Città di carta — A Lowell, cioè a casa

La cit­tà e la metro­po­li, Jack Kerouac, 1950

La cit­tà è Gal­lo­way. Il fiu­me Mer­ri­mac, lar­go e pla­ci­do, scor­re giù dal­le col­li­ne del New Hamp­shi­re, ver­so Gal­la­way, per incre­spar­si alla casca­ta dove si spez­zet­ta in schiu­ma con­tro la roc­cia, poi scor­re spu­meg­gian­do sopra alcu­ni anti­chi pie­tro­ni ver­so un posto che lo vede improv­vi­sa­men­te gira­re in un gran­de e paci­fi­co baci­no. Ora il fiu­me con­ti­nua a scor­re­re, fian­cheg­gian­do la cit­ta­di­na ver­so posti cono­sciu­ti come Law­ren­ce e Havrhill, attra­ver­so una bosco­sa val­la­ta, e avan­ti fin ver­so il mare a Plum Island, dove il fiu­me fini­sce per per­der­si in un’in­fi­ni­tà di acque. Da qual­che par­te mol­to al nord di Gal­lo­way, vici­no al Cana­da, c’è il cor­so supe­rio­re del fiu­me con­ti­nua­men­te nutri­to e riem­pi­to da ine­sau­ri­bi­li fon­ti di inspie­ga­bi­li origini”.

Comin­cia così il pri­mo lavo­ro pub­bli­ca­to da Jack Kerouac (che qui si fir­ma John). Era il 1950. Fu scrit­to secon­do la tec­ni­ca di Tho­mas Wol­fe e con uno sti­le meno cru­del­men­te auto­bio­gra­fi­co rispet­to alle sue ope­re futu­re. Una len­te foca­le liri­ca impa­sta gran par­te di que­ste pagi­ne. Il roman­zo, come dice il tito­lo, è incen­tra­to su due sedi: New York e Gal­lo­way, ovve­ro Lowell, una pic­co­la cit­tà indu­stria­le del Mas­sa­chu­setts. Il per­so­nag­gio prin­ci­pa­le, Peter Mar­tin (uno degli alter ego dell’autore) vie­ne da quest’ultima, e dovrà anda­re a New York per fre­quen­ta­re il col­le­ge. Seguia­mo allo­ra il suo sguar­do sul­la cit­tà lascian­do­gli la paro­la: “Se di not­te qual­cu­no va su tra i boschi che cir­con­da­no Gal­lo­way, e si fer­ma su una col­li­na, può vede­re tut­to ciò in un immen­so pano­ra­ma: il fiu­me con il len­to cor­so ad arco, gli opi­fi­ci con le lun­ghe file di fine­stre incan­de­scen­ti, e le cimi­nie­re del­le fab­bri­che che s’innalzano tan­to quan­to le guglie del­la chie­sa. Ma lui sa che que­sta non è la vera Gal­lo­way. Qual­co­sa nell’invisibile sug­ge­sti­vo pae­sag­gio che cir­con­da la cit­ta­di­na, qual­co­sa nel­le stel­le bril­lan­ti che annui­sco­no vici­no al ver­san­te del­la col­li­na dove il cimi­te­ro ripo­sa, qual­co­sa nel sof­fi­ce fru­scia­re del­le foglie sopra i cam­pi e i muri di pie­tra rac­con­ta una sto­ria dif­fe­ren­te.

Quan­do i Mar­tin di Gal­lo­way arri­va­no nel­la gran­de metro­po­li, Kerouac met­te in boc­ca alla madre del pro­ta­go­ni­sta que­ste rifles­sio­ni: «San­to Cie­lo», indi­can­do gli alti grat­ta­cie­li giù a Broo­klin, «que­gli edi­fi­ci un gior­no cadran­no. Un bel ter­re­mo­to e cadrà tut­to»”. La cit­tà sem­bra sull’orlo di una cata­stro­fe. Il sen­ti­men­to di calo­re che accom­pa­gna­va le rifles­sio­ni del gio­va­ne Peter sem­bra ora scom­par­so, avan­za un sen­ti­re lugu­bre e cupo: “Al di là di que­sto mare di tet­tuc­ci di mac­chi­ne che luc­ci­ca­va­no al sole sor­ge­va un gran­de lugu­bre edi­fi­cio in mat­to­ni ros­si, che sem­bra­va abban­do­na­to, con cen­ti­na­ia di scu­re fine­stre pol­ve­ro­se, ed ede­ra arric­cia­ta di un pal­li­do ver­de sbia­di­to. Una vasta par­te del muro ros­so, sen­za fine­stre, dispie­ga­va una pub­bli­ci­tà, che mostra­va un uomo con la testa fra le mani in segno di dispe­ra­zio­ne. Una scrit­ta indi­stin­ta vici­no a lui, mac­chia­ta e insu­di­cia­ta dal tem­po e dal­la fulig­gi­ne, pro­cla­ma­va indi­spen­sa­bi­le una cer­ta medi­ci­na ”.

Per New York quin­di non è più vali­do:l’intero vasto mon­do dei gran­di spa­zi, fat­to di cie­li, albe­ri, boschi, cam­pi e del fiu­me era­no là pron­ti ad esse­re usa­ti” che si può leg­ge­re per quan­to riguar­da il pae­se nata­le, descrit­to inve­ce con que­ste paro­le: Fuo­ri, sul pen­dio, il sole rosa s’intromette di sbie­co attra­ver­so foglie di olmi, una fre­sca brez­za sof­fia attra­ver­so la sof­fi­ce erba, i ciot­to­li luc­ci­ca­no nel­la luce mat­ti­na­le; c’è odo­re di ter­ra gras­sa e erba ed è una gio­ia sape­re che la vita è vita e che la mor­te è la mor­te”.

Cre­scen­do, Kerouac ha com­po­sto tut­ti i suoi capo­la­vo­ri sui temi che già qui affio­ra­no, e in par­ti­co­la­re uno: una cer­ta alie­na­zio­ne data dal­la ricer­ca del­la sua vera casa.

 

Per alcu­ni aspet­ti que­sto libro mostra una sen­si­bi­li­tà con­ser­va­tri­ce o for­se pro­vin­cia­le: la con­vin­zio­ne che i veri valo­ri sia­no solo nel­le pic­co­le cit­tà. Il tut­to è vena­to da uno sti­le sen­ti­men­ta­le, spes­so com­mo­ven­te, ma efficace.

Secon­do Geor­ge Costan­ti­ni­des, un ami­co di Kerouac, Lowell «era una cit­tà indu­stria­le repres­sa, se si vole­va diven­ta­re arti­sti o scrit­to­ri, l’unico modo era andar­se­ne. Era noio­sa, dal­la men­ta­li­tà ristret­ta, fili­stea, sen­za scam­bi tra le varie etnie e inten­sa­men­te reli­gio­sa». Lowell-Gal­lo­way era la cit­tà da rifiu­ta­re, eppu­re Jack ci rima­se sem­pre emo­ti­va­men­te lega­to. Nel 1963 dis­se: «Fac­cio un sogno ricor­ren­te nel qua­le cam­mi­no sem­pli­ce­men­te per le stra­de deser­te di Lowell al cre­pu­sco­lo, nel­la neb­bia, ansio­so di gira­re ogni ango­lo, cono­sciu­to o inven­ta­to. Un sogno mol­to spet­tra­le e osses­si­vo, ma quan­do mi sve­glio sono sem­pre felice».

Ales­san­dro Manca

 

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