Il più consolidato luogo comune letterario vede nel libro “Cuore” di De Amicis una esasperante sarabanda di amenità reazionarie,sentimenti caramellosi ed eroismi anacronistici. “Ma i luoghi comuni letterari spesso sbagliano”, penserà qualcuno… Verissimo, ma non in questo caso! Ogni riga, ogni sillaba del volumetto trasuda di bontà scontata, di ipocrisia untuosa. E se la lettura innocente fatta da bambini poteva lasciare giusto un po’ di noia, la rilettura porta un insopprimibile senso di nausea.
Fosse solo per la scarsa verosimiglianza, il libretto sarebbe anche accettabile. Prendiamo ad esempio il piccolo patriota padovano che chiede l’elemosina su un piroscafo. I passeggeri lo aiutano, ma poi osano criticare l’Italia e i suoi treni (e come dargli torto?). Non l’avessero mai fatto! Una tempesta di monetine sommerge immediatamente le loro bocche impertinenti. Passi poi se il buono della classe, Garrone, è un bambinone che a tredici anni fa ancora la terza elementare (“grand e gross, pussé ciula che baloss”, direbbe il padre di un altro celebre ripetente, ora consigliere regionale). E ancora, poco male se Enrico, l’insulso narratore, trascorre il tempo libero una volta dal maestro ottuagenario del padre, un’altra alle scuole serali frequentate da operai (che storia, studiano anche loro!), un’altra ancora dai “bambini rachitici” (sic) o da quelli ciechi. Si potrebbe addirittura perdonare il feticista padre di Coretti, che tocca la mano al re e poi la porge al figlio gridando “E’ ancora calda!”. Lascia però veramente sgomenti il classismo capillare, in un’opera che vorrebbe essere “socialista”. Nel tragicomico capitolo “Gli amici operai” ad esempio, il ricco padre del protagonista invita il figlio, da grande, a salutare ugualmente i suoi vecchi compagni poveri, ormai inevitabilmente fabbri o ferrovieri. E il destino di tutti è già segnato: il ricco figlio babbeo magari anche Senatore del Regno, e il bravo e volenteroso Precossi a lavorare nero di carbone, forse graziosamente omaggiato d’un saluto.
Impagabile poi l’accoglienza riservata al ragazzo calabrese. Ricevuto in classe come un buon selvaggio, la penna di De Amicis indugia sull’inevitabile viso bruno e gli occhi neri, contornati da “sopracciglia folte e raggiunte sulla fronte”: peccato che al quadretto lombrosiano manchino i baffi, ma la tenera età del migrante non lo consentiva. I compagni lo integrano così bene che per tutto il libro viene chiamato “il calabrese”, e per non farlo sentire a disagio gli regalano penne e matite come a un profugo. Ma niente paura: ecco intervenire il primo della classe, Derossi, di cui Enrico ammira languidamente la bellezza, la fronte alta e i bottoni luccicanti. Il bel tomo, al colmo della filantropia, afferra il forestiero e lo bacia calorosamente, annota Enrico con una punta di invidia. E tra commozione e lacrime sembra quasi di vederlo, il bravo lettore borghese ottocentesco, saltare sulla sedia, pervaso sì dai buoni sentimenti, ma anche da un po’ di disgusto!
Filippo Bernasconi




Caro Filippo, forse dimentichi che Cuore non è l’ultimo pamphlet di Corrado Augias, ma è un libro per ragazzi — oggi diremmo per bambini — scritto nel 1886. L’Italia non era esattamente quella di oggi (per fortuna. loro. e nostra, per motivi differenti), i problemi con cui ci si scontrava non erano i sobbalzi della borsa, ma erano rigurgiti sovversivi, agitazioni, fame e miseria, colera, peste, malaria, il papa che rivoleva Roma, i francesi che ci sfilavano la Tunisia da sotto il naso, l’Austria che fortificava i suoi confini, decine di migliaia di Italiani che fuggivano dalla miseria andando a farsi sfruttare come bestie in giro per il mondo. In questo idilliaco contesto, un piccolo libro, scritto con stile volutamente elementare, con tutti i limiti della letteratura didascalica, con tutte le pecche della buona retorica (perchè disinteressata, e finalizzata al progresso morale di chi la ascolta), con tutte le chiusure e le forzature che vanno ricondotte al contesto in cui fu scritto. Mi spiace, ma ritengo il tuo commento — sulla scia del resto di Eco — dimostra una grande superficialità nellaccostarsi a quell’Italia che, appunto, non condivide praticamente nulla con quella di oggi. E certamente, non l’attitudine a lasciarsi sbeffeggiare malamente. Oggi è facile sorridere: 130 anni fa lo era molto, molto meno.
Che dire, hai sicuramente ragione: la retorica eccessiva che pervade il libro è certamente figlia del suo tempo e va contestualizzata. Ciò detto esistono libri che superano l’epoca in cui sono stati scritti e che riescono a distanza a volte anche di secoli a mantenere la loro leggibilità. Nel periodo di fine ‘800 per esempio il naturalismo (e in Italia il verismo), descrivevano le stesse miserie che tu citi giustamente, in opere però che sono rimaste immortali. Nessuno vuole ridere ovviamente delle difficoltà dell’Italia di allora, si ironizza semplicemente dello stucchevole gusto letterario dell’opera (che non è scontato, altre opere trattano gli stessi temi in modo decisamente più maturo). Allo stesso modo si può benissimo ironizzare su un retorico film di guerra americano degli anni ’50, in cui qualche eroe yankee ammazza da solo 100 nazisti masticando una cicca, senza per questo mancare di rispetto ai caduti alleati della seconda guerra mondiale. O magari, restando alla nostra storia, criticare lo stile fanciullesco in cui è scritta “La spigolatrice di Sapri”, senza che questo voglia minimamente scalfire il sacrificio di Pisacane.
Insomma, caro Figu, viva la storia di Italia, abbasso i Servizi Luce!
Filippo
Ma Pippo, il punto è proprio quello. Tu citi giustamente il verismo: tuttavia, come sai meglio di me, i veristi furono tacciati (ed in effetti, lo furono) di essere sostanzialmente conservatori: in quando il romanzo verista è — sic et simpliciter — la fotografia di un paesaggio, e dei suoi abitatori. In Verga, anzi, puoi scorgere un sottofondo moraleggiante, quasi un compiacimento dell’immoblità delle scene che descrive. Per Cuore è una cosa totalmente differente. Tolto il fatto che De Amicis era un socialista (e che socialista!), il punto di vista è diametralmente opposto: cioè la finalità di Cuore è pedagogica, nel senso più alto del termine, in quanto in quegli anni, si sa, si dovevano costruire gli Italiani, partendo ovviamente dalle generazioni più giovani. Lo stile di Cuore gronda retorica, ma più che retorica, direi “miele”: De Amicis, ritengo, credeva profondamente in quello che scriveva, e amava profondamente i suoi personaggi positivi, che erano la trasposizione, un po’ macchiettistica, di tipici caratteri dell’epoca (il ricco industriale, l’ufficiale dell’esercito, il carbonaio…). Ovvio che Cuore si rivolge a un pubblico infantile (e non solo), e appunto, l’intento, scopertissimo, è quello educativo. Ciò detto, ti segnalo che i più feroci critici di Cuore furono, nientemeno, che i fascisti rivoluzionari, ovvero la componente preponderante del fascismo ideologico. Un Bottai, per dire, diceva sostanzialmente le cose che scrivi tu, ed anzi, vedeva proprio in Cuore e nei Bozzetti Militari due delle cause della “fiacchezza costitutiva” dell’Italia liberale. Io mi compiaccio,invece, di una cosa: e cioè che, come sappiamo entrambi, alla fine ha vinto lui, cioè De Amicis. E il suo messaggio è arrivato ben oltre gli stretti limiti cronologici dell’Italia per cui fu scritto, tanto che ti invito ad andare a chiedere ai tuoi genitori se abbiano letto o meno Cuore alle elementari. Il fatto che le scuole della repubblica siano andate avanti fino a epoche recentissime (e in parte anche oggi) a propagare il messaggio di De Amicis (con gustosissimi episodi monarchicissimi come quello del quadrato di Villafranca, o della mano del re) per me è fonte di immensa soddisfazione: è la dimostrazione che questa Italia non ha saputo produrre nulla di così efficace per riuscire a sostituire Cuore. Il motivo, per me è ben chiaro, ma divagheremmo. Per finire, cito l’ultimo bel libro di Gianni Oliva che dedica il primo capitolo all’esegesi del brano di Cuore relativo alla parata per la festa dello Statuto, che lui legge praticamente come una bellissima allegoria della Terza Italia. Dunque, posto che certo, a livello artistico, non è un capolavoro della letteratura planetaria, a mio modesto avviso, il valore letterario e storico di Cuore resta immutato.
Al di là della questione “chi ha criticato di più De Amicis”, che tra l’altro non era amato neanche dai clericali (punto di merito senz’altro), a me interessava contestare bonariamente l’approccio stilistico e l’ideologia del libro nei tratti più ipocriti (e ce ne sono a iosa), senza con questo voler sminuire l’epoca e i suoi protagonisti.
Non penso poi che il fatto che i nostri nonni in epoca fascista e forse qualcuno dei nostri genitori lo leggessero, lo renda un libro che ha superato la prova dei tempi. Con tutto il tuo meritorio furore patriottico-monarchico il libro è oggettivamente illeggibile ( e per un libro non è un difetto da poco).
Detto ciò nessuno discute l’intento intimamente meritorio dell’opera, ma l’ideologia non fa la letteratura
Berna, sei da citare!
volevo solo ricordare che l’intento di De Amicis, dichiarato, era quello di commuovere, di far letteralmente muovere a compassione (e a lacrime certe) alunni e maestri.
Il titolo la dice lunga, anche se dietro c’è la mano dell’editore Treves, che ha fatto in modo di pubblicare il titolo prima ancora di avere in mano il libro, che quindi De Amicis alla fine è stato quasi costretto a scrivere. Non direi prorpio alti intenti letterari, più che altro una buona operazione commerciale.