Everybody Dies

 

Eve­ry­bo­dy lies 

Tut­ti men­to­no. Si rac­chiu­de in que­sta espres­sio­ne la base del­la filo­so­fia di Hou­se, che chiu­de i bat­ten­ti dopo 8 anni e 8 sta­gio­ni su Fox.

Gre­go­ry Hou­se è un genio, male­det­ta­men­te pre­ci­so e abi­lis­si­mo nel risol­ve­re i casi medi­ci più dispe­ra­ti, là dove chiun­que avreb­be get­ta­to la spu­gna. Dopo otto anni tut­to il pub­bli­co lo apprez­za, nono­stan­te, in fin dei con­ti, sia egoi­sta, bur­be­ro, soli­ta­rio e, sostan­zial­men­te, uno stronzo.

I pazien­ti men­to­no sem­pre e comun­que; e Greg lo sa bene – dal momen­to che è il pri­mo a inven­ta­re ogni sor­ta di sto­riel­la pur di otte­ne­re quel­lo che vuo­le. Gra­zie al suo intui­to, alla sua pro­fon­da cono­scen­za e al suo cer­vel­lo fino rie­sce però sem­pre a spun­tar­la e a far veni­re a gal­la la veri­tà. Non che inte­res­si la veri­tà a Hou­se: Gre­go­ry, infat­ti, oltre ad esse­re dro­ga­to di Vico­din, è dro­ga­to di enig­mi da risol­ve­re, di casi da stu­dia­re. Non ha impor­tan­za chi sia il pazien­te; l’importante è non per­de­re, in una par­ti­ta eter­na con­tro la mor­te e l’enigma.

O Dio non esi­ste o è incre­di­bil­men­te crudele

Come può un uomo dal razio­ci­nio così raf­fi­na­to, un uomo così attac­ca­to alla scien­za cre­de­re in Dio? L’argomento fede e scien­za vie­ne fuo­ri più vol­te, gra­zie ai con­fron­ti diret­ti con Wil­son, il miglio­re (e uni­co) ami­co di Hou­se. Un argo­men­to che vie­ne trat­ta­to sem­pre con raf­fi­na­tez­za, sen­za mai abu­sar­ne o ren­der­lo bana­le, fron­teg­gian­do il pun­to di vista gra­ni­ti­co di Hou­se con quel­lo del pazien­te del gior­no. Hou­se, pro­ba­bil­men­te, non cre­de in Dio, eppu­re, allo stes­so tem­po, i suoi occhi inda­ga­to­ri vedo­no più vol­te il risul­ta­to di chi si affi­da total­men­te alla pro­pria fede, anche pas­san­do dal­le cure scien­ti­fi­che del Plain­sbo­ro. In otto sta­gio­ni, Hou­se cam­bia (inu­ti­le sta­re a elen­ca­re tut­ti i pas­sag­gi fon­da­men­ta­li), a vol­te spro­fon­da nel più bie­co degli abis­si in cui un uomo può scen­de­re, a vol­te tro­va un moto d’orgoglio per risol­le­var­si. La feli­ci­tà non esi­ste, secon­do lui, e que­sto lo por­ta a non veder­la anche negli altri, che in con­ti­nua­zio­ne cer­ca­no di tirar­lo fuo­ri dal­le sue con­vin­zio­ni. Hou­se è un soli­ta­rio, non è cor­ret­to, non segue le rego­le e non si pre­oc­cu­pa del­le con­se­guen­ze, ma è capa­ce di ama­re e voler bene (a suo modo). La pau­ra e la cer­tez­za di rica­de­re nell’infelicità lo ren­do­no anco­ra più cini­co. Ma un rime­dio c’è.

Hou­se: “Mi dai il Vicodin?”

Wil­son: “No!”

Hou­se: “Per­ché no? Io sono dipen­den­te dal Vico­din, sono un dro­ga­to, ricordi?”

Chi non pen­sa al basto­ne, alla gam­ba dolo­ran­te e al Vico­din, pro­ba­bil­men­te non ha mai visto Hou­se. Lo zop­po per eccel­len­za è anche un dro­ga­to e una cosa è diret­ta con­se­guen­za dell’altra. Il dolo­re del­la malat­tia, altro argo­men­to che affron­ta la serie, per­se­gui­ta Hou­se per tut­te le sta­gio­ni, por­tan­do­lo più vol­te sull’orlo del­la cri­si, del sui­ci­dio. Men­zo­gne, truc­chet­ti, giri di paro­le, fal­si­fi­ca­zio­ni, sono solo alcu­ni degli espe­dien­ti di Gre­go­ry per otte­ne­re la sua pil­lo­la di Vico­din, che rie­sce a far­lo star bene, che rie­sce ad allon­ta­na­re il dolo­re.  E il dolo­re carat­te­riz­za tut­te le pun­ta­te, dan­do esem­pi di come l’essere uma­no può rea­gi­re: rial­zan­do­si o soc­com­ben­do. Hou­se ha deci­so di lot­ta­re, quan­do, inve­ce di ampu­ta­re la gam­ba, deci­se di tener­si il dolo­re per tut­ta la vita. Così il suo per­cor­so di matu­ra­zio­ne pro­se­gue anche su que­sta stra­da, sban­dan­do tra la dipen­den­za e l’overdose, annien­tan­do com­ple­ta­men­te se stes­so. Anche l’amore, ini­zial­men­te ele­men­to sal­vi­fi­co, non riu­sci­rà a sal­va­re Gre­go­ry, che si chiu­de nel­la sua infe­li­ci­tà e anco­ra una vol­ta nel suo dolo­re, facen­do fal­li­re la sua uni­ca vera e sin­ce­ra rela­zio­ne. A fac­cia a fac­cia con un pazien­te dipen­den­te, Hou­se tro­va, pro­prio alla fine, uno spec­chio in cui guar­dar­si e pro­va a cam­bia­re o alme­no a ricominciare.

Ele­men­ta­re, Wilson

Dro­ga­to, intui­ti­vo, genia­le, rilut­tan­te ad accet­ta­re casi poco inte­res­san­ti, da sem­pre in gara con se stes­so. Abi­ta al 221B. Ha un ami­co che, qua­si sem­pre, gli dà l’imbeccata giu­sta per risol­ve­re il caso medi­co, anche se invo­lon­ta­ria­men­te. Così Hou­se diven­ta Hol­mes e Wil­son diven­ta Watson, in una serie tv che deve mol­to all’investigatore (per ammis­sio­ne degli stes­si crea­to­ri, Sho­re e Atta­na­sio). Ad Hou­se piac­cio­no gli enig­mi, i casi dif­fi­ci­li; ogni epi­so­dio è strut­tu­ra­to alla stes­sa manie­ra, fino all’intuizione che rie­sce a sbloc­ca­re il caso e a sal­va­re il pazien­te. Que­sto ele­men­to ha crea­to una cer­ta fide­liz­za­zio­ne con la serie, appas­sio­nan­do anche per quell’aspetto inve­sti­ga­ti­vo, alla ricer­ca di det­ta­gli fon­da­men­ta­li. Il tut­to gra­zie anche ai favo­lo­si team che accom­pa­gna­no Hou­se.  In otto anni sono tan­ti i co-pro­ta­go­ni­sti, ad ognu­no dei qua­li è sta­ta affi­da­ta una linea nar­ra­ti­va pre­ci­sa, con un fina­le non sem­pre allegro.

L’amicizia con Wil­son è la chia­ve di Hou­se ed emer­ge soprat­tut­to nell’ultima sta­gio­ne. Wil­son è l’anti-House, ma è l’unico in gra­do di con­trol­lar­lo e di gui­dar­lo, anche se sem­bra sem­pre esse­re sot­to­mes­so dall’ego gigan­te­sco di Gre­go­ry. Ma die­tro gli scher­zi, i truc­chet­ti e le innu­me­re­vo­li pre­se in giro, c’è una base soli­da, un pie­di­stal­lo che reg­ge tut­ti i difet­ti di Hou­se. Sen­za Wil­son, Hou­se sareb­be fini­to dopo poche puntate.

Eve­ry­bo­dy dies

Que­sto il tito­lo dell’ultima pun­ta­ta di una serie che è riu­sci­ta a man­te­ner­si su alti livel­li sino alla fine, sen­za mai delu­de­re il vasto pub­bli­co, che ades­so si sen­te orfa­no di un gran­de per­so­nag­gio tele­vi­si­vo e di un gran­de atto­re (che reste­rà sem­pre e comun­que Gre­go­ry Hou­se). Tut­ti muo­io­no: que­sta è la veri­tà che Hou­se si vede scrit­ta davan­ti, un rife­ri­men­to anche a se stes­so. In una pro­fon­da rivi­si­ta­zio­ne del suo pas­sa­to recen­te, Hou­se si scon­tra final­men­te con tut­te le sue con­vin­zio­ni e il suo esse­re, per arri­va­re a una defi­ni­ti­va con­clu­sio­ne. Per com­men­ta­re il fina­le di sta­gio­ne ser­vi­reb­be riper­cor­re­re ogni gran­de even­to nel­la vita di Hou­se, ma in otto anni il per­so­nag­gio si è evo­lu­to e noi tut­ti lo abbia­mo ama­to in ogni suo cam­bia­men­to. Un sen­ti­to gra­zie, quin­di, per una bel­lis­si­ma serie tv: lo zop­po ci man­che­rà. Ma soprat­tut­to ci man­che­rà la sua iro­nia cau­sti­ca e la sua genialità.

Danie­le Colombi

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