Tre libri per il 2011

Cesa­re Segre, Die­ci pro­ve di fan­ta­sia, Einau­di, 2010
“Sta a voi sce­glie­re tra que­sti fram­men­ti di sto­ria pri­vi di con­nes­sio­ne, e un vicen­da (dicia­mo pure leg­gen­da) che ha la sua logi­ca e la sua bel­lez­za.” L’opera let­te­ra­ria è que­sto: una scel­ta. Si sce­glie di approc­ciar­si a un testo, o un insie­me di testi, in un cer­to modo, e di far­li entra­re nel patri­mo­nio comu­ne: que­sto cor­pus è però sem­pre arric­chi­bi­le di nuo­ve ope­re o anche di varia­zio­ni del­la stes­sa fabu­la, o nucleo nar­ra­ti­vo. E que­sto in fon­do il lavo­ro che si pro­po­ne Segre, dopo una vita dedi­ca­ta alla filo­lo­gia e alla cri­ti­ca let­te­ra­ria: met­te­re in paro­le quel pro­ce­di­men­to di ri-uso fino ad ora solo ana­liz­za­to, cimen­tar­si nel cam­po del­la nar­ra­zio­ne rima­nen­do lega­to ai testi ogget­to dei suoi stu­di. Ecco allo­ra una diver­sa e sor­pren­den­te ver­sio­ne del­la sto­ria di Rolan­do, qui cava­lie­re vio­len­to e gra­das­so, o la rispo­sta di Char­les Bova­ry allo scrit­to­re che lo ha reso sim­bo­lo dell’inettitudine del­lo scioc­co medi­co di cam­pa­gna, o anco­ra le con­fes­sio­ni degli stra­ta­gem­mi mes­si in atto da Isot­ta per cela­re al mari­to Mar­co la sua rela­zio­ne con un Tri­sta­no impru­den­te e beffardo.

For­se l’aspetto più inte­res­san­te di que­ste pro­ve, non poi così fan­ta­sio­se in veri­tà, è quel­lo meta­let­te­ra­rio: il riu­so dei testi non è sem­pli­ce come cre­dia­mo, e anche se con l’avvento del­la stam­pa ci sia­mo abi­tua­ti a con­si­de­ra­re l’opera un fat­to con­clu­so, non sus­si­sten­do le tan­te ver­sio­ni pas­sa­te di boc­ca in boc­ca tra­mi­te i vari giul­la­ri, can­to­ri, poe­ti di cor­te, in real­tà il testo è poli­va­len­te e in con­ti­nua meta­mor­fo­si e rige­ne­ra­zio­ne: diven­ta­to para­dig­ma, le pos­si­bi­li­tà di let­tu­ra e di riscrit­tu­ra sono sem­pre aper­te. Pen­sia­mo alla vicen­da di Rolan­do-Orlan­do, tan­te vol­te inter­pre­ta­ta già nell’antichità, a par­ti­re dal­le ori­gi­ni ora­li fino alla gran­de poe­sia epi­ca di Boiar­do e Ariosto.

Tra even­ti solo pos­si­bi­li, come l’ultima not­te di Pave­se, o diver­se rap­pre­sen­ta­zio­ni di per­so­nag­gi ormai dive­nu­ti qua­si di car­ne e san­gue nell’ imma­gi­na­rio col­let­ti­vo, o impro­ba­bi­li inter­vi­ste con Giu­lio Cesa­re che con­fron­ta i mec­ca­ni­smi di pote­re dei suoi tem­pi con quel­li di oggi, l’autore a vol­te si lascia pren­de­re dal tono eru­di­to del­lo stu­dio­so, ecce­den­do for­se in nozio­ni e det­ta­gli un po’ sco­la­sti­ci, ma si risol­le­va con l’ironia del­la voce fuo­ri cam­po o del pun­to di vista.

L’intervista imma­gi­na­ria a Marie le Jars de Gour­nay, figlia adot­ti­va di Mon­tai­gne, è una sor­ta di mise en aby­me: come l’autore ha inse­ri­to del suo in sto­rie da lui ama­te, così la don­na è sospet­ta di aver varia­to gli Essais del padre nel curar­ne l’edizione. Qua­si che, quan­do si ama trop­po un testo, non si pos­sa fare a meno di cam­biar­lo per rileg­ger­lo sem­pre nuovo.

Cesa­re Segre, Die­ci pro­ve di fan­ta­sia, Einau­di 2010, p. 104, euro 12,00.

Ire­ne Nava

Pino Cacuc­ci, In ogni caso nes­sun rimor­so, Fel­tri­nel­li Un foro di pro­iet­ti­le all’altezza del pol­mo­ne sini­stro, il vol­to com­ple­ta­men­te tume­fat­to. Ha le spal­le pic­co­le Bon­not, e guar­dan­do la foto­gra­fia del suo cada­ve­re, a tor­so nudo, diste­so su una tavo­la di legno, sem­bra qua­si un ragaz­zo. Il gior­no del­la sua mor­te era pre­sen­te un inte­ro eser­ci­to. Repar­ti del­la gen­dar­me­ria, cara­bi­nie­ri, vigi­li del fuo­co, cit­ta­di­ni arma­ti­si volon­ta­ria­men­te per l’occasione, curio­si, cro­ni­sti loca­li e nazio­na­li. C’era per­fi­no una mac­chi­na da pre­sa, agli esor­di nel mon­do del­la cro­na­ca nera. Il gior­no del­la sua mor­te, Jules Bon­not era l’uomo più famo­so di Fran­cia. Un anar­chi­co, un assas­si­no, un cri­mi­na­le, uno di quel­li che dal­la sto­ria sono sta­ti tra­di­ti, e che han­no cer­ca­to per tut­ta la vita la pro­pria vendetta.

Con In ogni caso nes­sun rimor­so, Pino Cacuc­ci ci rac­con­ta la sto­ria di Bon­not, di come, da figlio di un pove­ro ope­ra­io orfa­no di madre, agli ini­zi del XX seco­lo sia diven­ta­to a sua vol­ta ope­ra­io, poi sol­da­to, padre e aman­te tra­di­to, cri­mi­na­le, abi­lis­si­mo mec­ca­ni­co, auti­sta di Sir Arthur Conan Doy­le, di nuo­vo aman­te, e infi­ne capo del­la fami­ge­ra­ta Ban­da Bon­not, la pri­ma a usa­re l’automobile nel­le rapi­ne a mano arma­ta. Quel­la che ci fa cono­sce­re Cacuc­ci è l’altra fac­cia del­la Bel­le Epo­que, quel­la fat­ta di mise­ria, vio­len­za, oppres­sio­ne. È la sto­ria con la esse minu­sco­la, quel­la dei vin­ti, che si cer­ca di nascon­de­re e dimen­ti­ca­re in fret­ta. Die­tro gli sfog­gi di moder­ni­smo e lus­so dei salot­ti alto­bor­ghe­si e ari­sto­cra­ti­ci e del­le cor­ti euro­pee, si cela­no la vio­len­za e la cor­ru­zio­ne del­lo Sta­to, lo squal­lo­re del­le peri­fe­rie cit­ta­di­ne, la man­can­za del­le liber­tà oggi più ovvie. Qual­che rifles­so del pano­ra­ma dipin­to da Cacuc­ci giun­ge però fino ai nostri gior­ni: il lavo­ro che ucci­de, la repres­sio­ne di piaz­za, le liber­tà per­so­na­li in cri­si, l’incapacità del­le Isti­tu­zio­ni di vol­ge­re lo sguar­do in dire­zio­ne del pro­gres­so. E la distan­za tra il nostro tem­po e quel­lo del rac­con­to si fa anco­ra più sot­ti­le, qua­si scom­pa­re gra­zie alla nar­ra­zio­ne visce­ra­le dell’autore. Gli odo­ri e i rumo­ri si fan­no pal­pa­bi­li, la vivi­dez­za del­la rap­pre­sen­ta­zio­ne è pie­na. Il let­to­re segue dall’interno i pen­sie­ri e lo sta­to d’animo dei pro­ta­go­ni­sti, ne è par­te­ci­pe. Ma quan­do vor­reb­be con­di­zio­nar­ne il com­por­ta­men­to, i per­so­nag­gi gli sfug­go­no di mano e seguo­no la pro­pria stra­da. In ogni caso nes­sun rimor­so è una sto­ria, sono mol­te pic­co­le sto­rie, che si vor­reb­be­ro poter cam­bia­re, ma che sono già sta­te cru­del­men­te scrit­te e archi­via­te dal tem­po. Fel­li­ni dice­va che Cacuc­ci “è un arti­gia­no, un costrut­to­re di tra­me, di atmo­sfe­re e di per­so­nag­gi”. E que­sto libro ne è uno splen­di­do esempio.

Pino Cacuc­ci, In ogni caso nes­sun rimor­so, Fel­tri­nel­li, Mila­no 2001 (pri­ma edi­zio­ne: Lon­ga­ne­si, Mila­no 1994), p. 308, euro 8, 50.

Giu­dit­ta Gre­chi

Car­lo D’Amicis, La Bat­tu­ta Per­fet­ta, Mini­mum Fax, 2010

Pro­ta­go­ni­sta di que­sto roman­zo è la fami­glia Spinato.

Il padre, Filip­po, uomo sem­pli­ce ed one­sto, mae­stro ele­men­ta­re, osser­va la tele­vi­sio­ne, que­sta nuo­va inven­zio­ne, e intui­sce fin da subi­to che por­te­rà il popo­lo all’ignoranza più completa.

Il figlio, Canio, l’esatto oppo­sto, elet­to­re di For­za Ita­lia, il cui uni­co sco­po è pia­ce­re a tut­ti, rino­mi­na­to Sil­vio II in ono­re del Sil­vio che ado­ra tan­to, si ribel­la all’ideologia del padre per scap­pa­re a Mila­no, diven­tan­do ven­di­to­re di pub­bli­ci­tà e addi­rit­tu­ra con­si­glie­re del­lo stes­so Berlusconi.

Attra­ver­so que­sto con­flit­to gene­ra­zio­na­le si rive­la la tra­ge­dia del­la rivo­lu­zio­ne Ita­lia­na che, dopo esser­si nasco­sta per anni die­tro il per­be­ni­smo bor­ghe­se, è pas­sa­ta all’apoteosi del­la superficialità.

D’Amicis denun­cia così un popo­lo che si iden­ti­fi­ca nel mon­do super­fi­cia­le e fit­ti­zio del­lo spet­ta­co­lo, coman­da­to da pub­bli­ci­ta­ri, e La bat­tu­ta per­fet­ta par­la pro­prio di que­sto, del nostro Pae­se, e del decli­no che si è meritato.

Car­lo D’Amicis, La Bat­tu­ta Per­fet­ta, Mini­mum Fax, 2010, p.363, euro 15,00.

Fran­ce­sca Di Vaio

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