Intervista a Massimo Bernardini, giornalista e conduttore del programma di RAI3 Tv talk

Comin­cia­mo da una doman­da sem­pli­ce: come nasce la tele­vi­sio­ne ita­lia­na?
La tele­vi­sio­ne ita­lia­na nasce nel ’54, affi­da­ta alla Demo­cra­zia Cristiana.Fino alla fine degli anni ‘70 è sta­ta una tele­vi­sio­ne for­te­men­te peda­go­gi­ca, ma anche capa­ce di apri­re al meglio del Pae­se, ai gran­di intel­let­tua­li come Eco, Vat­ti­mo, Gugliel­mi, Furio Colom­bo. In segui­to si capi­sce che la gestio­ne illu­mi­na­ta del­la DC non può esse­re l’u­ni­ca garan­zia di plu­ra­li­smo, allo­ra — e sia­mo alla metà degli anni ‘70 — nasce la cosid­det­ta Rifor­ma, che coin­ci­de con la fine del­la dire­zio­ne Ber­na­bei. La RAI vie­ne tri­par­ti­ta: alla DC va il pri­mo cana­le, al mon­do lai­co-socia­li­sta il secon­do e ai comu­ni­sti la tv regio­na­le.
Poi, negli anni ’80, arri­va que­sto stra­no signo­re dal­l’e­di­li­zia che si chia­ma Sil­vio Ber­lu­sco­ni. E lui è l’u­ni­co che intui­sce una cosa fon­da­men­ta­le: per fare la for­tu­na del­la tv com­mer­cia­le non devi più deci­de­re qua­li spa­zi dare e come impie­gar­li, ma dare l’opportunità a for­ze pic­co­le, impren­di­to­ria­li di par­te­ci­pa­re al ban­chet­to televisivo.

Comu­ne­men­te si cre­de che l’ar­ri­vo di que­sta nuo­va tele­vi­sio­ne, cul­tu­ral­men­te peg­gio­re del­la pre­ce­den­te, abbia anche influi­to nega­ti­va­men­te sul­le per­so­ne, rim­be­cil­len­do­le…
C’è un modo mol­to bana­liz­zan­te di affron­ta­re il pro­ble­ma, ma se lo affron­tia­mo in ter­mi­ni antro­po­lo­gi­ci è mol­to serio. In una socie­tà come la nostra, dove le cosid­det­te agen­zie edu­ca­ti­ve — la Chie­sa, la scuo­la, la fami­glia, i par­ti­ti, il mon­do ope­ra­io — stan­no per­den­do la loro for­za for­ma­ti­va, la tele­vi­sio­ne ha assun­to un peso evi­den­te in ter­mi­ni di model­li antro­po­lo­gi­ci. Que­sto è un pro­ble­ma vero, per­ché gran par­te del­la popo­la­zio­ne ita­lia­na frui­sce in manie­ra pesan­te pro­prio del­la tele­vi­sio­ne, a disca­pi­to degli altri media.
La tele­vi­sio­ne com­mer­cia­le, per sua natu­ra, non si è mai assun­ta pro­ble­mi di tipo peda­go­gi­co o edu­ca­ti­vo, ma solo il com­pi­to di mas­si­miz­za­re gli uti­li. In que­sto Media­set è sta­ta uno dei più cla­mo­ro­si esem­pi euro­pei. Però, lad­do­ve c’è un cano­ne paga­to dal cit­ta­di­no, la RAI avreb­be dovu­to man­te­ne­re il pro­prio lavo­ro di ser­vi­zio pub­bli­co, ma con la cor­sa alla mas­si­miz­za­zio­ne degli ascol­ti si sta dimen­ti­can­do cosa voglia dire fare ser­vi­zio pub­bli­co.

Qua­le può esse­re la solu­zio­ne?
Sto diven­tan­do sem­pre più scet­ti­co a riguar­do. Se lei mi aves­se fat­to que­sta doman­da cin­que anni fa, le avrei rispo­sto: sì, biso­gna fare, costrui­re… Den­tro la RAI c’è anco­ra una bel­la fet­ta di per­so­ne che è cre­sciu­ta den­tro un gran­de pro­get­to cul­tu­ra­le, e ne ha memo­ria, ce l’ha nel suo dna, ma non è que­sta la RAI che ha figlia­to. E man mano chi ha costrui­to l’identità for­te del­la pri­ma RAI se ne andrà. Ormai c’è una clas­se diri­gen­te che in gran par­te non sa come si fa il ser­vi­zio pub­bli­co, que­sta è la veri­tà e que­sto la sta facen­do mori­re.

A pro­po­si­to di plu­ra­li­smo, anche la RAI oggi ha diver­si cana­li, oltre a quel­li isti­tu­zio­na­li. Chi fa tele­vi­sio­ne in que­sto momen­to, chi ne è il vero arte­fi­ce, chi sono quel­li che rego­la­no i palin­se­sti, scri­vo­no i pro­gram­mi, ecce­te­ra?
Ormai la nostra è una tele­vi­sio­ne che va per for­ti per­so­na­li­tà. Un esem­pio: Maria De Filip­pi. E’ il 50% di Cana­le 5, e lo è in quan­to De Filip­pi, gra­zie alla sua capa­ci­tà di fare ascol­ti, di fare cor­po con il Pae­se, di inter­pre­ta­re un cer­to tipo di clas­se gio­va­ne. Paral­le­la­men­te a una De Filippi, può cor­ri­spon­de­re Car­lo Con­ti. Para­dos­sal­men­te Con­ti, che sem­bre­reb­be appa­ren­te­men­te “una cosa pri­va di per­so­na­li­tà”, in real­tà dà un cifra for­te alla RAI in que­sto momen­to, che è ahi­mè una cifra di revi­val, di memo­ria, di ricor­do.

Non c’è quin­di un’i­dea pro­gram­ma­ti­ca.
No. Comin­ciò a spe­ri­men­tar­lo Ber­lu­sco­ni: diret­to­ri di rete, quin­di non gesto­ri di una linea edi­to­ria­le, ma uomi­ni di mar­ke­ting, che riu­sci­va­no a sod­di­sfa­re il tar­get di pub­bli­co. Que­sto model­lo si è tra­sfe­ri­to anche den­tro la RAI. Vi fac­cio un esem­pio mol­to signi­fi­ca­ti­vo. Den­tro la RAI si sta dif­fon­den­do sem­pre più l’i­dea di affi­da­re le reti ai gior­na­li­sti, che è un non sen­so: il gior­na­li­sta non sa di palin­se­sto, il gior­na­li­sta ha un altro tipo di for­ma­zio­ne. Eppu­re pen­sia­mo a Del Noce, Maz­za, Ruf­fi­ni, Di Bel­la. Le due reti prin­ci­pa­li ‑RAI 1 e RAI 3- sono diret­te ormai da alme­no quin­di­ci anni da gior­na­li­sti. Pri­ma il cur­sus per diven­ta­re diret­to­re di rete era diverso.

Pas­sia­mo a Tv Talk. Lei ha una reda­zio­ne gio­va­ne, sono tut­ti uni­ver­si­ta­ri, giu­sto? Cosa vede in que­sti ragaz­zi, nati con la tele­vi­sio­ne, rispet­to per esem­pio ai docen­ti pre­sen­ti in tra­smis­sio­ne? Nota una dif­fe­ren­za anche nel­l’in­ter­pre­ta­zio­ne del­le cose?
Eh sì, per­ché tut­ta la sto­ria di cui vi ho par­la­to pri­ma, i ragaz­zi di oggi non la cono­sco­no. Io sono nato tele­di­pen­den­te fin da bam­bi­no, ma tele­di­pen­den­te RAI, men­tre i ragaz­zi sono cre­sciu­ti den­tro le reti Media­set. Ma c’è anche un altro pro­ble­ma. Oggi noi stia­mo ido­la­tran­do, in ter­mi­ni di afflus­so, le Facol­tà di Scien­ze del­la Comu­ni­ca­zio­ne, che sono il vero boom degli ulti­mi quin­di­ci anni. Stia­mo sfor­nan­do, e lo stes­so vale per chi stu­dia gior­na­li­smo, ton­nel­la­te di lau­rea­ti che non sapre­mo come impiegare.

Secon­do lei la tele­vi­sio­ne è anco­ra un mez­zo rivo­lu­zio­na­rio, ha anco­ra la capa­ci­tà di cam­bia­re le cose che ave­va quan­do è nata? Oppu­re lo è sem­pre meno, rispet­to a inter­net, per esem­pio.
Io ho l’im­pres­sio­ne che sia desti­na­ta ad appan­nar­si un po’. Quel­lo che mi col­pi­sce è che si sta affer­man­do un model­lo di rito tele­vi­si­vo che non ha più al cen­tro l’ap­pun­ta­men­to tele­vi­si­vo. Tut­to si può segui­re in dif­fe­ri­ta sul sito RAI, al di là del gior­no di mes­sa in onda. E que­sto rivo­lu­zio­ne­rà i palin­se­sti. Secon­do me l’impero del­la tv gene­ra­li­sta fini­rà fra una deci­na d’anni, for­se meno. La pub­bli­ci­tà andrà da altre par­ti, come già sta suc­ce­den­do: sta scen­den­do visto­sa­men­te dai gior­na­li, poi scen­de­rà dal­la tele­vi­sio­ne gene­ra­li­sta, e quest’ultima si ridur­rà di peso ed entre­rà in un mez­zo come inter­net, spez­zet­ta­ta e spar­sa. Però c’è anco­ra una cosa da risol­ve­re: il model­lo di busi­ness. Fino­ra den­tro la tv gene­ra­li­sta era chia­ro come si pote­va svi­lup­pa­re il rap­por­to fra pub­bli­ci­tà e cano­ne, come si pote­va rien­tra­re nei costi. Con inter­net il model­lo è anco­ra acer­bo. Tut­ti stan­no cor­ren­do ver­so la tv a paga­men­to, han­no capi­to che il vero busi­ness su cui lavo­ra­re, ades­so che la pub­bli­ci­tà è in cri­si, è un pro­dot­to su misu­ra per lo spet­ta­to­re che è dispo­sto a paga­re. E sarà sem­pre più così.
Come sarà la tele­vi­sio­ne del futu­ro?
Come sarà fran­ca­men­te non lo so. Io vedo che il futu­ro è un gran casi­no, sopra­tut­to se non si risol­vo­no i model­li di busi­ness, cioè la red­di­ti­vi­tà vera, il lavo­ro. Per ades­so tut­to quel­lo che noi vedia­mo è pro­dot­to da un model­lo di busi­ness pre­ce­den­te ‑o pub­bli­ci­tà o cano­ne-. Ci si basa anco­ra sui pro­dot­ti gene­ra­li­sti, anche se maga­ri ven­go­no guar­da­ti su You­Tu­be e non solo attra­ver­so la cano­ni­ca mes­sa in onda. Vedia­mo Un medi­co in fami­glia, Chec­co Zalo­ne, Susan Boy­le, quei pez­zi di tele­vi­sio­ne gene­ra­li­sta che sono paga­ti anco­ra da un vec­chio model­lo di busi­ness. Ma se que­sto vie­ne meno? Qual­cu­no Zalo­ne lo deve paga­re, qual­cu­no deve paga­re i came­ra­man, lo sce­na­rio, il tea­tro. Stes­sa cosa sta per suc­ce­de con la musi­ca: chi li paga i dischi alla fine? Sca­ri­chia­mo tut­ti gra­tui­ta­men­te – mera­vi­glio­so — ma alla fine, quan­do si devo­no tirar fuo­ri quel­le miglia­ia di euro per anda­re in sala di inci­sio­ne, chi li cac­cia que­sti soldi?

L’i­dea che biso­gna paga­re per ave­re que­ste cose oggi è qua­si un insul­to, ma non può dura­re all’in­fi­ni­to, per­ché altri­men­ti fini­ran­no i musi­ci­sti. Il musi­ci­sta deve man­gia­re. Qui si trat­ta di capi­re chi inven­te­rà nuo­vi model­li. Insom­ma sarà un nuo­vo mon­do, vedre­mo che mon­do sarà.

Giu­sep­pe Argen­tie­ri e Giu­dit­ta Grechi

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