Viaggio a Bratislava: una città nuova

Alla voce “Bra­ti­sla­va” di Wiki­pe­dia si può tro­va­re un pro­fi­lo fin trop­po roseo del­la capi­ta­le Slo­vac­ca: un cen­tro sto­ri­co pie­no di castel­li, palaz­zi, musei e luo­ghi di cul­to. Le uni­ver­si­tà? Tan­te e rino­ma­te, come il con­ser­va­to­rio che pre­pa­ra otti­mi musi­ci­sti. Per non par­la­re dell’elenco degli stu­den­ti e del­le scuoled’obbligo e supe­rio­ri. Dati alla mano que­ste noti­zie sono vere, eppu­re non esi­ste solo que­sta Bra­ti­sla­va. Per capir­lo biso­gna guar­dar­si intor­no nel­le stra­de di peri­fe­ria per­cor­se per rag­giun­ge­re le bel­lez­ze del cen­tro sto­ri­co. L’impatto è diver­so. Dall’autobus ses­san­tu­no, che col­le­ga l’aeroporto alla cit­tà, l’idea imma­gi­na­ria di Bra­ti­sla­va si modi­fi­ca. Non ci sono palaz­zi signo­ri­li, ma case cupe in sti­le comu­ni­sta. Le uni­ver­si­tà sono scuo­le pie­ne di graf­fi­ti e lascia­te anda­re, dove è pos­si­bi­le vede­re un paio di stu­den­ti fuma­re annoiati.

La cit­tà non è mol­to gran­de ma per rag­giun­ge­re l’albergo è neces­sa­rio pren­de­re un altro tram. La metro è solo un pro­get­to anco­ra da rea­liz­za­re. Sen­za una gui­da adat­ta, si fini­sce col gira­re tra i riven­di­to­ri per tro­va­re qual­cu­no che par­li ingle­se: i bigliet­ti van­no ad ora­rio e sen­za indi­ca­zio­ni, tro­va­re quel­lo giu­sto è impos­si­bi­le! Avvi­ci­nan­do­mi ver­so il cen­tro l’ambiente non cam­bia mol­to, ma la per­cen­tua­le del­le case “sane” rispet­to a quel­le dall’aspetto peri­co­lan­te aumen­ta. Per for­tu­na l’albergo ha una fac­cia­ta tran­quil­liz­zan­te ed alla recep­tion una ragaz­za acco­glie i visi­ta­to­ri gen­til­men­te. Par­la inglese.

La stra­da per il cen­tro è fami­lia­re. Mc Donald, nego­zi di abbi­glia­men­to famo­si ovun­que, gli imman­ca­bi­li risto­ran­ti cine­si e i ven­di­to­ri di kebab. Entran­do nel cen­tro si pas­sa sot­to alla por­ta di San Miche­le, ulti­ma testi­mo­nian­za del­le mura anti­che, per esse­re accol­ti da una via pie­na di bar, tavo­li­ni e ten­do­ni. Ecco il cuo­re di Bra­ti­sla­va, Sta­ré Mesto, il quar­tie­re sto­ri­co. Si respi­ra un’aria di nuo­vo men­tre intor­no si pro­fi­la­no i palaz­zi del cen­tro sto­ri­co river­ni­cia­ti e ristrut­tu­ra­ti, for­se trop­po lumi­no­si per tra­smet­te­re l’autorevolezza dell’antico. Le sta­tue di metal­lo scu­ro con­fe­ri­sco­no un aspet­to stra­va­gan­te al pae­sag­gio, men­tre gli sguar­di sono tut­ti rapi­ti dal­la figu­ra metal­li­ca di un uomo che sbu­ca dal tom­bi­no. Sor­ri­de tenen­do la testa sul­le brac­cia incro­cia­te, come se fos­se nor­ma­le pen­zo­la­re da un buco nel­la stra­da. Davan­ti al neo­clas­si­co Tea­tro Nazio­na­le si esten­de una via pie­na di scul­tu­re moder­ne e una scac­chie­ra gigan­te di improv­vi­sa­re par­ti­te con pedi­ne viventi.

Alla fine del per­cor­so il cele­bre pon­te UFO. Il nome si rife­ri­sce in real­tà al risto­ran­te posto sopra al pon­te, a for­ma di disco, che domi­na il fiu­me e il cen­tro. Lì, la visua­le del­la cit­tà, per chi gra­di­sce, si può gode­re anche dal bagno, dove una scrit­ta in ingle­se chie­de: “Ti pia­ce il pano­ra­ma?”. Il Danu­bio scor­re al di sot­to tor­bi­do e gial­lo. Nell’attraversarlo le per­so­ne tre­ma­no leg­ger­men­te: la par­ti­co­la­ri­tà è la sua strut­tu­ra vibran­te, dan­do una sen­sa­zio­ne di pre­ca­rie­tà, assie­me al traf­fi­co che scor­re sopra al pas­sag­gio pedo­na­le. Un altro edi­fi­cio che domi­na la cit­tà è il castel­lo. Visi­bi­le da ogni par­te del cen­tro, appa­re oggi come un edi­fi­cio in sti­le austria­co, rico­strui­to dopo la secon­da guer­ra mon­dia­le. Come tan­ti altri edi­fi­ci, è anco­ra in restau­ro. In tut­ta Bra­ti­sla­va i monu­men­ti rico­strui­ti sono tan­ti. Alcu­ni di essi, per­si fra le stra­di­ne del cen­tro, lascia­no vede­re più sti­li stra­ti­fi­ca­ti­si nel tem­po, amal­ga­ma­ti da restau­ri recenti.

In que­ste vie dove nuo­vo e anti­co si incon­tra­no non sem­pre armo­nio­sa­men­te, si tro­va l’anima del­la cit­tà. E’ visi­bi­le solo di not­te, quan­do il cen­tro si riem­pie di gen­te. Pub, bar esclu­si­vi e risto­ran­ti rac­col­go­no turi­sti e slo­vac­chi. Edi­fi­ci dal­le fac­cia­te poco soli­de e spor­che apro­no i loca­li dall’arredamento anti­co e affol­la­ti, dove il cibo costa poco e offre diver­se buo­ne spe­cia­li­tà. Car­ne, pan­cet­ta affu­mi­ca­ta, pata­te e bir­ra arti­gia­na­le si mesco­la­no al fumo e alle fac­ce scu­re dei came­rie­ri. Ordi­na­re non è sem­pre faci­le: l’inglese è cono­sciu­to da pochi elet­ti. Si chie­de a gesti ricam­bia­ti da manie­re roz­ze e poca cor­dia­li­tà. In un loca­le invi­ta­no un grup­po di ragaz­zi stra­nie­ri ad acco­mo­dar­si fuo­ri, per­ché den­tro sareb­be­ro fon­te di distur­bo. Per stra­da gli abi­tan­ti si distin­guo­no subi­to dai grup­pi di turi­sti. I ragaz­zi fan­no bran­co accu­mu­na­ti da un fisi­co robu­sto e la testa imman­ca­bil­men­te rasa­ta, men­tre le ragaz­ze truc­ca­te e vesti­te da sera lan­cia­no sguar­di pro­vo­can­ti ai turi­sti, strap­pan­do apprez­za­men­ti e com­men­ti a uomi­ni e don­ne. Un modo per scap­pa­re da que­sta cit­tà o solo dal­la mise­ria. Sem­bra un posto chiu­so e poco dispo­ni­bi­le ad accet­ta­re l’altro, come se non aves­se altri mez­zi per pro­teg­ger­si dal recen­te flus­so di immi­gra­ti e turi­sti che la coin­vol­ge. Al tem­po stes­so bene­fi­cio e condanna.

Andrea Fasa­ni
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