Alla Scala Il lago dei cigni di Nureyev

Non occor­ro­no altre paro­le per spie­ga­re Il lago dei cigni, l’opera d’arte di Čaj­ko­v­skij che, nel­la ver­sio­ne di Nureyev, il 16 dicem­bre ha inau­gu­ra­to la sta­gio­ne bal­let­ti­sti­ca 2010/2011 del Tea­tro alla Sca­la, dopo cir­ca die­ci anni di assen­za dal pal­co­sce­ni­co mene­ghi­no. È il sor­ti­le­gio di un amo­re impos­si­bi­le, quel­lo fra il prin­ci­pe Sieg­fried, malin­co­ni­co pro­ta­go­ni­sta del bal­let­to, e Odet­te, la prin­ci­pes­sa tra­sfor­ma­ta in cigno dal mal­va­gio mago Roth­bart. Eppu­re, non è sol­tan­to il dram­ma di un amo­re incon­so­la­bi­le e pri­vo di ogni spe­ran­za a fare del Lago il bal­let­to par excel­len­ce, accan­to ad altri capo­la­vo­ri del gran­de reper­to­rio come Gisel­le e La Syl­phi­de. C’è di più, ovve­ro­sia la straor­di­na­ria imma­gi­ne, inde­le­bi­le nel­la memo­ria di ogni spet­ta­to­re, del­la splen­di­da e ari­sto­cra­ti­ca don­na-cigno in tutù bian­co, la qua­le, fra­gi­le e strug­gen­te, si aggrap­pa e nel con­tem­po si abban­do­na all’a­mo­re del suo prin­ci­pe, nel­la spe­ran­za che il giu­ra­men­to di quest’ultimo pos­sa donar­le la sal­vez­za dal­la cru­de­le male­di­zio­ne di cui è vit­ti­ma. Vana illu­sio­ne: sog­gio­ga­to dal cigno nero Odi­le, oscu­ra crea­tu­ra pla­sma­ta da Roth­bart e incre­di­bil­men­te somi­glian­te a Odet­te, Sieg­fried cre­de di scor­ger­vi il suo ama­to cigno bian­co e, reso cie­co dall’amore, chie­de in spo­sa pro­prio Odi­le. Il trion­fo di Roth­bart si com­pie: Sieg­fried sper­giu­ra e Odet­te non potrà esse­re sal­va­ta. L’incanto fia­be­sco del Lago, sum­ma del­la geo­me­tria orche­sti­ca, rapi­no­so e sua­si­vo come la sua musi­ca, si con­cen­tra pro­prio qui, cioè nel tema, così mera­vi­glio­sa­men­te sedu­cen­te, dell’amore di un mor­ta­le per una crea­tu­ra sopran­na­tu­ra­le, per un esse­re “diver­so”, sospe­so in un’incessante e costan­te­men­te incom­piu­ta meta­mor­fo­si, vera essen­za ter­si­co­rea del cigno.
Come si dice­va, in sce­na alla Sca­la non è la coreo­gra­fia ori­gi­na­ria di Marius Peti­pa e Lev Iva­nov, rap­pre­sen­ta­ta nel 1895 al Mariin­skij di San Pie­tro­bur­go, ben­sì quel­la di Nureyev, il qua­le, magni­fi­co coreo­gra­fo-rico­strut­to­re qual era, già nel 1964, inca­ri­ca­to dal­la Staa­tso­per di Vien­na, si pro­fu­se in una rilet­tu­ra tota­le del Lago, giun­gen­do vent’anni più tar­di alla sua ver­sio­ne defi­ni­ti­va per l’Opéra di Pari­gi, poi acqui­si­ta, nel­la sta­gio­ne 1989/1990, dal­la Sca­la e ad oggi nel reper­to­rio del­la sua com­pa­gnia.
Ora, oltre a cele­bra­re, accan­to a Nureyev, la genia­li­tà di Peti­pa nel cen­te­na­rio del­la sua mor­te (1910), il Lago sca­li­ge­ro 2010/2011 si segna­la anzi­tut­to per l’inconsueto affi­da­men­to del­la dire­zio­ne dell’orchestra alla bac­chet­ta di Daniel Baren­boim, nel con­tem­po impe­gna­to con l’opera inau­gu­ra­le Die Wal­kü­re di Wag­ner, e poi per la scin­til­lan­te pre­sen­za sul pal­co­sce­ni­co, qua­li dan­za­to­ri pro­ta­go­ni­sti del pri­mo cast, dei due gio­va­ni astri del Mariin­skij-Kirov di San Pie­tro­bur­go: il ven­tot­ten­ne L. Sara­fa­nov, inter­pre­te del prin­ci­pe Sieg­fried, e la ven­ti­cin­quen­ne étoi­le A. Somo­va, la qua­le si sdop­pia nel ruo­lo di Odette/Odile. Sara­fa­nov, nuo­vo Bariš­ni­kov e già accla­ma­tis­si­mo alla Sca­la, dimo­stra di ben cono­sce­re e domi­na­re con disin­vol­tu­ra, scru­po­lo­si­tà e raf­fi­na­tez­za lo sti­le di Nureyev, il qua­le, pro­prio per il ruo­lo del Prin­ci­pe, aggiun­se varia­zio­ni tec­ni­ca­men­te e inter­pre­ta­ti­va­men­te al som­mo del­la dif­fi­col­tà, amplian­do­ne la pro­fon­di­tà intro­spet­ti­va, la ten­sio­ne dram­ma­ti­ca e il con­te­nu­to espres­si­vo. Somo­va, ora lan­gui­da e strug­gen­te Odet­te, ora per­fi­da e maliar­da Odi­le, se non spo­de­sta nel­la memo­ria la gra­zia, l’accurata ele­gan­za e la stu­pe­fa­cen­te inten­si­tà dell’indimenticabile Mar­got Fon­teyn, sedu­ce con il sinuo­so movi­men­to del­le sue brac­cia sot­ti­li. Con la qua­li­tà tec­ni­ca ed espres­si­va del suo movi­men­to e con la puli­zia del­le sue linee, tut­ta di scuo­la pie­tro­bur­ghe­se, con­vin­ce, ele­van­do con sciol­ta natu­ra­lez­za la sua inte­rio­ri­tà a for­ma, sen­za però sca­de­re nel cie­co sfog­gio vir­tuo­si­sti­co. Simu­lan­do una mime­si dina­mi­ca, cro­ma­ti­ca e psi­co­lo­gi­ca, Somo­va pas­sa con agio dal regi­stro ele­gia­co dell’abbandono, del­lo strug­gi­men­to, del­la nostal­gia e del­la spe­ran­za di Odet­te, all’incantesimo ero­ti­co e all’indole coreo­gra­fi­ca­men­te dia­bo­li­ca, sen­sua­le, ner­vo­sa e aggres­si­va di Odi­le. Imper­so­na il ruo­lo bifron­te del pre­cet­to­re Wol­fgang e del mago Roth­bart, sim­bo­lo del male e del sof­fo­can­te auto­ri­ta­ri­smo che distrug­ge l’ideale dell’amore oltre la vita e il sogno dell’assoluto di Sieg­fried, novel­lo eroe roman­ti­co, il pri­mo bal­le­ri­no sca­li­ge­ro A. Sute­ra, il qua­le si con­fron­ta, con esi­to pre­ge­vo­le, con la par­te che Nureyev, negli anni del­la matu­ri­tà, rita­gliò per sé e su di sé.
Insom­ma, se la ver­sio­ne di Nureyev alla per­fe­zio­ne del­la com­po­si­zio­ne coreo­gra­fi­ca uni­sce un ango­scian­te sim­bo­li­smo psi­coa­na­li­ti­co, sof­fu­so di una con­ce­zio­ne spic­ca­ta­men­te roman­ti­ca, la genia­li­tà intrin­se­ca del Lago alber­ga nel suo espri­me­re una nuo­va bel­lez­za, non più otto­cen­te­sca, ben­sì già deca­den­te, “pre-impres­sio­ni­sta”: ben­ché anco­ra non rom­pa con l’accademismo, esso è un bal­let­to sul tur­ba­men­to dell’interiorità, sul flut­tuan­te sdop­pia­men­to che per­va­de l’esistenza.

Fabio Pao­lo Mari­no­ni Perelli

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