Da riascoltare_NOT MOVING – “SONG OF MYSELF” (Wide, 1989)

Da un’enciclopedia dedi­ca­ta alla musi­ca rock: “l’ultimo album del grup­po esce nel 1989 e con­si­ste in un inte­res­san­te pro­get­to a soste­gno degli India­ni d’America”.
Il nome deri­va dall’omonimo bra­no dei DNA di Arto Lyn­sday pre­sen­te in una com­pi­la­tion ‘miti­ca’ del 1978, “No New York”, che stra­vol­se irre­vo­ca­bil­men­te l’ortodosso approc­cio alla musi­ca. Da allo­ra il rock virò ver­so un rumo­ri­smo che diven­ne arte (leg­gi Sonic Youth), anche se quel­la pro­po­sta fu accol­ta nega­ti­va­men­te sia dal pub­bli­co che dal­la cri­ti­ca.
Per tor­na­re al grup­po, biso­gna dire che sono ori­gi­na­ri di Pia­cen­za e sono sta­ti fra i più signi­fi­ca­ti­vi dell’underground ita­lia­no negli anni ’80. Pro­prio in que­sto decen­nio la sce­na rock ita­lia­na è tra le più vive, inte­res­san­ti e pro­po­si­ti­ve: Lit­fi­ba e Dia­fram­ma a Firen­ze, orien­ta­ti ver­so sono­ri­tà dark-new wave, Skian­tos e CCCP in Emi­lia, più orien­ta­ti ver­so sono­ri­tà grez­ze e ‘spor­che’. Pochi anni, que­sti, in cui l’Italia si è avvi­ci­na­ta al resto del mondo. 

“Stran­ge Dolls”, pub­bli­ca­to dall’etichetta Elec­tric Eye, è il loro debut­to nel 1982. Si trat­ta di un Ep con­te­nen­te 4 can­zo­ni.
La line-up dei pri­mi anni con­ta sul­la can­tan­te Lilith, il chi­tar­ri­sta Pao­lo Moli­na­ri, la tastie­ri­sta Maria Seve­ri­ne, il bas­si­sta Dany e il bat­te­ri­sta Tony Face (pro­ve­nien­te da una del­le pri­me band har­d­co­re ita­lia­ne: i Chel­sea Hotel).
Nel loro sound alter­na­ti­vo si ritro­va­no trac­ce di rock’n’roll, blues e gara­ge. Le loro influen­ze dichia­ra­te: Cramps , gli X , i Gun Club ma anche la psi­che­de­li­ca dei 60s (13 Floor Ele­va­tors e Seeds in par­ti­co­la­re), la surf music e il punk rock di stam­po new­yor­ke­se (Patti Smith, Dead Boys, New York Dolls e Stoo­ges, il grup­po di Iggy Pop).
Il loro pri­mo vero album è del 1986: “Sin­ner­men” (pub­bli­ca­to dal­la neo­na­ta label tosca­na Spit­tle Records ). Il grup­po dura anco­ra qual­che mese, per poi divi­der­si in due : dopo il tra­sfe­ri­men­to di un chi­tar­ri­sta in Dani­mar­ca, anche il bas­si­sta “Dany” abban­do­na per emi­gra­re in Ger­ma­nia.
Par­ti­co­lar­men­te meri­te­vo­le di atten­zio­ne è però il loro ulti­mo album, dal tito­lo “Song of Myself”, accre­di­ta­to a LANCE HENSON & FRIENDS.

Tra i nume­ro­si ospi­ti c’è Gio­van­ni Lin­do Fer­ret­ti (allo­ra can­tan­te dei CCCP), par­te dei Nega­zio­ne, Luca Re dei Sick Rose e soprat­tut­to il Cheyen­ne Lan­ce Hen­son, un Nati­vo ame­ri­ca­no, poe­ta tra i più rap­pre­sen­ta­ti­vi del­la let­te­ra­tu­ra ame­ri­ca­na con­tem­po­ra­nea, dal 1978 atti­va­men­te impe­gna­to nel­la lot­ta per i dirit­ti dei Cheyen­ne e del­le popo­la­zio­ni indi­ge­ne nel mon­do.
L’album è com­po­sto da nove trac­ce in lin­gua ingle­se, come del resto tut­ti i lavo­ri dei Not Moving: indi­zio di innu­me­re­vo­li ore di ascol­ti di musi­ca stra­nie­ra e di volon­tà di avvi­ci­nar­si a un cer­to stan­dard lin­gui­sti­co.
E’ un bel­lis­si­mo incro­cio di punk (vedi la can­zo­ne che por­ta il tito­lo del mini Lp), psi­che­de­lia (soprat­tut­to in ‘The Bal­lad of Sister Sna­ke’, con qual­che ricor­do di Sid Bar­rett), poe­sia reci­ta­ta e cantata. 

E’ com­pre­sa anche una cover mol­to sen­ti­ta di ‘Ohio’ di Neil Young. Si trat­ta di un poten­te bra­no rock diven­ta­to imme­dia­ta­men­te un clas­si­co, com­po­sto subi­to dopo i tra­gi­ci avve­ni­men­ti del 4 mag­gio 1970, data in cui quat­tro stu­den­ti ven­ne­ro ucci­si dal­la Guar­dia Nazio­na­le USA nel cam­pus del­la Kent Sta­te Uni­ver­si­ty, nel­lo Sta­to del­l’O­hio. La rivi­si­ta­zio­ne è intro­dot­ta dal­le urla di Fer­ret­ti e pre­ce­du­ta da una liri­ca di Lan­ce Hen­son, “Ano­ther Song of Ame­ri­ca”: dri­ving west on Ohio high­way 76/just past the Kent sta­te turnoff/a soft rain begins/God damm you america/what have you done to your children/the wind speaks their names/anyway you brea­the it. (Un altro can­to per l’A­me­ri­ca: Gui­dan­do ver­so ove­st sul­la sta­ta­le 76 in Ohio/appena supe­ra­to il rac­cor­do per la Kent state/inizia una leg­ge­ra pioggia/Dio ti male­di­ca america/cosa hai fat­to ai tuoi figli/il ven­to pro­nun­cia i loro nomi/in qua­lun­que modo tu respi­ri).
Anche l’introduzione del­le altre can­zo­ni con­te­nu­te nell’album con­si­ste nel­le liri­che del poe­ta, scan­di­te in tono paca­to e solenne. 

Par­ti­co­lar­men­te riu­sci­ta e coin­vol­gen­te è la trac­cia nume­ro 6: ‘They Will Fall’, inter­pre­ta­ta dal­la fem­mi­ni­li­tà tor­bi­da di Lilith, anti­ci­pa­ta dal river­be­ro di una chi­tar­ra elet­tri­ca e dall’espressivo suo­no di un vio­li­no. Il can­to che la pre­ce­de, “Peyo­te Song”, ci por­ta l’atmosfera paci­fi­ca di un mon­do e una cul­tu­ra lon­ta­ni.
L’album è per­mea­to da un sen­so di cora­li­tà in cui pare che nes­su­no voglia pre­do­mi­na­re, per lascia­re così spa­zio a uno spi­ri­to col­let­ti­vo auten­ti­co.
Stu­pi­sce posi­ti­va­men­te il fat­to che nel­la pro­vin­cia ita­lia­na, nel­la cul­la del­la musi­ca leg­ge­ra tra­di­zio­na­li­sta e con­ser­va­tri­ce, anco­ra più di vent’anni fa sia sta­to rea­liz­za­to un lavo­ro di tale por­ta­ta innovatrice. 

E’ d’ esem­pio anche il loro impe­gno: “da sem­pre ci è cara la cau­sa pel­le­ros­sa”, dichia­ra il grup­po. E infat­ti nel 1994, dopo nume­ro­si cam­bia­men­ti, i Not Moving si rifan­no vivi con l’album “Home­co­ming”, anco­ra una vol­ta vici­no alle istan­ze del­la cul­tu­ra nati­va ame­ri­ca­na. Una band da risco­pri­re e un disco da ria­scol­ta­re.
www.myspace.com/thenotmoving

Ales­san­dro Manca
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