La sete. Una questione di liquidità.

Il refe­ren­dum del 12 e 13 giu­gno è sta­to defi­ni­to la lot­ta per l’acqua, bene comu­ne e invio­la­bi­le. Secon­do più di un milio­ne e mez­zo di fir­me, non privatizzabile. 

Pro­ble­mi dell’attuale gestio­ne: attual­men­te in Ita­lia più del 30% dell’acqua si per­de duran­te la fase di tra­spo­sto e distri­bu­zio­ne nel­le nostre reti idri­che ridot­te ad un cola­bro­do. Il costo rela­ti­va­men­te bas­so e un siste­ma tarif­fa­rio ina­de­gua­to han­no favo­ri­to il con­su­mo e inco­rag­gia­to gli spre­chi. In alcu­ne par­ti del Pae­se l’accesso all’acqua è anco­ra oggi razio­na­to. Man­ca la tute­la di un’autorità pub­bli­ca indi­pen­den­te, per con­trol­la­re che la gestio­ne del­la risor­sa rispon­da ai cri­te­ri di un uso social­men­te equo e  sostenibile.

Le ragio­ni dei NO: Sono basa­te essen­zial­men­te sul­la nozio­ne di “Ser­vi­zio Uni­ver­sa­le”, cioè for­ni­to a tut­ti i cit­ta­di­ni gra­tui­ta­men­te (o qua­si) con le mede­si­me carat­te­ri­sti­che qua­li­ta­ti­ve. E ciò indi­pen­den­te­men­te dal costo socia­le del­lo stes­so, cioè lo sfor­zo eco­no­mi­co che si richie­de alla col­let­ti­vi­tà per poter­lo ero­ga­re sot­to­prez­zo. Il pro­ble­ma è che per crea­re ser­vi­zi uni­ver­sa­li ci voglio­no quan­ti­tà ingen­ti di sol­di pub­bli­ci, le qua­li gene­ral­men­te non sono dispo­ni­bi­li. Amplia­re la gam­ma dei ser­vi­zi  è note­vol­men­te dispen­dio­so. Sic­ché, come sem­pre quan­do ci si rela­zio­na con un bud­get limi­ta­to, occor­re sce­glie­re. Più sono i ser­vi­zi uni­ver­sa­li, meno sol­di ci saran­no per sussidiarli.

La caren­za di fon­di e l’imprescindibilità del bene com­por­ta pro­prio l’esigenza di otti­miz­za­re entram­be le risor­se, ma l’imminente refe­ren­dum abo­li­sce l’obbligo di gareg­gia­re per acca­par­rar­si la gestio­ne del ser­vi­zio. Det­ta­glio a favo­re e non a dan­no del­le ammi­ni­stra­zio­ni loca­li pri­ve di inte­res­se al rispar­mio, poten­do attin­ge­re dal­le cas­se sta­ta­li. La gestio­ne pub­bli­ca, lega­ta a cri­te­ri poli­ti­ci (come il voto) e non eco­no­mi­ci, si carat­te­riz­za infat­ti per l’impos­si­bi­li­tà di fal­li­re anche in caso di gestio­ni cor­rot­te o dissennate.

Cer­ta­men­te il mec­ca­ni­smo del­le gare non impli­ca neces­sa­ria­men­te che le impre­se ven­ga­no con­dot­te in manie­ra effi­ca­ce, ma le assog­get­ta mag­gior­men­te alle leg­gi eco­no­mi­che. Non fare gare quin­di non signi­fi­ca non pro­teg­ge­re la socia­li­tà dei ser­vi­zi: que­sta può e deve esse­re tute­la­ta dai sus­si­di che la mano pub­bli­ca dovrà ero­ga­re per abbas­sa­re i prez­zi. Non fare gare può signi­fi­ca­re pro­teg­ge­re i for­ni­to­ri, pub­bli­ci o pri­va­ti, inef­fi­cien­ti o col­lu­si con le ammi­ni­stra­zio­ni. Anzi, più la pro­du­zio­ne dei ser­vi­zi è inef­fi­cien­te, cioè costo­sa, meno sol­di ci saran­no per sus­si­dia­re i ser­vi­zi e gli obiet­ti­vi sociali.

Da un pun­to di vista di pura effi­cien­za dun­que, sem­bre­reb­be che pri­va­tiz­za­re e quin­di libe­ra­liz­za­re le risor­se pos­sa esse­re l’unico mez­zo in gra­do di otti­miz­za­re la con­du­zio­ne del­le ammi­ni­stra­zio­ni loca­li. Il pro­ble­ma è che ci sono dei beni che pro­prio per la loro carat­te­ri­sti­ca di impre­scin­di­bi­li­tà non sono suscet­ti­bi­li di esse­re assog­get­ta­ti alle leg­gi del mercato.

 

Le ragio­ni del SI: La leg­ge Ron­chi, che si inten­de abro­ga­re, è basa­ta aprio­ri­sti­ca­men­te sul pri­ma­to del­le azien­de pri­va­te rispet­to alle gestio­ni pub­bli­che. Que­sto però non è sem­pre con­fer­ma­to da dati empi­ri­ci. Agri­gen­to ad esem­pio è la cit­tà in Ita­lia dove si paga di più, il ser­vi­zio è defi­ci­ta­rio ed è gesti­to da pri­va­ti, come in lar­ga par­te del­la Sici­lia. A Firen­ze Publiac­qua ha aumen­ta­to le bol­let­te, anche se i cit­ta­di­ni, ade­ren­do ad una cam­pa­gna del Comu­ne sul rispar­mio idri­co, ave­va­no con­su­ma­to meno. Puni­ti anzi­ché pre­mia­ti. Non si evi­den­zia­no cer­to nel­la pra­ti­ca né la lot­ta allo spre­co, nè i fan­to­ma­ti­ci bene­fi­ci per i con­su­ma­to­ri.

Sem­bra che non sia­no sta­te con­si­de­ra­te le rea­li con­se­guen­ze che la pri­va­tiz­za­zio­ne potreb­be com­por­ta­re. In qua­si tut­ti i casi di libe­ra­liz­za­zio­ne dei ser­vi­zi, i gesto­ri pri­va­ti sono solo gran­di impre­se mul­ti­na­zio­na­li (le uni­che in gra­do di inve­sti­re le ingen­ti quan­ti­tà di liqui­di­tà neces­sa­rie) il che com­por­ta note­vo­li com­ples­si­tà per i con­trol­lo­ri nel far vale­re l’interesse pub­bli­co. Inol­tre, la pri­va­tiz­za­zio­ne per­met­te ai gesto­ri pri­va­ti di incas­sa­re i pro­fit­ti del­la ven­di­ta dell’acqua, men­tre lascia allo Sta­to l’onere del­la moder­niz­za­zio­ne e manu­ten­zio­ne del­le reti idri­che, aspet­to tutt’altro che mar­gi­na­le per le cas­se del Pae­se. Per que­sto ci sono casi in Euro­pa, come quel­lo di Pari­gi, in cui si sta facen­do die­tro­front dal­la gestio­ne pri­va­ta a quel­la pub­bli­ca dell’acqua.

Altra nota dolen­te è il “prez­zo del­la pri­va­tiz­za­zio­ne” stes­sa. Si trat­ta di un prov­ve­di­men­to che rischia di sven­de­re un bene pub­bli­co, sen­za risol­ve­re il pro­ble­ma del­le caren­ze del servizio.

Sven­de­re per­ché entro la fine del 2011 le socie­tà pub­bli­che dovran­no disfar­si di alme­no il 40% del­le loro quo­te con un rischio rea­le (caso Tele­com) di una ven­di­ta sot­to­prez­zo e di una per­di­ta di quo­te di inve­sti­men­to che paghe­re­mo noi o in ter­mi­ni fisca­li o di aumen­to del­le bollette. 

Il peri­co­lo è che le con­dot­te di impre­se pri­va­te, orien­ta­te alla mas­si­miz­za­zio­ne del pro­fit­to,  ridu­ca­no gli spre­chi ma ad un costo non soste­ni­bi­le per la tota­li­tà del­la popo­la­zio­ne. Dal­la pri­va­tiz­za­zio­ne i tarif­fa­ri dell’acqua han­no subi­to un rin­ca­ro supe­rio­re al 60% men­tre l’inflazione si è asse­sta­ta intor­no al 20%. Que­sto vuol dire che gli aumen­ti sono sta­ti più che pro­por­zio­na­li. Tut­ta­via il prez­zo dell’acqua in real­tà, sale anche per­ché la gestio­ne è sta­ta defi­sca­liz­za­ta con la Leg­ge Gal­li del 1994. In pas­sa­to era la finan­za pub­bli­ca a far­si cari­co degli inve­sti­men­ti, men­tre la tarif­fa a sten­to copri­va i costi ope­ra­ti­vi. Dun­que lo Sta­to si è total­men­te spo­glia­to da qual­sia­si one­re rela­ti­vo alla gestio­ne dei ser­vi­zi pubblici.

 

Gli aven­ti dirit­to: Indi­pen­den­te­men­te dal­la pre­fe­ren­za per il sì, il no, o la sche­da bian­ca è impor­tan­te  che tut­ti vada­no a vota­re per il rag­giun­gi­men­to del quo­rum neces­sa­rio ai fini del­la vali­di­tà del refe­ren­dum. Non anda­re a vota­re signi­fi­che­reb­be solo dare cre­di­to alla vigliac­ca stra­te­gia poli­ti­ca di sfrut­ta­re il fisio­lo­gi­co asten­sio­ni­smo per inva­li­da­re le vota­zio­ni, con il con­se­guen­te spre­co di milio­ni di euro. Il rischio del man­ca­to rag­giun­gi­men­to del quo­rum è il rischio di sop­pri­me­re il dirit­to di veto del popo­lo sul­le leg­gi, fomen­tan­do l’autoritarismo del­la clas­se politica.

Dani­la Stel­la Bruno

 

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