Da riascoltare per la prima volta — La pianta del tè

Tito­lo: La pian­ta del tè

Auto­re: Iva­no Fossati

Anno: 1988

Un gran­de musi­ci­sta sco­pre alla fine degli anni Ottan­ta che la pro­pria voce aspra può reg­ge­re melo­die sug­ge­sti­ve e straor­di­na­ria­men­te evo­ca­ti­ve. È così che Iva­no Fos­sa­ti ci pren­de per mano per un viag­gio soa­ve, al rit­mo andi­no dei flau­ti, accom­pa­gnan­do­ci ver­so spun­ti etni­ci e fasci­ni not­tur­ni con una leg­ge­rez­za inat­te­sa. È un viag­gio musi­ca­le suda­me­ri­ca­no in cui l’ermetismo dei testi del can­tau­to­re ligu­re non ci sco­rag­gia, per­ché le paro­le sci­vo­la­no sul­la melo­dia sen­za attri­ti come nel­la can­zo­ne che dà tito­lo all’album, La pian­ta del tè, in cui ci sen­tia­mo abban­do­na­ti in uno sce­na­rio alie­no e per­dia­mo ogni cer­tez­za: “come cam­bia le cose / la luce del­la luna / come cam­bia i colo­ri qui / la luce del­la luna /come ci ren­de soli­ta­ri e ci toc­ca”. Sia­mo in India (“Alti­pia­no baroc­co d’Oriente”) ma sen­tia­mo suo­na­re flau­ti a can­ne del­le Ande, e non ci resta che ingi­noc­chiar­ci davan­ti all’immensità pre­clu­sa alla nostra com­pren­sio­ne e guar­da­re all’interno di noi stes­si, per­ché “chi si guar­da nel cuo­re / sa bene quel­lo che vuo­le / e pren­de quel­lo che c’è”.

In que­sto album Fos­sa­ti pro­po­ne un nuo­vo arran­gia­men­to per una sua can­zo­ne mol­to famo­sa, La costru­zio­ne di un amo­re, set­te anni dopo Pana­ma e i suoi din­tor­ni. Il testo non cam­bia, è sem­pre lo sguar­do sull’amore pri­va­to, quell’aspetto del sen­ti­men­to che non riguar­da il rap­por­to tra gli aman­ti ma sol­tan­to le sof­fe­ren­ze, le fati­che e gli sfor­zi che ognu­no nel­la pro­pria dimen­sio­ne per­so­na­le pone al cen­tro del­la pro­pria costru­zio­ne del rap­por­to sen­ti­men­ta­le. La melo­dia inve­ce è meno cupa di quel­la del­la ver­sio­ne pre­ce­den­te, illu­mi­na­ta anche in que­sto caso da spun­ti etni­ci e da una cura per i par­ti­co­la­ri tipi­ca­men­te fossatiana.

La ter­za can­zo­ne di que­sto album che meri­ta di esse­re ria­scol­ta­ta non è tra le più note del can­tau­to­re, ma sicu­ra­men­te è una del­le più impor­tan­ti per com­pren­der­ne il rap­por­to con la pro­pria ter­ra. Chi guar­da Geno­va è una can­zo­ne bel­lis­si­ma, che par­la di Geno­va sen­za la mini­ma incli­na­zio­ne cam­pa­ni­li­sti­ca o sen­ti­men­ta­le. Geno­va è, nel 1988, una cit­tà sul­la soglia di cam­bia­men­ti epo­ca­li (la per­di­ta di impor­tan­za del por­to, la tra­sfor­ma­zio­ne da cit­tà del­le indu­strie pesan­ti al turi­smo e il risa­na­men­to del cen­tro sto­ri­co, ini­zia­to nel 1992) e Fos­sa­ti, geno­ve­se inca­pa­ce di abi­ta­re nel­la gran­de cit­tà e rifu­gia­to­si nell’entroterra del Levan­te, guar­da la cit­tà dal mare, per­ché “chi guar­da Geno­va sap­pia che Geno­va / si vede solo dal mare”, e ci spie­ga che non dob­bia­mo aspet­tar­ci nien­te di più rispet­to a “quei gera­ni che la gio­ven­tù / fa anco­ra cre­sce­re nel­le stra­de”. I gera­ni sono fio­ri colo­ra­ti e lumi­no­si, ma pove­ri come Geno­va, una cit­tà bel­lis­si­ma ma ormai lon­ta­na dai fasti e dal lus­so che l’hanno resa La Super­ba, una cit­tà anco­ra vita­le gra­zie al suo gran­de por­to, cau­sa però di sof­fe­ren­za per le mor­ti che col­pi­sco­no chi ci lavo­ra (“por­to di guer­ra sen­za un sol­da­to / sen­za che il con­flit­to sia mai sta­to dichia­ra­to”). Una cit­tà in cui le dif­fe­ren­ze tra le clas­si socia­li sono inscrit­te negli ste­reo­ti­pi (“un luo­go di avvo­ca­ti con i loro mobi­li da col­le­zio­ne / e di com­mes­se che gli avvo­ca­ti la sera accom­pa­gna­no alla sta­zio­ne / com­mes­se sen­za paro­la e sen­za resti­tu­zio­ne”) e dove anche l’arte di Fos­sa­ti non rice­ve mol­te gra­ti­fi­ca­zio­ni (“bel­la signo­ra che mi lusin­ghi / citan­do a memo­ria le mie can­zo­ni / il tuo diva­no è trop­po stret­to / per­ché io mi fac­cia del­le illu­sio­ni / abbia­mo tut­ti un cuo­re ari­do / ed un orec­chio al traf­fi­co”). Ma Geno­va non è una cit­tà insen­si­bi­le, è una cit­tà che non può distrar­si per­ché deve rima­ne­re aggrap­pa­ta dispe­ra­ta­men­te alla ter­ra fer­ma in atte­sa di poter mol­la­re la pre­sa e abban­do­nar­si final­men­te tra le onde (“restia­mo volen­tie­ri ad aspet­ta­re / che la nostra casa stes­sa ripren­da il mare”). Il can­tau­to­re, giun­to a que­sto pun­to, ripen­sa ai suoi ver­si aspri, aspri come quel­la Geno­va che ammet­te di aver descrit­to nei suoi aspet­ti meno pia­ce­vo­li, con tut­ta la ritro­sia di un vero geno­ve­se che alla sua cit­tà dedi­ca “gera­ni e non paro­le d’amore”.

L’album com­pren­de altre can­zo­ni, tra le qua­li anche la più nota è cer­ta­men­te Quei posti davan­ti al mare, in cui Fos­sa­ti can­ta insie­me a Fran­ce­sco De Gre­go­ri e all’amico Fabri­zio De Andrè. Sia­mo nel 1988, Fos­sa­ti è già un can­tau­to­re affer­ma­to, ma sol­tan­to con que­sto disco rag­giun­ge la com­ple­ta matu­ra­zio­ne arti­sti­ca e musi­ca­le (e i due suc­ces­si­vi lo con­sa­cre­ran­no nell’Olimpo del­la musi­ca col­ta ita­lia­na). Deci­sa­men­te da ria­scol­ta­re per la pri­ma volta.

Ange­lo Turco

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