DA RIVEDERE PER LA PRIMA VOLTA: Sindrome Cinese di James Bridges, 1979

Il dram­ma nuclea­re giap­po­ne­se ripor­ta agli ono­ri del­la cro­na­ca una for­mu­la tec­ni­ca che ave­va­mo dimen­ti­ca­to: la “sin­dro­me cine­se”, ovve­ro lo spro­fon­da­men­to all’interno del­la cro­sta ter­re­stre del nucleo fuso di un reat­to­re nuclea­re sino all’altro capo del pia­ne­ta. Tale ipo­te­ti­co incidente(smentito poi da quan­to acca­du­to nei veri inci­den­ti nuclea­ri) è da inten­der­si come “cine­se” in quan­to la Cina si tro­va agli anti­po­di degli USA, dove il ter­mi­ne è sta­to coniato.
Il film, diret­to da James Brid­ge, ha un cast dav­ve­ro d’eccezione: Jane Fon­da indos­sa i pan­ni di un’avvenente gior­na­li­sta tele­vi­si­va di suc­ces­so (Kim­ber­ly Wells), un irri­co­no­sci­bi­le Michael Dou­glas inter­pre­ta il per­so­nag­gio di un came­ra­man ani­ma­to da riven­di­ca­zio­ni poli­ti­co-ambien­ta­li­ste (così epi­ste­mo­lo­gi­ca­men­te lon­ta­no dal mana­ger dell’alta finan­za di Wall Street Gor­don Gek­ko che cono­sce­re­mo nel­la pel­li­co­la di Oli­ver Sto­ne appe­na otto anni dopo) e la vec­chia glo­ria hol­ly­woo­dia­na Jack Lem­mon come diret­to­re del­la sala con­trol­lo nel­la cen­tra­le nuclea­re di Ven­ta­na, in Cali­for­nia (David di Dona­tel­lo 1980 come miglior atto­re stra­nie­ro per que­sta interpretazione).
Il film, tipi­co esem­pio di cine­ma­to­gra­fia impe­gna­ta e “di pro­te­sta” anni ’70, diven­ta imme­dia­ta­men­te un suc­ces­so per la con­co­mi­tan­za dell’incidente nuclea­re alla cen­tra­le di Three Miles Island, avve­nu­to appe­na dodi­ci gior­ni dopo l’uscita del film nei bot­te­ghi­ni. La tra­ma è sem­pli­ce: duran­te un ser­vi­zio tele­vi­si­vo sull’energia nuclea­re in Cali­for­nia, Kim­ber­ly Wells insie­me alla sua trou­pe rie­sce a fil­ma­re di nasco­sto l’interno del­la sala con­trol­lo di una cen­tra­le nuclea­re pro­prio nel momen­to in cui si veri­fi­ca un pro­ble­ma mol­to serio al reat­to­re, che vie­ne sal­va­to da un disa­stro imma­ne gra­zie alla fred­dez­za del diret­to­re tec­ni­co Jack Godell (Lem­mon). In segui­to, l’emittente tele­vi­si­va di Kim­ber­ly si rifiu­ta di tra­smet­te­re que­ste imma­gi­ni per non susci­ta­re pani­co nel­la popo­la­zio­ne, men­tre Godell sco­pre, attra­ver­so accu­ra­te inda­gi­ni, dei gra­vis­si­mi pro­ble­mi strut­tu­ra­li all’impianto di raf­fred­da­men­to del reat­to­re, occul­ta­ti dal­la dit­ta appal­ta­tri­ce con la com­pia­cen­za dei ver­ti­ci del­la cen­tra­le. Spin­to dal­la pau­ra di una cata­stro­fe, si impa­dro­ni­sce del­la sala con­trol­lo e chia­ma la trou­pe di Kim­ber­ly per spie­ga­re ai cit­ta­di­ni igna­ri il rischio che stan­no correndo.
Que­sta tipo­lo­gia cine­ma­to­gra­fi­ca, un filo­ne che pun­ta a sug­gel­la­re il con­nu­bio tra intrat­te­ni­men­to e pro­te­sta, si rive­la tutt’ora attua­le: la cen­tra­le nuclea­re imma­gi­na­ria rap­pre­sen­ta­ta nel film pre­sen­ta mol­ti dei pro­ble­mi rea­li veri­fi­ca­ti­si nel cor­so degli anni: dal­la fusio­ne del noc­cio­lo (Three Miles Island nel 1979), al rischio di con­ta­mi­na­zio­ne su lar­ga sca­la (Cher­no­byl nel 1986) sino al bloc­co degli impian­ti di raf­fred­da­men­to che in que­ste ore sta crean­do ango­scia al Giap­po­ne e a tut­to il mon­do. La deri­va thril­ler del fina­le del film, che qui non sve­le­re­mo, aggiun­ge una nota di godi­bi­li­tà a una tra­ma cer­ta­men­te ben scrit­ta e sceneggiata. 
Ange­lo Turco
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