ti di deco­ra­zio­ne è pre­sen­te in tut­to il cam­po: in ogni abi­ta­zio­ne men­so­le e nic­chie ospi­ta­no nin­no­li di vario gene­re, di carat­te­re più o meno sacro. Qua­si un ogget­to di cul­to appa­re in par­ti­co­la­re il model­li­no di una vil­la, che tro­neg­gia appog­gia­to sul­l’ar­ma­dio in casa di Ange­li­na. Si trat­ta del­l’a­bi­ta­zio­ne che la sua fami­glia sta­va costruen­do a Bel­gra­do, una vil­la gran­de ed ela­bo­ra­ta dal­l’architet­tu­ra un po’ orien­ta­le, che suo mari­to ha volu­to ripro­dur­re in sca­la ed espor­re in bel­la vista.

Andrea inve­ce vive con i suoi sei fra­tel­li in un’a­bi­ta­zio­ne più mode­sta. Ha dodi­ci anni e fre­quen­ta la pri­ma media, non sa però se riu­sci­rà a ter­mi­na­re con rego­la­re fre­quen­za l’anno sco­la­sti­co per­ché il fur­gon­ci­no con cui i volon­ta­ri di Ope­ra Noma­di accom­pa­gna­va­no i bam­bi­ni a scuo­la è fer­mo per pro­ble­mi buro­cra­ti­ci di non immi­nen­te riso­lu­zio­ne. Alla doman­da se sarà o meno pro­mos­so que­st’an­no, rispon­de incer­to che non lo sa, che ha recu­pe­ra­to l’in­suf­fi­cien­za in fisi­ca ma non quel­la in mate­ma­ti­ca. Sul­le sue aspi­ra­zio­ni futu­re ha le idee più chia­re: vor­reb­be fare “quel­lo che cura i bam­bi­ni” o il cal­cia­to­re. Anche Andrea è vit­ti­ma del cli­ché ita­lia­no del mito del­la car­rie­ra cal­ci­sti­ca, men­tre par­la gio­ca a P.E.S e rac­con­ta del suo goal da cen­tro­cam­po e dei suoi alle­na­men­ti, cura­ti da una volon­ta­ria, ex cal­cia­tri­ce del Milan.

Giu­lia­na inve­ce fini­rà le medie que­st’an­no ed è una dei pochi ragaz­zi che ha inten­zio­ne di pro­se­gui­re negli stu­di: fre­quen­te­rà una scuo­la pro­fes­sio­na­le per par­ruc­chie­ri a Mila­no. E’ una ragaz­za estro­ver­sa, dal­l’a­spet­to mol­to cura­to, dimo­stra più dei suoi quat­tor­di­ci anni.
Nel tar­do pome­rig­gio l’at­mo­sfe­ra si viva­ciz­za improv­vi­sa­men­te per il ritor­no dei bam­bi­ni da scuo­la. E’ più tar­di del soli­to per­ché, con il pul­mi­no inu­ti­liz­za­bi­le, i ragaz­zi sono dovu­ti tor­na­re a pie­di. Una vol­ta a casa, con­fron­ta­no qua­der­ni e cal­li­gra­fie, fan­no a gara a chi scri­ve meglio e un paio di bam­bi­ni mostra­no orgo­glio­si la foto di clas­se; uno in par­ti­co­la­re, affa­sci­na­to dal­l’a­spet­to meta-foto­gra­fi­co, non vuo­le esse­re immor­ta­la­to sen­za. Dopo i pri­mi minu­ti, pas­sa­ti a discu­te­re del­la scuo­la e dei com­pa­gni, l’a­spet­to del gio­co puro ha il soprav­ven­to e i ragaz­zi si con­cen­tra­no sui loro sva­ghi abituali.
La gior­na­ta di scuo­la è con­clu­sa ma, con il pul­mi­no fer­mo, i gior­ni dal­la fine di mag­gio alla con­clu­sio­ne del­l’an­no sco­la­sti­co resta­no incer­ti. La fre­quen­za sarà spo­ra­di­ca e per lo più basa­ta su mez­zi di fortuna.
Lo stes­so obbli­go di sco­la­riz­za­zio­ne, san­ci­to a livel­lo nazio­na­le, nel caso dei ragaz­zi dei cam­pi noma­di è affi­da­to alla discre­zio­ne per­so­na­le e all’ar­te di arran­giar­si, all’i­ni­zia­ti­va indi­vi­dua­le e al lavo­ro dei volon­ta­ri. Da par­te del­le isti­tu­zio­ni, nono­stan­te l’ “emer­gen­za noma­di” dichia­ra­ta due anni fa, che pre­ve­de­va anche pro­po­ste riguar­do ai gio­va­ni e all’i­stru­zio­ne, sem­bra regna­re il com­ple­to disinteresse.

Lau­ra Car­li e Ire­ne Nava

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