Da riascoltare
Wish you were here

Due uomi­ni in giac­ca e cra­vat­ta si strin­go­no la mano, uno dei due è in fiam­me. L’idea di base è la con­di­zio­ne dell’uomo moder­no inca­pa­ce di aprir­si all’altro per pau­ra di rima­ner­ne scot­ta­to, bru­cia­to, spia­nan­do la stra­da ad una serie di rap­por­ti fon­da­ti sull’impersonalità. Sul­lo sfon­do, gli stu­di del­la War­ner Bros (dove è sta­to ese­gui­to lo scat­to): un non-luo­go dove regi­sti e sce­neg­gia­to­ri per­do­no la con­ce­zio­ne del­la vita rea­le per river­sar­si in una fittizia.

E’ la coper­ti­na del­l’al­bum Wish you were here, tri­bu­to all’amico ed ex com­po­nen­te del grup­po Syd Bar­rett. In real­tà non esi­ste una dedi­ca spe­ci­fi­ca, ma que­sto è un disco sull’ “assen­za”, sul­la con­di­zio­ne alie­na­ta dell’uomo nel­la socie­tà moder­na e indu­stria­le, e per il grup­po tut­to ciò signi­fi­ca­va Syd.

Sia­mo nel 1974 e i Pink Floyd devo­no con­fron­tar­si col suc­ces­so epo­ca­le di The Dark Side of the Moon. Con la fama che gra­va su di loro, ini­zia un perio­do di stal­lo crea­ti­vo che dura oltre nove mesi, dopo i qua­li rie­sco­no infi­ne a regi­stra­re Wish you were here, usci­to nel ‘75. Wish you were here ha una dop­pia fac­cia. Da una par­te è un’opera che con le sue note malin­co­ni­che può defi­nir­si sen­ti­men­ta­le, dall’altra pos­sie­de la for­za evo­ca­ti­va per urla­re con­tro il sitse­ma dell’industria musicale.

L’alienazione è tema cen­tra­le in tut­ta la disco­gra­fia dei Pink Floyd, ma qui ne tro­via­mo una let­tu­ra in chia­ve esi­sten­zia­le: Syd Bar­rett, lin­fa crea­ti­va dei pri­mi Pink Floyd, sem­pre in anti­ci­po sui tem­pi, al pun­to da aver crea­to un sol­co incol­ma­bi­le tra sè e il rea­le, “è solo un pre­te­sto, l’esempio viven­te di tut­ti que­gli estre­mi cui la gen­te è costret­ta ad abban­do­nar­si come uni­co modo pos­si­bi­le per far fron­te alla male­det­ta alie­na­zio­ne pro­vo­ca­ta dal­la vita con­tem­po­ra­nea: riti­rar­si com­ple­ta­men­te nel pro­prio guscio”. Così dichia­ra Roger Waters, bas­si­sta e prin­ci­pa­le lyri­ci­st del­la band, poco dopo la pub­bli­ca­zio­ne dell’album. Bar­rett, cofon­da­to­re dei Pink Floyd, li abban­do­nò nel ‘68 in segui­to ad un crol­lo psi­co­lo­gi­co i cui segni era­no evi­den­ti già da tem­po. Il suo abban­do­no è sta­to più che altro una scel­ta del grup­po, non più in gra­do di reg­ge­re la situa­zio­ne. Sguar­di vuo­ti, con­cer­ti in cui dopo aver scor­da­to la chi­tar­ra Syd si riti­ra­va in un ango­lo del pal­co, una pre­sen­za non pre­sen­te negli stu­di di regi­stra­zio­ne; fin­chè un gior­no il resto del­la band fece cade­re nel vuo­to la doman­da di uno di loro “Non dob­bia­mo pas­sa­re a pren­de­re Syd?”. Il dolo­ro­so distac­co di Syd Bar­rett dai Pink Floyd ebbe ini­zio così.

L’idea di par­ten­za di Wish you were here non era l’assenza di Syd. Egli diven­ta emble­ma dell’estraniamento dell’uomo in un mon­do domi­na­to dal­la Mac­chi­na, dagli inte­res­si. Que­sto con­cet­to vie­ne svi­lup­pa­to a par­ti­re dal bra­no Wel­co­me to the machi­ne. La can­zo­ne si apre con un rumo­re di por­te, a sim­bo­leg­gia­re l’avanzamento del pro­gres­so, e si chiu­de con un bru­sio di fol­la, in un luo­go dove le per­so­ne si tro­va­no insie­me sen­za però riu­sci­re a comu­ni­ca­re real­men­te. Vie­ne descrit­to il pas­sag­gio dall’infanzia all’età adul­ta, segna­ta dal pote­re del­la Mac­chi­na, che poi rap­pre­sen­ta anche il pote­re dei media e l’industria disco­gra­fi­ca, all’interno del­la qua­le l’artista vie­ne immo­la­to in nome del pro­fit­to dei mana­ger. Il mec­ca­ni­smo del­la Mac­chi­na in azio­ne lo si tro­va inve­ce in Have a cigar, dove il pro­ta­go­ni­sta è uno ste­reo­ti­pa­to boss disco­gra­fi­co. Que­sto è il pun­to di col­le­ga­men­to con Syd: in Have a cigar leg­gia­mo tut­to il disprez­zo dei Pink Floyd nei con­fron­ti del­lo show busi­ness, e in que­sto mon­do domi­na­to da una mac­chi­na tra­spor­ta­tri­ce, il mon­do para­nor­ma­le in cui l’amico si era “rifu­gia­to” diven­ta qua­si un sim­bo­lo di liber­tà, di purez­za. L’uinco modo per uscir­ne è la fol­lia, come ha fat­to Syd.

“You rea­ched for the secret too soon, you cried for the moon”. Il leit motiv di Shi­ne on you cra­zy dia­mond, divi­so in 9 par­ti che ini­zia­no e con­clu­do­no l’album, è un chia­ro rife­ri­men­to a Syd, con­si­de­ra­to un “seer of vision” che ha col­to trop­po pre­sto il signi­fi­ca­to dell’utopia, sen­za riu­sci­re a sop­por­tar­la. “Fai pre­sto a impaz­zi­re”, è Mason che par­la, “quan­do ti ritro­vi com­ple­ta­men­te iso­la­to, quan­do non vedi più nes­sun filo con­dut­to­re tra te e il mon­do che ti cir­con­da”. Waters rac­con­ta di non sape­re esat­ta­men­te per­chè aves­se comin­cia­to a scri­ve­re su Syd il testo di que­sto bra­no, è una cosa che gli è venu­ta natu­ra­le data la malin­co­nia intrin­se­ca nel­la musi­ca, che soli­ta­men­te scri­ve­va­no pri­ma dei testi. Fa ecce­zio­ne Wish you were here le cui liri­che furo­no scrit­te in pre­ce­den­za. E spic­ca­no per la loro capa­ci­tà di toc­car­ci: è una can­zo­ne d’amore, una del­le poche sen­ti­men­ta­li che il grup­po ha scrit­to. Ma è un amo­re in sen­so ampio, è una can­zo­ne che par­la di ami­ci­zia. Waters invo­ca l’amico che si è per­so nei mean­dri del­la fol­lia, lì dove rea­le e sur­rea­le non han­no con­fi­ni (“Do you think you can tell?”). E’ qui che risie­de il cuo­re pul­san­te dell’intero album, nell’ultima stro­fa: alla fine i due resta­no insie­me, “two lost souls swim­ming in a fish bowl”, sul­lo stes­so suo­lo, con le stes­se paure.

Ludo­vi­ca De Girolamo

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