Le compagnie di volo low cost hanno distrutto il romanticismo del viaggio. Pensate alla musica colta italiana: Ivano Fossati ha scritto “I treni a vapore” per parlarci di quanto possa essere difficile un inverno trascorso da soli, con l’arguta metafora del susseguirsi di remote stazioni ferroviarie attraverso un finestrino solcato da lacrime di pioggia. Con gli aeroporti non sarebbe stata la stessa cosa. Già, gli aeroporti, veri non-luoghi della società contemporanea (è Malpensa il non-luogo, non certo Quarto Oggiaro dove almeno la gente vive ancora) nei quali mandrie di turisti selvaggi e anonimi viaggiatori d’affari si accalcano dietro ai metal dector per salire a bordo di macchine infernali sicurissime, come le confortanti statistiche ci ricordano ogni santa volta che dobbiamo volare, con soli ottantamila morti alle spalle della dell’aviazione civile. Le compagnie low cost hanno un pregio, oltre al prezzo: azzerano le differenze sociali con una classe unica senza numerazione dei posti. Ma il prezzo da pagare è una nuova concezione del viaggio, ora inteso come “spostamento” da A a B e non più come momento interessante della vita. Il tutto alla modica cifra di 18 euro assicurazione esclusa e senza alcuna noiosa implicazione sentimentale. Servirebbero degli Hemingway usa e getta durante il tragitto.





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