11/9/2001: al Palazzo Reale per il decennale della tragedia

 

Si acce­de alla mostra var­can­do l’ingresso del palaz­zo rea­le e svol­tan­do nel­le pri­me sale a destra, quel­le tra­di­zio­nal­men­te adi­bi­te agli even­ti gra­tui­ti aper­ti al pubblico.
Le pare­ti sono bian­che, can­di­de, come la luce che in quel­la mat­ti­na di die­ci anni fa imper­ver­sa­va nel cie­lo sopra Man­hat­tan. Si respi­ra il silen­zio, tipi­co del­le mostre poco affol­la­te nei pome­rig­gi domenicali.
La pri­ma sala alla qua­le si acce­de è una sor­ta di ras­se­gna stam­pa appe­sa alle pare­ti del­le pri­me pagi­ne usci­te sui quo­ti­dia­ni angloa­me­ri­ca­ni il gior­no suc­ces­si­vo alla tra­ge­dia. Que­sta sfi­la­ta di tito­li e testa­te dispo­ste sui quat­tro lati del­la sala per­met­te di com­pren­de­re appie­no qua­le fu l’impatto media­ti­co dell’evento: si leg­go­no fra­si come “Un nuo­vo gior­no di infa­mia” oppu­re “Night­ma­re” sul Dai­ly News, il Times gio­ca la car­ta dell’associazione con Pearl Har­bour, intan­to la rab­bia de The Exa­mi­ner si espri­me a carat­te­ri cubi­ta­li nell’espressione “Bastards”, “Deva­sta­tion” evo­ca il Sun e l’Herald pre­fe­ri­sce il pote­re evo­ca­ti­vo del­le imma­gi­ni a quel­lo del­le paro­le, inse­ren­do una foto a tut­ta pagi­na che ritrae il volo com­piu­to da uno degli uomi­ni che, visto­si bloc­ca­to al di sopra del pun­to di impat­to, deci­se di lan­ciar­si dal­le torri.
Ed infi­ne, a metà pare­te, il tito­lo più ame­ri­ca­no pos­si­bi­le: “la nostra nazio­ne ha visto il dia­vo­lo” sostie­ne il Rochy Moun­tain News; anche nel­la tra­ge­dia, nel disa­stro, sono il sen­ti­men­to hol­ly­woo­dia­no, l’aspetto media­ti­co, la ricer­ca spa­smo­di­ca di una gras­sa emo­ti­vi­tà con la qua­le ingoz­za­re il pro­prio pub­bli­co a det­ta­re leg­ge in mate­ria di comunicazione.
Un cor­ri­do­io rela­ti­va­men­te stret­to, i cui uni­ci orna­men­ti sono rap­pre­sen­ta­ti da fra­si stam­pa­te sui muri di alcu­ni soprav­vis­su­ti, con­du­ce alla secon­da sala, vera e pro­pria espo­si­zio­ne foto­gra­fi­ca, con scat­ti pro­fes­sio­na­li e ama­to­ria­li, che ritrag­go­no in ordi­ne spar­so e sen­za pre­te­sa di con­ti­nui­tà logi­ca sog­get­ti fra i più dispa­ra­ti: vi è il Boeing 767 men­tre entra nel­la tor­re nord ripre­so dal­la zona di Tri­ni­ty Church, una scrit­ta nel­la pol­ve­re dis­se­mi­na­ta per stra­da che reci­ta “wel­co­me to hell”, i muri dei disper­si sot­to una gigan­te­sca scrit­ta “Mis­sing” pres­so il Bel­le­vue Hospi­tal, vero e pro­prio cen­tro nevral­gi­co del­le ope­ra­zio­ne di soc­cor­so in quel­la mat­ti­na­ta, oppu­re infi­ne l’atrio mum­mi­fi­ca­to del World Finan­cial Cen­ter distrut­to e com­ple­ta­men­te all’oscuro, con tan­to di cor­net­te tele­fo­ni­che pen­zo­lan­ti dal­le scrivanie.
Si leg­ge quel­lo che alcu­ne per­so­ne sfug­gi­te di poco alla mor­te ricor­da­no di aver pen­sa­to: c’è Edgar­do Vil­le­gas, impie­ga­to nel­la tor­re sud che dichia­ra a cal­do “sem­bra­va­no bam­bo­le di pan­no che cade­va­no dal­le tor­ri, vesti­ti in giac­ca e cra­vat­ta”, men­tre Nadia Bur­gess, gior­na­li­sta, affer­ma “ho pen­sa­to che ci aves­se­ro bom­bar­da­to”. Sono fra­si che resta­no nel­la memo­ria di quei gior­ni al pari del­le imma­gi­ni che affol­la­ro­no le tele­vi­sio­ni di tut­to il mon­do; sono fra­si che tut­ta­via non com­muo­vo­no, non fan­no inor­ri­di­re né gioi­re. Sono fra­si che nel­la loro uma­ni­tà non spie­ga­no affat­to ciò che accad­de real­men­te. Ecco qua­le lato del­la meda­glia man­ca in tut­ta quel­la vicen­da come del resto all’interno del­la mostra per il decen­na­le: man­ca l’aspetto del­le cau­se e del­le respon­sa­bi­li­tà, vi è il dolo­re e la distru­zio­ne ed in cer­ti momen­ti vi è anche mostra­ta la rab­bia, ma non vi è alcun ele­men­to che per­met­ta di capi­re come edi­fi­ci in accia­io e cemen­to arma­to pos­sa­no crol­la­re a velo­ci­tà di cadu­ta libe­ra. Non è spie­ga­to come l’acciaio che fon­de a 1500 gra­di cen­ti­gra­di pos­sa esser­si anche mini­ma­men­te inde­bo­li­to per via di un incen­dio che non pote­va rea­liz­zar­ne, nem­me­no in con­di­zio­ni otti­ma­li, più di 800. Non è spie­ga­to che cosa col­pì real­men­te il pen­ta­go­no e per qua­le ragio­ne l’edificio più pro­tet­to del mon­do, stan­do a quel­la pro­pa­gan­da che per decen­ni ce l’ha descrit­to come un for­ti­no ine­spu­gna­bi­le, non abbia una tele­ca­me­ra come qua­lun­que super­mer­ca­to o ben­zi­na­io del mon­do in gra­do di ripren­de­re l’oggetto da cui fu col­pi­to. Non è spie­ga­to come fac­cia un Boeing che entra in un edi­fi­cio a lascia­re un foro del dia­me­tro di tre o quat­tro metri. Tan­tis­si­mi altri sono i que­si­ti che non tro­va­no una rispo­sta ade­gua­ta né in tut­te le mostre del mon­do né tan­to­me­no nei rap­por­ti uffi­cia­li del­la com­mis­sio­ne 11/9.
Ciò che appa­re evi­den­te all’occhio di un con­tem­po­ra­neo sono però gli effet­ti di quel­la mat­ti­na­ta: nuo­ve guer­re da com­bat­te­re, sia mili­ta­ri che meta­fo­ri­che. La for­mu­la un po’ pre­veg­gen­te del­lo “scon­tro fra civil­tà” tro­vò final­men­te un suo cor­re­la­ti­vo nel­la real­tà, ma ciò che sicu­ra­men­te avven­ne quel­la mat­ti­na a par­ti­re dal­le ore 8:45 di New York è che fra il gri­do “my god, my god” e quel­lo “Allah, Allah”, la Sto­ria, ben lon­ta­na dall’essere fini­ta, rico­min­ciò un’altra volta.

Fran­ce­sco Floris

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Francesco Floris
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Col­la­bo­ra­to­re de Linkiesta.it, spea­ker di Mag­ma, blogger.

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