Interrogare le rovine: L’urban exploring e il paese dei balocchi

Le idee che le rovi­ne desta­no in me sono grandi.
Tut­to si annien­ta, tut­to peri­sce, tut­to passa.
Il mon­do sol­tan­to resta. Il tem­po sol­tan­to dura”.

Denis Dide­rot

I Sepol­cri di Fosco­lo si chiu­do­no sul­l’im­ma­gi­ne di un vec­chio men­di­can­te cie­co (Ome­ro) che si aggi­ra per le rovi­ne di Tro­ia e le inter­ro­ga, per cono­scer­ne la sto­ria. Non è nuo­va l’i­dea che i rude­ri pos­sa­no trat­te­ne­re la testi­mo­nian­za del­le azio­ni tra­scor­se e del­le epo­che pas­sa­te. In par­ti­co­la­re i luo­ghi del­l’ab­ban­do­no, que­gli edi­fi­ci che han­no per­so la gara con­tro il tem­po e non han­no sapu­to ricon­ver­tir­si nel­la moder­ni­tà, con­ser­va­no un fasci­no pro­fon­do. Tra le cre­pe dei muri si coglie un dia­lo­go con il pas­sa­to, la pro­va del­la cadu­ci­tà, il fasci­no malin­co­ni­co del­la deca­den­za, o più sem­pli­ce­men­te la testi­mo­nian­za del­l’in­cu­ria e del degra­do. E’ la voce elo­quen­te degli ex-luo­ghi con­tro il bru­sio dei non-luo­ghi del­la con­tem­po­ra­nei­tà, “un viag­gio dal­l’al­tra par­te del­lo spec­chio del­le nostre socie­tà indu­stria­li”, come spie­ga Syl­vain Mar­gai­ne, auto­re del libro foto­gra­fi­co “Luo­ghi del­l’ab­ban­do­no. Esplo­ra­zio­ne inso­li­ta di un patri­mo­nio dimen­ti­ca­to”, lega­to al sito forbidden-places.net, data­ba­se inter­na­zio­na­le di esplo­ra­zio­ni urbane.

L’urban explo­ring (cioè visi­ta­re e foto­gra­fa­re aree dismes­se) è un feno­me­no ormai dif­fu­sis­si­mo pro­prio gra­zie a inter­net: che per­met­te agli appas­sio­na­ti di scam­biar­si infor­ma­zio­ni e rin­trac­cia­re facil­men­te i luo­ghi più inte­res­san­ti per i pro­pri scatti.
Il pri­mo esplo­ra­to­re urba­no è con­si­de­ra­to il fran­ce­se Phi­li­bert Aspairt, che nel 1793 si per­se men­tre per­lu­stra­va l’in­tri­ca­to deda­lo del­le cata­com­be di Pari­gi. Il suo cor­po fu ritro­va­to solo undi­ci anni più tar­di. Altro illu­stre ante­na­to è lo scrit­to­re Walt Whit­man, che lavo­rò per il Broo­klyn Stan­dard ad alcu­ni arti­co­li sul tun­nel abban­do­na­to di Atlan­tic Ave­nue a New York, cele­bra­to una ven­ti­na d’an­ni pri­ma come il pri­mo tun­nel sot­ter­ra­neo mai realizzato.
Oggi ogni par­te del glo­bo ha le sue zone di cul­to per gli esplo­ra­to­ri. Gli urban explo­rer (in ger­go anche cree­pers), in Austra­lia subi­sco­no il fasci­no dei labi­rin­ti del­le con­dot­te di sco­lo nei sot­to­suo­li cit­ta­di­ni; negli Sta­ti Uni­ti pre­fe­ri­sco­no i gran­di alber­ghi dismes­si dagli anni del­la cri­si eco­no­mi­ca men­tre in Rus­sia le vie sot­ter­ra­nee a più livel­li, pre­di­spo­ste duran­te l’e­po­ca del­la Guer­ra fred­da, richia­ma­no ogni anno cen­ti­na­ia di “visi­ta­to­ri”. E anco­ra, istal­la­zio­ni mili­ta­ri, fab­bri­che, mat­ta­toi, tea­tri, ospe­da­li e manicomi.
In Ita­lia i rife­ri­men­ti prin­ci­pa­li sono il castel­lo sira­cu­sa­no di Por­to­pa­lo di Capo Pas­se­ro, il mani­co­mio di Vol­ter­ra e le minie­re abban­do­na­te del­la Sardegna.
Il mito del­la cit­tà fan­ta­sma attra­ver­sa­ta da bal­le di fie­no sospin­te dal ven­to è mol­to dif­fu­so anche gra­zie agli ste­reo­ti­pi hol­ly­woo­dia­ni. Una tipi­ca gho­st town degli Usa è Bodie in Cali­for­nia: una di quel­le cit­ta­di­ne sor­te rapi­da­men­te duran­te la cor­sa all’o­ro e abban­do­na­ta con altret­tan­ta velo­ci­tà. Ma casi ana­lo­ghi si ritro­va­no un po’ in tut­to il mon­do: da Pry­piat, nei pres­si di Cher­no­byl a Ocha­te in Spagna.
Lo scrit­to­re Davi­de Mor­rell, auto­re del roman­zo “Para­gon hotel”, ispi­ra­to al mon­do dei cree­pers, offre una chia­ve di let­tu­ra filo­so­fi­ca del feno­me­no, che va oltre l’in­te­res­se per l’ar­cheo­lo­gia indu­stria­le o il fasci­no per l’an­ti­co: “For­se il signi­fi­ca­to del­l’e­splo­ra­zio­ne urba­na – scri­ve – sta tut­to qui. L’os­ses­sio­ne per il pas­sa­to è un altro modo di spe­ra­re che qual­co­sa di noi si trat­ten­ga, che negli anni a veni­re qual­cu­no pos­sa esplo­ra­re i luo­ghi in cui abbia­mo vis­su­to e avver­ti­re che lì indu­gia la nostra presenza.”
Che que­sta inter­pre­ta­zio­ne sia affi­da­bi­le o meno, l’in­ten­to è comun­que quel­lo di rac­con­ta­re i luo­ghi. Dal­le dimo­re nobi­lia­ri agli ambien­ti ope­rai: immor­ta­la­re fab­bri­che, abi­ta­zio­ni e archi­tet­tu­re trion­fa­li abban­do­na­ti al tem­po e alla natu­ra, tra il fasci­no del­la deca­den­za e il valo­re del­la testimonianza.

Con­son­no, cit­tà fan­ta­sma del­la Brianza.
La vicen­da di Con­son­no, fra­zio­ne di Olgi­na­te in pro­vin­cia di Lec­co, non è una sto­ria di ordi­na­ria spe­cu­la­zio­ne, ma una sto­ria extra-ordi­na­ria, che a poste­rio­ri ha qua­si il valo­re dell’apologo.
Nel pri­mo nove­cen­to Con­son­no era un anti­co bor­go del­la Brian­za, con una discre­ta eco­no­mia loca­le soste­nu­ta prin­ci­pal­men­te dal­le casta­gne e dal seda­no, il vero pro­dot­to tipi­co del paesino.
Un cen­ti­na­io di abi­tan­ti, un grup­po di case, la chie­sa, l’o­ste­ria, il Comu­ne, un’u­ni­ca bot­te­ga e il cimi­te­ro. Negli anni ’60 l’in­te­ro bor­go fu acqui­sta­to per 22 milio­ni e 500 mila lire dal Con­te Mario Bagno, un vero “cat­ti­vo” da film Disney: impren­di­to­re visio­na­rio e un po’ fol­le, il cui inten­to era tra­sfor­ma­re il pae­se in una cit­tà dei diver­ti­men­ti, una Las Vegas ita­lia­na. Sor­go­no, per fare ono­re al buon gusto del­l’o­ri­gi­na­le del Neva­da, gli edi­fi­ci più dispa­ra­ti: mina­re­ti, pago­de, armi­ge­ri medioe­va­li. Chi ha visi­ta­to Con­son­no negli anni ’70 ricor­da per­si­no un saloon: di quel­li tipi­ci dei film western. Tra la fine degli anni ’60 e l’i­ni­zio degli anni ’70 il pro­dot­to del­la fan­ta­sia del con­te-impren­di­to­re ha pre­so vita e il son­nac­chio­so bor­go si è tra­sfor­ma­to in una Las Vegas di pro­vin­cia, con le mil­le luci sem­pre acce­se. “Una Disney­land per inna­mo­ra­ti”, la defi­ni­sce Danie­la, 54 anni, che abi­ta tut­t’o­ra nel­le vici­nan­ze del bor­go. Il suc­ces­so di Con­son­no dura solo pochi anni, e l’in­te­res­se per la novi­tà ini­zia a decli­na­re. Il col­po di gra­zia vie­ne dato però dal­la Prov­vi­den­za che, con gusto squi­si­ta­men­te man­zo­nia­no, deci­de di puni­re l’am­bi­zio­ne del Con­te. Nel 1976 una fra­na crol­la sul­la stra­da d’ac­ces­so al pae­se, ren­den­do­la impra­ti­ca­bi­le. Da allo­ra si sono sus­se­gui­ti alcu­ni timi­di ten­ta­ti­vi di riqua­li­fi­ca­zio­ne che non han­no di fat­to sot­trat­to il bor­go al suo nuo­vo desti­no di cit­tà fan­ta­sma, meta di rave par­ty e urban explorer.

La cit­tà che vis­se tre vol­te: Con­son­no oggi.
Il bor­go è rag­giun­gi­bi­le da Olgi­na­te solo a pie­di, lun­go una stra­da in sali­ta costeg­gia­ta dal bosco. Il pri­mo edi­fi­cio che si incon­tra, for­se un tem­po adi­bi­to ad ingres­so, è impo­nen­te e coper­to di mura­les, e anti­ci­pa di alcu­ne cen­ti­na­ia di metri il pae­se. Lun­go la stra­da si incon­tra­no gran­di stri­scio­ni metal­li­ci dagli slo­gan iper­bo­li­ci come: “Chi vive a Con­son­no cam­pa di più” o “A Con­son­no è sem­pre festa”. Il con­tra­sto tra il con­te­nu­to dei car­tel­li e il loro sta­to di con­ser­va­zio­ne è di per sé l’em­ble­ma del­la con­trad­di­zio­ne che costi­tui­sce il fasci­no del luogo.
L’e­di­fi­cio prin­ci­pa­le è l’im­pro­ba­bi­le mina­re­to, che si innal­za al di sopra di una gal­le­ria di nego­zi in sti­le ara­beg­gian­te. Il bor­go non è com­ple­ta­men­te deser­to: oltre a noi una cop­pia di curio­si, due foto­gra­fe e l’im­man­ca­bi­le cree­per dal­le vel­lei­tà cano­re, che dichia­ra entu­sia­sta di aver tro­va­to la loca­tion per il suo pri­mo video musicale.
Esi­ste anche una fau­na loca­le: una fami­glia di cani che scor­raz­za­no indi­stur­ba­ti per le vie, padro­ni indi­scus­si del luogo.
Gli uni­ci edi­fi­ci rima­sti in buo­no sta­to sono la chie­sa di San Mau­ri­zio e la casa del cap­pel­la­no, anche se nel­le vici­nan­ze si scor­ge qual­che trac­cia di vita recen­te: un mani­fe­sto pub­bli­ciz­zan­te un even­to com­me­mo­ra­ti­vo del­la Asso­cia­zio­ne Nazio­na­le Alpi­ni. Ma non è l’u­ni­co segna­le di un pos­si­bi­le risve­glio del pae­se. Di recen­te è sta­to sti­la­to dal Comu­ne di Olgi­na­te il nuo­vo Pro­get­to di con­ser­va­zio­ne ambien­ta­le, enne­si­mo ten­ta­ti­vo di riqua­li­fi­ca­zio­ne che pre­ve­de l’ab­bat­ti­men­to di tut­ti gli edi­fi­ci fati­scen­ti. Lun­go il pri­mo trat­to di stra­da è già aper­to il can­tie­re per l’a­sfal­ta­tu­ra. Con i lavo­ri sono ini­zia­te anche le pole­mi­che di chi teme una nuo­va spe­cu­la­zio­ne edi­li­zia. C’è da spe­ra­re che la ter­za vita di Con­son­no con­ser­vi trac­ce del­l’i­den­ti­tà polie­dri­ca e del­la sto­ria che ha carat­te­riz­za­to que­sto luo­go e che ha reso le sue rovi­ne così inte­res­san­ti da interrogare.

Gal­le­ria foto­gra­fi­ca su Consonno

Lau­ra Anto­nel­la Carli

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