Timor Est

Reportage di viaggio

“Sono 30 dol­la­ri” mi dice il fun­zio­na­rio che ha appe­na posto il visto di entra­ta sul mio pas­sa­por­to. Nel por­ta­fo­glio ho solo dol­la­ri austra­lia­ni, il doga­nie­re li vuo­le ame­ri­ca­ni e, alle sei di mat­ti­na, non c’è nes­su­na pos­si­bi­li­tà di cam­bio. Quan­do ormai non so più come risol­ve­re la situa­zio­ne una sol­da­tes­sa mi met­te in mano tre ban­co­no­te da die­ci “ver­do­ni” l’una e si allon­ta­na sen­za dar­mi il tem­po di dar­le l’equivalente in valu­ta este­ra. Sbi­got­ti­to tor­no al gab­biot­to dove il fun­zio­na­rio mi aspet­ta con il pas­sa­por­to in mano. Dili, la capi­ta­le di Timor Est, ha un uni­co ostel­lo in cui gli ospi­ti, coo­pe­ran­ti e impro­ba­bi­li viag­gia­to­ri, sono coc­co­la­ti e ser­vi­ti da Rita e Filo­me­na, le due don­ne respon­sa­bi­li dell’ostello. Con gli altri ragaz­zi del­la gue­st hou­se vie­ne orga­niz­za­ta subi­to una gita al pro­mon­to­rio dove sor­ge la sta­tua del Cri­sto Re, nel suo gene­re secon­da solo al famo­sis­si­mo Cri­sto di Rio de Janei­ro, e alla bar­rie­ra coral­li­na. Il gior­no dopo mi è offer­ta la pos­si­bi­li­tà di fare un giro in moto per l’isola con Bosh, un ragaz­zo di Dubay appas­sio­na­to di cam­peg­gio, e Scott, coo­pe­ran­te austra­lia­no da due anni e mez­zo sull’isola. Accet­to di buon gra­do. Le stra­de di Timor sono sen­za dub­bio le più dif­fi­ci­li e le più len­te da per­cor­re­re che mi sia mai capi­ta­to di incon­tra­re. “Qui non devi ragio­na­re in chi­lo­me­tri, ben­sì in ore o anche gior­ni di per­cor­ren­za” mi spie­ga Scott in rispo­sta a una mia doman­da sul­la distan­za tra Dili e Alieu, nostra pri­ma fer­ma­ta. Nono­stan­te la non ecces­si­va distan­za la dura­ta del viag­gio è lar­ga­men­te supe­rio­re alle mie aspet­ta­ti­ve e, data la stan­chez­za di tut­ti, ci limi­tia­mo a pren­de­re un tè per ripar­ti­re subi­to ed esse­re a Mau­bis­se, nostra meta, pri­ma del tra­mon­to. Dopo altre quat­tro ore in cui le sospen­sio­ni sono mes­se a dura pro­va arri­via­mo al vil­lag­gio. Mau­bis­se è costrui­to a 1300 metri di altez­za sot­to la cima di una mon­ta­gna che ospi­ta una posa­da por­to­ghe­se, retag­gio del perio­do colo­nia­le, cir­con­da­ta da splen­di­de mon­ta­gne. “Vedi? Timor ha una gran­de poten­zia­li­tà turi­sti­ca”, mi dice Scott indi­can­do lo splen­di­do pano­ra­ma, “per ora l’economia si basa tut­ta sugli aiu­ti inter­na­zio­na­li e que­sto sta per­met­ten­do a gran par­te del­la popo­la­zio­ne di Dili di aumen­ta­re il pro­prio benes­se­re, e sem­bra anche che stia inco­min­cian­do una lie­ve immi­gra­zio­ne dal­la par­te indo­ne­sia­na dell’isola, più pove­ra. Ci sono pos­si­bi­li­tà di cre­sci­ta”. “Se tu come ita­lia­no voles­si apri­re una piz­ze­ria potre­sti fare affa­ri” con­clu­de sor­ri­den­do. Scen­den­do dal­la posa­da venia­mo salu­ta­ti da una don­na che sta facen­do essic­ca­re al sole il suo rac­col­to di caf­fè. La don­na è col­pi­ta da Scott, che par­la tetum, la lin­gua loca­le, e ci invi­ta a entra­re. Den­tro casa, arre­da­ta solo da qual­che sedia e due foto anti­che, ci aspet­ta il mari­to Alva­ro. Alva­ro è il capo di una coo­pe­ra­ti­va agri­co­la. “Qui sia­mo orga­niz­za­ti in coo­pe­ra­ti­ve – ci spie­ga – nuclei di tre o quat­tro fami­glie met­to­no in comu­ne il rac­col­to, caf­fè o riso, e poi lo si ven­de assie­me”. Dal­la stan­za accan­to esce una ragaz­za con un neo­na­to in brac­cio “que­sta è mia figlia” affer­ma orgo­glio­so Alva­ro. Dopo pochi secon­di fa capo­li­no un ragaz­zo che ci salu­ta fred­da­men­te. Scott pren­de per un brac­cio me e Bosh e ci invi­ta a usci­re, salu­tan­do la fami­glia. Sor­pre­so chie­do spie­ga­zio­ni. “hai visto la figlia? È mol­to più chia­ra di car­na­gio­ne, men­tre il ragaz­zo asso­mi­glia­va ai geni­to­ri, lei è figlia in quan­to moglie e lui non ha gra­di­to vede­re dei bian­chi in casa con la sua don­na!”. Scen­dia­mo che ormai è buio, pren­dia­mo una stan­za nel­la gue­st hou­se qua­si sem­pre vuo­ta e andia­mo a cer­ca­re qual­co­sa da man­gia­re. In una capan­na attrez­za­ta a mini­dro­ghe­ria e self ser­vi­ce si sie­de di fian­co a noi Costan­ti­no Escol­la­no, “spe­cia­li­sta di poli­ti­che di svi­lup­po eco­no­mi­co” ori­gi­na­rio di Dili. Ciò che mi ave­va col­pi­to appe­na arri­va­to a Dili era sta­ta la con­sta­ta­zio­ne degli stret­ti rap­por­ti diplo­ma­ti­ci e com­mer­cia­li che la pic­co­la repub­bli­ca ha con l’Indonesia, nono­stan­te il recen­te pas­sa­to tur­bo­len­to e san­gui­no­so. Col­go l’occasione per chie­de­re delu­ci­da­zio­ni. “Noi di Timor – mi spie­ga – voglia­mo vive­re in pace, non por­tia­mo ran­co­re ver­so il popo­lo indo­ne­sia­no, mol­ti di noi han­no paren­ti stret­tis­si­mi indo­ne­sia­ni, voglia­mo lasciar­ci le cose brut­te alle spal­le e guar­da­re al futu­ro”. Chia­ra­men­te ci sono ragio­ni anche di tipo eco­no­mi­co e com­mer­cia­le, ma que­sta affer­ma­zio­ne è, nel com­ples­so, veritiera.Il gior­no suc­ces­si­vo par­tia­mo di buon’ora ver­so la costa meri­dio­na­le dell’isola ma, dopo pochi chi­lo­me­tri, Scott fora la ruo­ta poste­rio­re. Tra­sci­nia­mo la moto in una miniof­fi­ci­na in mez­zo alla fore­sta — anco­ra non mi spie­go la for­tu­na che abbia­mo avu­to — ma con quel­la ripa­ra­zio­ne pos­sia­mo solo spe­ra­re di rien­tra­re a Dili. Ci pren­dia­mo mez­za gior­na­ta per ammi­ra­re e foto­gra­fa­re la splen­di­da fore­sta plu­via­le e poi rien­tria­mo in cit­tà. All’ostello mi atten­de un’altra con­fer­ma del­le paro­le di Costan­ti­no: è il 17 ago­sto, il 65esimo anni­ver­sa­rio dell’indipendenza dell’Indonesia e Rita, di soli­to sem­pre atten­ta agli ospi­ti e alle loro richie­ste, que­sta vol­ta ha occhi solo per i festeg­gia­men­ti tra­smes­si in tele­vi­sio­ne. Can­ta a memo­ria tut­te le can­zo­ni cele­bra­ti­ve in baha­sa indo­ne­sia, la lin­gua uffi­cia­le indo­ne­sia­na, e solo duran­te uno stac­co pub­bli­ci­ta­rio rie­sco a chie­der­gli una Bin­tang, la bir­ra impor­ta­ta, man­co a dir­lo, da Jakarta.

Sto­ria dell’isola

L’isola di Timor fu occu­pa­ta e spar­ti­ta tra olan­de­si e por­to­ghe­si nel­la secon­da metà dell’800. Timor Est attua­le cor­ri­spon­de ai pos­se­di­men­ti colo­nia­li por­to­ghe­si. Nel 1975, in segui­to alla Rivo­lu­zio­ne dei Garo­fa­ni, Timor Est dichia­rò la pro­pria indi­pen­den­za, ma fu subi­to occu­pa­ta dal­le for­ze arma­te indo­ne­sia­ne che, con gli squa­dro­ni del­la mor­te, fece­ro miglia­ia di vit­ti­me nei decen­ni suc­ces­si­vi. Essi si avvan­tag­gia­ro­no del­la com­pli­ci­tà degli Sta­ti Uni­ti, pre­oc­cu­pa­ti dal­la pos­si­bi­le nasci­ta di uno sta­to socia­li­sta nell’area, e dell’Australia, pre­oc­cu­pa­ta da una even­tua­le inva­sio­ne dell’Indonesia. Nel 1999 un refe­ren­dum san­cì la net­ta vit­to­ria degli indi­pen­den­ti­sti, gui­da­ti da Xana­na Gusmao, ma ciò non fece che por­ta­re ad una nuo­va onda­ta di vio­len­ze, per­pe­tua­te dal­le for­ze filo — indo­ne­sia­ne ai dan­ni del­la popo­la­zio­ne, fer­ma­ta solo da un inter­ven­to inter­na­zio­na­le gui­da­to dall’ONU. Si cal­co­la che nei gior­ni imme­dia­ta­men­te suc­ces­si­vi allo scru­ti­nio ci furo­no 1400 mor­ti, la mag­gior par­te dei qua­li vit­ti­me del mas­sa­cro del cimi­te­ro di San­ta Cruz. Nel 2002 ven­ne costi­tui­to lo sta­to sovra­no, ma la stra­da per la pace e per la costru­zio­ne del­le isti­tu­zio­ni sta­ta­li è lun­ga e dif­fi­ci­le e in que­sti ulti­mi anni ci sono sta­te ten­sio­ni e rischi di guer­ra civi­le, in par­ti­co­la­re nel 2006, con una rivol­ta del­le for­ze arma­te scon­giu­ra­ta dall’intervento di Gusmao, padre del­la patria, e nel 2008, con il feri­men­to da col­po d’arma da fuo­co del pre­si­den­te Josè Ramos Hor­ta men­tre face­va jog­ging nei din­tor­ni del­la sua resi­den­za e con l’attentato fal­li­to allo stes­so Gusmao.

La leg­gen­da del coccodrillo

Un tem­po un pic­co­lo coc­co­dril­lo vive­va in una poz­za d’acqua in una ter­ra lon­ta­na. Lui sogna­va di diven­ta­re un gran­de coc­co­dril­lo, ma il cibo scar­seg­gia­va e così, dopo poco, si amma­lò e creb­be tri­ste. Un gior­no, per rea­liz­za­re il suo sogno, lasciò l’acqua e si avven­tu­rò nell’entroterra in cer­ca di cibo. Il sole, però, si fece cal­dis­si­mo e il coc­co­dril­lo, disi­dra­ta­to, si acca­sciò aspet­tan­do di mori­re. Lo tro­vò un bam­bi­no, lo rac­col­se e lo ripor­tò al mare. “Pic­co­lo – dis­se il coc­co­dril­lo – tu mi hai sal­va­to, se mai avrai biso­gno di me, chia­ma­mi e sarò da te”. Gli anni pas­sa­ro­no e il coc­co­dril­lo riu­scì a cre­sce­re e diven­ta­re un gran­de esem­pla­re, quan­do un gior­no sen­tì la chia­ma­ta. “Fra­tel­lo coc­co­dril­lo – gli dis­se il ragaz­zo – anch’io ho un sogno, voglio vede­re il mon­do, por­ta­mi via, vai dove sor­ge il sole!”. Il ragaz­zo salì sul­la schie­na del ret­ti­le e assie­me par­ti­ro­no ver­so est. Viag­gia­ro­no per gli ocea­ni per anni, fin­ché un gior­no il coc­co­dril­lo dis­se: “fra­tel­lo, abbia­mo viag­gia­to tan­to assie­me, ma ora è arri­va­to per me il momen­to di mori­re. Per rin­gra­ziar­ti del­la tua gen­ti­lez­za diven­te­rò una bel­lis­si­ma iso­la dove tu e i tuoi figli potre­te vive­re fin­ché il sole sor­ge­rà dall’oceano”. Appe­na morì il suo cor­po creb­be, la sua schie­na stria­ta diven­ne le mon­ta­gne e le sue squa­me le col­li­ne di Timor Est. Anco­ra oggi quan­do il popo­lo di Timor nuo­ta nell’oceano, entra dicen­do: “non man­giar­mi coc­co­dril­lo, sono tuo parente!”.

Ales­san­dro Mazza

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