L’Aquila, estate 2010 — primavera 2011

Il 28 luglio scor­so Paga­ni­ca, ormai nota loca­li­tà de L’Aquila, si è riem­pi­ta di bam­bi­ni, accor­si per la Gior­na­ta del­lo Sport. Le varie atti­vi­tà si svol­go­no in un par­co e in una pic­co­la piaz­za cir­con­da­ta da recin­zio­ni e mace­rie. La col­lo­ca­zio­ne lascia quan­to­me­no per­ples­si, e for­se non sono la sola a pen­sar­lo, tant’è che nel pome­rig­gio un cam­po da pal­la­vo­lo vie­ne spo­sta­to più lon­ta­no. I ser­vi­zi per i bam­bi­ni sono mol­te­pli­ci: a Cop­pi­to, per esem­pio, c’è a dispo­si­zio­ne il Par­co Mura­ta Gigot­ti, dove i bam­bi­ni pos­so­no gio­ca­re con l’assistenza e la gui­da di alcu­ni volon­ta­ri. In un ango­lo del par­co qual­cu­no ha dimen­ti­ca­to legni sec­chi e lana di vetro in bal­le. Qual­cun altro inve­ce con­tri­bui­sce a bada­re alle “pic­co­le aqui­le”, come Fabio­la, quin­di­ci anni, di Cop­pi­to, che ci rac­con­ta di volon­ta­ri che “nell’emergenza han­no dato la vita, mes­so tut­ti loro stes­si”, e mostra un po’ di insof­fe­ren­za ver­so alcu­ni aqui­la­ni che inve­ce “al tem­po del ter­re­mo­to si lamen­ta­va­no pur aven­do quat­tro pri­mi, tre secon­di, dol­ce e frutta…non è nor­ma­le, per­ché io dico: ti stan­no dan­do l’anima, e tu ti lamen­ti. Nes­su­no ha la bac­chet­ta magi­ca”. Diver­so atteg­gia­men­to è riscon­tra­bi­le in mol­te del­le per­so­ne che rac­con­ta­no la loro vita dopo il ter­re­mo­to. Peter Civi­sca, bari­sta di Paga­ni­ca, lavo­ra in un con­tai­ner di quin­di­ci metri qua­dra­ti, di fian­co ad un edi­fi­cio clas­se E che un tem­po era il suo bar-risto­ran­te. Come ha fat­to a ripar­ti­re con l’attività? “Io ho rice­vu­to, per ora, 800? al mese ad apri­le, mag­gio e giu­gno 2009. Ho fat­to doman­da per ave­re risar­ci­men­ti di mer­ci e per il fat­tu­ra­to degli anni pas­sa­ti, ma fino­ra non ne ho avuti.”

E la rico­stru­zio­ne? Un giro per Pet­ti­no, zona L’Aquila Ove­st, con­sen­te di nota­re diver­si con­tai­ner, che ospi­ta­no ban­che, uffi­ci posta­li e mol­te scuo­le. L’ospedale è sta­to in par­te ristrut­tu­ra­to, ed han­no ria­per­to alcu­ni nego­zi di un cen­tro com­mer­cia­le. Alla sede Cari­tas la mam­ma di due bam­bi­ni, venu­ta ad infor­mar­si per un posto di lavo­ro, rac­con­ta di esser rien­tra­ta nel­la sua casa più di un anno dopo il ter­re­mo­to, per­ché i lavo­ri di ristrut­tu­ra­zio­ne non pro­ce­de­va­no. Nel frat­tem­po, è sta­ta con la fami­glia in un alber­go. È spon­ta­neo chie­der­si nuo­va­men­te, come un anno fa, se gli aqui­la­ni ter­ran­no tosto. Cer­ta­men­te: non si può ‑o meglio, non si deve- fare altrimenti.

(Il 7 novem­bre 2010 Peter ci ha aggior­na­to sul­la sua situa­zio­ne: “Per me non e’ cam­bia­to nul­la, e sono sem­pre in atte­sa di quel­le doman­de che ho fat­to al comu­ne, le qua­li, se andran­no a buon fine, rim­bor­se­ran­no solo in per­cen­tua­le il fat­tu­ra­to del­l’an­no pre­ce­den­te il sisma.”, ndr)

Ali­ce Manti

 


Oggi, 6 apri­le, ricor­re il secon­do anni­ver­sa­rio del ter­re­mo­to. Di segui­to una testi­mo­nian­za diret­ta del­la situa­zio­ne attua­le da par­te di un ragaz­zo aquilano.

“A oggi, la situa­zio­ne qui a L’Aquila e din­tor­ni è in con­ti­nuo dive­ni­re. L’intervento del­la Pro­te­zio­ne Civi­le ha dato l’opportunità di tro­va­re una siste­ma­zio­ne digni­to­sa per tut­ti nel momen­to dell’emergenza. Abbia­mo però anco­ra oltre 2000 per­so­ne allog­gia­te in hotel, di cui cir­ca la metà sul­le nostre coste. Di per sé il dato dice che il pro­ble­ma abi­ta­ti­vo è risol­to, ciò che i nume­ri non espri­mo­no è l’aspetto uma­no di que­sta situazione.

Colo­ro che anco­ra allog­gia­no in hotel sono, per lo più, per­so­ne anzia­ne e sole, strap­pa­te allo sti­le di vita sem­pli­ce e di socia­li­tà alla qua­le era­no lega­ti. Mol­ti di loro infat­ti non si era­no mai allon­ta­na­ti dal­le nostre mon­ta­gne, e tro­var­si da un gior­no all’altro costret­ti a sta­re lon­ta­no dal­la pro­pria casa ‑frut­to dei sacri­fi­ci di una vita‑, dal pro­prio pae­se, dal­la pro­pria cit­tà e dai pro­pri vici­ni è un’enorme sofferenza.

Per for­tu­na ci sono anche mol­te cose che fun­zio­na­no. Gran par­te degli edi­fi­ci clas­si­fi­ca­ti B o C (ovve­ro edi­fi­ci par­zial­men­te ina­gi­bi­li con dan­ni non strut­tu­ra­li), per esem­pio, sono sta­ti ripa­ra­ti e, qua­si come a voler esor­ciz­za­re l’accaduto, gli into­na­ci sono diven­ta­ti tut­ti colo­ra­ti: le nostre zone resi­den­zia­li sono acce­se da case ver­di, ros­se, gial­le, blu, come fos­se­ro un sim­bo­lo di rinascita.

Ma i nostri cen­tri sto­ri­ci sono anco­ra ben lon­ta­ni dall’essere rico­strui­ti. Ave­va­mo una cit­tà e dei bor­ghi cir­co­stanti dav­ve­ro bel­lis­si­mi e ora abbia­mo per­du­to tut­to. Sen­za i nostri vico­li, i nostri palaz­zi sto­ri­ci, le nostre fon­ta­ne, sem­bria­mo dav­ve­ro un popo­lo sen­za iden­ti­tà, ci sen­tia­mo diso­rien­ta­ti. Pro­va­te a imma­gi­na­re Roma sen­za i Fori Impe­ria­li, Mila­no sen­za Duo­mo, Tori­no sen­za Mole Anto­nel­lia­na, e potrei pro­se­gui­re per­ché la carat­te­ri­sti­ca di noi Ita­lia­ni è pro­prio quel­la di sen­tir­ci gui­da­ti e direi qua­si ras­si­cu­ra­ti dai rife­ri­men­ti che ren­do­no la pro­pria cit­tà uni­ca e par­te di se stessi”.

Danie­le, 28 anni, cit­ta­di­no aquilano

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