Una chiacchierata con il poeta: intervista a Franco Loi

Pri­ma degli appel­li del­la Lega, pri­ma dei cor­si gra­tui­ti orga­niz­za­ti dal comu­ne, pri­ma anco­ra che diven­tas­se di moda la sal­va­guar­dia del patri­mo­nio lin­gui­sti­co tra­di­zio­na­le, un’intera gene­ra­zio­ne di poe­ti ha com­po­sto can­ti, poe­sie e rac­col­te in dia­let­to milanese.
Fran­co Loi vie­ne con­si­de­ra­to l’ultimo depo­si­ta­rio di que­sta ere­di­tà, nome più recen­te in un lun­go elen­co che com­pren­de, tra gli altri, Giu­sep­pe Pari­ni e Ales­san­dro Manzoni.
Nato a Geno­va nel 1930, a set­te anni si tra­sfe­ri­sce a Mila­no. Figlio di un fer­ro­vie­re, dopo il diplo­ma in ragio­ne­ria e qual­che anno alla Boc­co­ni entra nel mon­do del­la cul­tu­ra mila­ne­se con un impie­go all’ufficio stam­pa del­la Mon­da­do­ri. Qui incon­tra Vit­to­rio Sere­ni, il pri­mo a cre­de­re nel suo poten­zia­le e spin­ge­re per la pub­bli­ca­zio­ne del suo pri­mo volu­me di poe­sie, I cart.
Sin da subi­to Loi scri­ve in dia­let­to: “All’inizio scris­si qual­co­sa in ita­lia­no, ma poi strac­ciai tut­to. Quan­do usai per la pri­ma vol­ta il dia­let­to mila­ne­se, capii esat­ta­men­te cosa signi­fi­ca fare poe­sia. O meglio: sco­pren­do una lin­gua, ho sco­per­to la Poesia”.
Quel­lo che usa non è il mila­ne­se tra­di­zio­na­le in sen­so stret­to. È il lin­guag­gio del­la gen­te, il par­la­to di chi, come lui, a Mila­no non ci è nato ma si è appro­pria­to del dia­let­to loca­le imba­star­den­do­lo con paro­le inven­ta­te, regio­na­li­smi ed espres­sio­ni gergali.
Ci acco­glie nel suo appar­ta­men­to mila­ne­se, una casa che potreb­be diven­ta­re la suc­cur­sa­le del­la Sor­ma­ni. Miglia­ia di libri sono ordi­na­ti sugli scaf­fa­li o impi­la­ti ver­ti­cal­men­te sul pavi­men­to. Nel­la chiac­chie­ra­ta che è segui­ta non ha smes­so di par­lar­ci dei suoi pre­fe­ri­ti, pren­der­li dai vari muc­chi per mostrar­ce­li, di cita­re i suoi pas­sag­gi pre­fe­ri­ti sot­to­li­nea­ti con cura a pen­na. Fran­co Loi pas­sa con disin­vol­tu­ra da Dan­te a Leo­par­di, da Gur­d­jieff alla filo­so­fia orien­ta­le, e nel mez­zo ci par­la di cul­tu­ra e di sto­ria, del­la Mila­no di oggi e di quel­la che non c’è più.
Lei è con­si­de­ra­to l’ultimo poe­ta ver­na­co­la­re mila­ne­se vivente…
(mi inter­rom­pe sen­za aspet­ta­re la fine del­la domanda)
“Per­ché dice ver­na­co­la­re? Il ver­na­co­lo è un modo sprez­zan­te usa­to dal­le scuo­le per dispre­gia­re chi usa il dia­let­to. Vie­ne dai tem­pi del fasci­smo, quan­do gli inse­gnan­ti toglie­va­no dei voti se il bam­bi­no impie­ga­va paro­le di ori­gi­ne popo­la­re. Nel­lo Zibal­do­ne Leo­par­di dice che un poe­ta dovreb­be ascol­ta­re il popo­lo quan­do par­la, per­ché esso è vici­no alla natu­ra e pri­vo di logi­ca. Lui non era mol­to vici­no al popo­lo, ma que­sto l’aveva capito.
Se voglia­mo sco­pri­re come vive­va­no nel­le epo­che pas­sa­te dob­bia­mo guar­da­re quel­lo che scri­ve­va­no i poe­ti dia­let­ta­li. Leo­par­di era un gran­de liri­co ma non sape­va nien­te del­la con­di­zio­ne del­la gen­te. Nes­su­no dei poe­ti cosid­det­ti “in ita­lia­no” ha mai par­la­to di loro. Non Mon­ta­le, non Unga­ret­ti… nes­su­no. Dan­te sì, infat­ti scri­ve­va in dialetto.
Le lin­gue par­la­te dal­la gen­te sono il ser­ba­to­io di ric­chez­za del­la lin­gua nazio­na­le, che sen­za più dia­let­ti risul­te­reb­be ter­ri­bil­men­te deca­du­ta, sen­za più for­za. Pen­si al fran­ce­se. L’italiano era sal­vo, ma ades­so che il dia­let­to non con­cor­re più alla for­ma­zio­ne del­la lin­gua, anch’esso sta spa­ren­do. Paso­li­ni, Feno­glio, Pave­se… tut­ti i gran­di nar­ra­to­ri fino ai pri­mi del Nove­cen­to han­no attin­to a pie­ne mani dal popo­la­re. Biso­gna con­ti­nua­re così, sen­nò la nar­ra­ti­va muore”.
Oggi si sta cer­can­do di recu­pe­ra­re il sostra­to del­la lin­gua ita­lia­na tra le nuo­ve gene­ra­zio­ni. Il comu­ne orga­niz­za dei cor­si gra­tui­ti, e si par­la anche di lezio­ni a scuo­la con tan­to di voto. Cosa ne pen­sa di que­ste iniziative?
“La lin­gua è un modo per socia­liz­za­re. I meri­dio­na­li nei pri­mi anni ’50 veni­va­no a Mila­no e cer­ca­va­no di espri­mer­si come al Nord. Dai ric­chi ai pove­ri, tut­ti par­la­va­no o cer­ca­va­no di par­la­re mila­ne­se. Anche se c’era una lin­gua uffi­cia­le, la stra­gran­de mag­gio­ran­za degli ita­lia­ni si espri­me­va con par­la­to locale.
La Lega sba­glia a cer­ca­re di impor­re il dia­let­to con dei prov­ve­di­men­ti per­ché non è attra­ver­so le leg­gi che si può cam­bia­re il costu­me: sem­mai il con­tra­rio. In Irlan­da c’è una leg­ge del gene­re, inse­gna­no l’irlandese per­si­no in uni­ver­si­tà: tut­ti lo san­no ma nes­su­no lo par­la. È la vita socia­le che deter­mi­na la lin­gua e se lì tut­ti sono por­ta­ti a par­la­re l’inglese, anche se c’è la leg­ge l’irlandese è qua­si spa­ri­to lo stesso”.
La pri­ma vol­ta che ci sia­mo incon­tra­ti ave­va rac­con­ta­to di por­ta­re sem­pre con sè un tac­cui­no per anno­ta­re pen­sie­ri e voci che coglie nel­la stra­da. Come nasce da que­sto l’ispirazione per le sue poesie?
“Ispi­ra­zio­ne? Dan­te non par­la tan­to di ispi­ra­zio­ne. Dice I’ mi son un che, quan­do Amor mi spi­ra, cioè “io sono uno che quan­do l’amor gli ali­ta”. Non dice “m’ispira” ma “mi spi­ra”. L’ispirazione è qual­co­sa di clas­si­co, di otto­cen­te­sco. Dan­te dice “mi ali­ta”. È l’amore per le cose, per la vita. È Dio. Allo­ra, quan­do amor mi spi­ra, noto. Tra­scri­vo e pren­do nota. Tut­to può indur­ti a scri­ve­re, se sei in uno sta­to che muo­ve l’amore. Qua­lun­que esso sia: la natu­ra, l’amore per una don­na, l’amicizia, la mor­te… tut­to può esse­re un movi­men­to per indur­ti a scrivere”.
Lei è sta­to a lun­go mili­tan­te nel PCI. Cosa ne è sta­to del suo inte­res­se per la politica?
“I miei geni­to­ri era­no di sini­stra e io sono cre­sciu­to in un ambien­te anti­fa­sci­sta e social­co­mu­ni­sta. Ho comin­cia­to a inte­res­sar­mi atti­va­men­te alla poli­ti­ca intor­no agli 11 / 12 anni. Tra il ’54 e il ’68 ho par­te­ci­pa­to al movi­men­to stu­den­te­sco, ma la situa­zio­ne non era mol­to miglio­re rispet­to a quan­do c’era la guer­ra. Anzi, suc­ce­de­va di peg­gio per­ché ci cono­sce­va­mo tut­ti. Io ero pre­si­den­te di un grup­po che ave­vo con­tri­bui­to a fon­da­re, il Cen­tro di Infor­ma­zio­ne Poli­ti­ca. Un gior­no han­no indet­to una riu­nio­ne e io che ero il pre­si­den­te non sono sta­to invi­ta­to: gli stes­si che ave­vo fat­to mio vice e segre­ta­rio sta­va­no tra­man­do alle mie spal­le. Così nel ’69 ho dato le dimis­sio­ni. Da allo­ra ho capi­to che non ero adat­to a que­sto ambien­te, per­ché fare la poli­ti­ca con­si­ste anche nel tra­di­re il tuo ami­co più caro”.
Come ha fat­to a rinun­cia­re? Ha tro­va­to un altro modo per cam­bia­re le cose?
“Ho inca­na­la­to la mia voglia di miglio­ra­re il mon­do capen­do che fin­chè la gen­te non pren­de coscien­za di sé, la poli­ti­ca sarà sem­pre così. Ha ragio­ne il Cri­sto quan­do dice che l’unica ope­ra che si può fare è far cre­sce­re la coscien­za del­la gen­te. Biso­gna esse­re aper­ti, non limi­tar­si a guar­da­re la tele­vi­sio­ne ma leg­ge­re, infor­mar­si, per­ché sen­nò si reste­rà sem­pre fre­ga­ti da chi ha un mini­mo di cul­tu­ra più di noi”.
Vedo che sta leg­gen­do l’antologia postu­ma di Alda Meri­ni. La cono­sce­va bene?
“Alda era un per­so­nag­gio, per me era una cara don­na. Era anda­ta fuo­ri di testa, ha pati­to mol­to, ma era una don­na di qua­li­tà. Ha scrit­to del­le bel­le poe­sie, non tut­te, ma ce n’erano. La pri­ma vol­ta che l’ho cono­sciu­ta è sta­to a Mele­gna­no, sia­mo anda­ti in un bar con alcu­ni ami­ci comu­ni, dopo una let­tu­ra di poe­sie. Lei scri­ve­va spes­so di get­to e mi ha dedi­ca­to una poe­sia, così, dal nul­la. Nien­te di ecce­zio­na­le: era vera­men­te brutta”.
La sua casa è una vera biblio­te­ca. Que­sti libri li ha let­ti tutti?
“Qua­si. Un tem­po leg­ge­vo mol­to, ma ades­so non più come una volta”.
Gli chie­do qua­li di que­sti si por­ta nel cuo­re. Lui pri­ma non sa rispon­de­re, poi cer­ca in una pila “Fram­men­ti di un inse­gna­men­to sco­no­sciu­to” di Gur­d­jieff, e ci con­ge­da con l’ultima cita­zio­ne: “Il mon­do è più straor­di­na­rio di quel­lo che pensiamo”.

Eli­sa Costa

foto di Fran­ce­sca Di Vaio

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