Intervista a Gianni Milano

Tori­no, Cor­so Ver­cel­li 4, casa di Gian­ni Mila­no, Mar­te­dì 10 mag­gio 2011, ore 14.22

Uno dei papà del­la con­tro­cul­tu­ra ita­lia­na, Gian­ni Mila­no, è da più di trent’anni una sin­go­la­re figu­ra di vaga­bon­do del Dhar­ma: paci­fi­sta atti­vo, bud­d­hi­sta, poe­ta tri­ba­le e, soprat­tut­to un tene­ro mae­stro ele­men­ta­re entra­to in rot­ta di col­li­sio­ne con la mostruo­sa mac­chi­na buro­cra­ti­ca sco­la­sti­ca dei pri­mi anni ’60.
[da “IL MAESTRO E LE MARGHERITE”, Mil­le­li­re STAMPA ALTERNATIVA, 1994]

ALESSANDRO MANCA: Gian­ni, che cosa signi­fi­ca esse­re un poe­ta in Ita­lia oggi?
GIANNI MILANO: Rido per­ché mi sto doman­dan­do se esi­sta spa­zio per qual­cu­no che pos­sa defi­nir­si poeta.
Una vol­ta i poe­ti era­no i pro­fes­sio­ni­sti del­la paro­la, ave­va­no uno sta­tu­to par­ti­co­la­re. Poi, nel ‘900, han­no fat­to la fame, sono mor­ti male, pen­so a Pen­na, gran­de poe­ta. Ades­so i poe­ti sono quel­li che scri­vo­no poesie.
Cosa vuol dire oggi scri­ve­re poe­sie? È una sor­ta di malat­tia spi­ri­tua­le. Te la tie­ni e cer­chi di con­di­vi­de­re con altri. Per cui sono “mala­ti” quel­li che scri­vo­no, come anche quel­li che ascol­ta­no, per lo meno nel sen­so comu­ne. In cam­pa­gna da me per dire che uno era stra­no si dice­va che era un poe­ta. Sic­co­me io ho i capel­li lun­ghi… “lei è un poeta?”
Esse­re poe­ta vuol dire ave­re la strut­tu­ra per­cet­ti­va di un cer­to tipo. Anti­ca­men­te pote­vi esse­re uno scia­ma­no, pote­vi esse­re il bar­do. È una figu­ra che non sci­vo­la sui luo­ghi comu­ni e non si adat­ta a quel­lo che è sta­to pre­sta­bi­li­to, ma cer­ca la stra­da. Non la tro­ve­rà mai. Ma con­ti­nua a cer­car­la. E al posto dei sas­so­li­ni di Pol­li­ci­no usa le imma­gi­ni, le meta­fo­re, i ver­si, i rit­mi, i suoni…

A M: Qua­li sono i tuoi rife­ri­men­ti prin­ci­pa­li in que­sto tuo per­cor­so? So del mon­do dei Nati­vi Ame­ri­ca­ni, il Buddhismo…
G M: Il pri­mo rife­ri­men­to sta in mia madre mi ha mes­so al mon­do. Ognu­no ha un veni­re al mon­do par­ti­co­la­re. Il mio è sta­to un po’ tra­va­glia­to fin da subi­to per­ché son nato pre­ma­tu­ro, e la non­na, che io con­si­de­ra­vo un po’ stre­ga, ma nel sen­so buo­no, dice­va (tra­du­co per i lom­bar­di che non capi­sco­no il pie­mon­te­se ): “pesa meno di un coni­glio, non ce la fa”. E inve­ce ho 73 anni e ce l’ho fatta.
Da pic­co­lo c’era la guer­ra, ero solo, e quin­di mi tene­va­no com­pa­gnia le mie visio­ni. Ho svi­lup­pa­to così la mia capa­ci­tà visionaria.
Gli ogget­ti del­le visio­ni era­no cose mol­to sem­pli­ci: il pas­se­rot­to che por­ta­va il cibo da man­gia­re ai pic­co­li, ad esem­pio. Vive­vo in cam­pa­gna. Era­no gli odo­ri, i colo­ri e, come dire, una sen­sa­zio­ne di calo­re per­ché era­va­mo in guer­ra e si era anco­ra vivi.
Poi andan­do avan­ti, pro­ba­bil­men­te anche incon­sa­pe­vol­men­te, ho svi­lup­pa­to il biso­gno di non per­cor­re­re le auto­stra­de ma i sen­tie­ri. Quel­le che gli ame­ri­ca­ni chia­ma­no le stra­de blu, cioè le stra­de non fre­quen­ta­te, un po’ stra­ne. Le mie stra­de blu sono sta­te il mon­do, la natu­ra, i diver­si per quan­to riguar­da le persone.
Ho comin­cia­to a scri­ve­re che ave­vo 16 anni, e da allo­ra non ho mai smes­so. Io sono un bud­d­hi­sta non vio­len­to e anar­chi­co e mi espri­mo attra­ver­so la scrit­tu­ra. Che è uno stru­men­to di col­le­ga­men­to con gli altri e con la Natu­ra. Per cui se tu mi chie­di “Per­ché scri­vi?” io ti rispon­do “ Per­ché respi­ro. Non mi chie­de­re per­ché respiro.”
A M: Come vedi l’avvenire Gianni?
G M: Fam­mi puli­re gli occhiali…

***

G M: Mi fate del­le doman­de a cui non so rispon­de­re per­ché for­se la rispo­sta è impli­ci­ta nel­la doman­da. Le doman­de che mi inte­res­sa­no non me le ave­te fat­te, allo­ra me le fac­cio da solo.
Che cosa ha ingra­vi­da­to la tua fan­ta­sia? Che cosa te l’ha mes­sa incin­ta e quin­di ha pro­dot­to tut­to il resto?
Devo tor­na­re indie­tro. Ho accen­na­to alla mia infan­zia in cam­pa­gna, scal­zo. Biso­gna tene­re con­to che sono nato nel ’38 ed era­no anni, dicia­mo, “poco civi­li”, mol­to più ruvidi.
Quin­di le col­li­ne e i roman­zi di Sal­ga­ri, i pel­le­ros­sa ame­ri­ca­ni che mi pia­ce­va­no mol­to, anche per­ché in cam­pa­gna di piu­me ne tro­va­va­mo a gogò. Ave­vo il mio copri­ca­po di pen­ne di tac­chi­no ed ero per­fet­to. Pec­ca­to che non c’erano altri, ero da solo e quin­di mi sono abi­tua­to alla soli­tu­di­ne ben presto.
Dopo Sal­ga­ri, c’è sta­ta la mia gran­de curio­si­tà, per cui leg­ge­vo di tut­to. Abi­ta­vo in una casa pro­le­ta­ria in un bor­go a Tori­no e tra­scor­re­vo il mio tem­po fuo­ri dal­la scuo­la sul balcone.

La mia non­na pater­na ave­va un nego­zio di ali­men­ta­ri e in quel perio­do non si but­ta­va via nien­te: agli spi­na­ci che anda­va­no a male si toglie­va via il mar­cio e il resto si cuo­ce­va, si face­va­no pal­le di spi­na­ci e poi si ven­de­va­no. Biso­gna­va met­ter­li den­tro un reci­pien­te e si face­va­no dei car­toc­ci coi gior­na­li, quin­di noi acqui­si­va­mo i gior­na­li e io sul bal­co­ne ne ave­vo una gran­de quan­ti­tà e anche set­ti­ma­na­li, sem­pre mate­ria­le per avvol­ge­re per­ché era­no di una car­ta un po’ più spessa.
Deve esser­mi capi­ta­to in un set­ti­ma­na­le, ave­vo 14–15 anni, di vede­re Juliet­te Gré­co. A quell’età ho let­to La Nau­sea di Sar­tre e c’è sta­ta tut­ta la sta­gio­ne dell’Esistenzialismo.
Quan­do sono anda­to alle magi­stra­li ave­vo una giac­chet­ta pove­ra e col pas­sar del tem­po le mani­che si accor­cia­va­no oppu­re le brac­cia si allun­ga­va­no, non so, e allo­ra c’era il pro­ble­ma di come atteggiarsi.
Ave­vo let­to Sar­tre che dice­va “non puoi sce­glie­re come nasce­re, dove nasce­re, quan­do nasce­re, puoi sce­glie­re di sce­glie­re”. Allo­ra ho scel­to di accet­ta­re que­sta giac­chet­ta con le mani­che cor­te come un mes­sag­gio di liber­tà, di rifiu­to, come dire “sono così, se mi vole­te bene, altri­men­ti ciccia…”
E poi è suben­tra­to l’impegno socia­le, l’impegno poli­ti­co fino a che nel ’64 (ero nel par­ti­to Comu­ni­sta ) il par­ti­to si è dimo­stra­to stret­to, ina­dat­to a rispon­de­re alle doman­de che mi ponevo.
I par­ti­ti rispon­de­va­no in manie­ra isti­tu­zio­na­le, cioè in manie­ra rigi­da, non dut­ti­le, e allo­ra il par­ti­to a l’è sca­du­me dal coeur (cadu­to dal cuo­re). Intan­to era arri­va­ta la tra­du­zio­ne di Fer­nan­da Piva­no degli ulti­mi poe­ti ame­ri­ca­ni [Poe­sia degli ulti­mi ame­ri­ca­ni, 1964, Fel­tri­nel­li], era usci­to I Sot­ter­ra­nei di Kerouac [1960 la pri­ma edi­zio­ne ita­lia­na]. Gin­sberg più che Kerouac mi ha dimo­stra­to che la paro­la è libe­ra o deve esse­re libe­ra­ta, e que­sto ha dato un gran­de impul­so alla ricer­ca e all’espressione.
Tie­ni con­to che la mia poe­sia non è mai sta­ta poe­sia acca­de­mi­ca, anche da ragaz­zo, è sem­pre sta­ta una poe­sia di rot­tu­ra per­ché ero in tale posi­zio­ne nei riguar­di del mon­do e del­la socie­tà ita­lia­na di allo­ra. Tra i due bloc­chi, la guer­ra fred­da, le con­trap­po­si­zio­ni radicali…un po’ come ades­so per cer­ti ver­si, for­se con meno ipo­cri­sia, più cru­del­tà, più vio­len­za, però meno ipocrisia.
E Her­man Hes­se con il suo libro Sid­d­har­ta, che non è la sto­ria del Sid­d­har­ta Bud­d­ha ma una sto­ria di un Sid­d­har­ta che abi­ta vici­no ad un fiu­me, una para­bo­la, che mi ha aper­to gli occhi.
Poi, nel ’65 cre­do, dopo aver lascia­to per quat­tro o cin­que anni il mio sti­pen­dio di inse­gnan­te a casa per ripa­ga­re mio padre, il qua­le sic­co­me ero anda­to a scuo­la mi dice­va che ero un man­gia pane a tra­di­men­to, ho avu­to il mio sato­ri, nel­la sof­fit­ta dove abi­ta­vo. Ero nel gabi­net­to, quei gabi­net­ti alla tur­ca, fuo­ri, e vedo uno sca­ra­beo sul muro, allo­ra la mia atten­zio­ne vie­ne cat­tu­ra­ta e comin­cio a doman­dar­mi che cosa ci dif­fe­ren­zia e poi che cosa, al di là del­la dif­fe­ren­za, ci uni­fi­ca, e la rispo­sta, mi chie­de­re­te, l’hai tro­va­ta? No, ma ho tro­va­to il Buddhismo
E da quel momen­to la mia ricer­ca si è indi­riz­za­ta. Tie­ni con­to che il Bud­d­hi­smo che ho tro­va­to io era mol­to influen­za­to dal Bud­d­hi­smo cali­for­nia­no, cioè dal­la let­tu­ra degli auto­ri Beat americani.
Arri­va­to por­ta­to da ere­ti­ci, Alan Watts, Sny­der, ecc. era un Bud­d­hi­smo Zen.
Era for­se il Bud­d­hi­smo più lai­co tra le varie for­me di Bud­d­hi­smo che arri­va­va­no dall’Oriente e quin­di “sal­va­va la qua­dra” tra il fat­to che io ero pro­fon­da­men­te anti­cle­ri­ca­le, lai­co e nel­lo stes­so tem­po ade­ri­vo pie­na­men­te alle paro­le del Bud­d­ha, come anar­chi­co. Quan­do il Bud­d­ha dice­va “sii mae­stro a te stes­so”, mi ritro­va­vo pie­na­men­te solidale.
E li è inco­min­cia­ta la mia sto­ria e la sto­ria dell’underground, per lo meno a Tori­no. Quell’esperienza è sta­ta un’esperienza mino­ri­ta­ria, di rot­tu­ra tota­le, per­ché non chie­de­va agli altri di fare del­le cose, chie­de­va a noi stes­si di fare o di essere.
Poi se qual­cu­no voles­se sape­re anco­ra qual­co­sa dovrebbe aiu­ta­re me stes­so a chie­der­mi “Chi sono io?”. Non so rispon­de­re. Pos­so sol­tan­to fare un rosa­rio di avve­ni­men­ti . C’è una poe­sia recen­te che ho scrit­to, “io mi vedo ma non sono”. Sono un miste­ro anche per me stesso.
Cer­to non è una rispo­sta per appren­di­sti poeti.

Andrea Laba­te e Ales­san­dro Manca

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