Non si esce vivi dagli anni ’90
Clinton e USA2012

La cam­pa­gna per le Ele­zio­ni Pre­si­den­zia­li negli U.S.A. sta entran­do nel vivo e, a pochi gior­ni dall’incoronazione di Mitt Rom­ney a Tam­pa qua­le cam­pio­ne del Par­ti­to Repub­bli­ca­no, si è aper­ta a Char­lot­te la con­ven­tion Demo­cra­ti­ca che inve­sti­rà Barack Oba­ma del com­pi­to di ricon­fer­ma­re per altri quat­tro anni la pro­pria presidenza.

Lascian­do alla stam­pa inter­na­zio­na­le il com­pi­to di ana­liz­za­re il duel­lo a distan­za tra i due can­di­da­ti (pro­prio sta­se­ra il pre­si­den­te uscen­te ter­rà il suo discor­so), vor­rei pro­por­re una rifles­sio­ne sul discor­so di Bill Clin­ton e sul­le sen­sa­zio­ni da esso susci­ta­te tra i dele­ga­ti demo­cra­ti­ci e tra tut­ti gli osser­va­to­ri inter­na­zio­na­li, tra i qua­li nel nostro pic­co­lo ci ascriviamo.

Sono sostan­zial­men­te due i fili ros­si intrec­cia­ti nel­la rifles­sio­ne susci­ta­ta dall’ascolto del­le paro­le del vec­chio pre­si­den­te, uno di natu­ra poli­ti­ca e uno di natu­ra sen­ti­men­ta­le. Il Par­ti­to Demo­cra­ti­co e il Par­ti­to Repub­bli­ca­no non han­no una dif­fe­ren­te ideo­lo­gia, ben­sì una dif­fe­ren­te decli­na­zio­ne di que­sta ideo­lo­gia nel­le poli­ti­che pra­ti­che attua­te e da attuar­si. Entram­bi i par­ti­ti con­di­vi­do­no infat­ti i prin­ci­pi car­di­ne del pen­sie­ro libe­ra­le e, nel­la loro visio­ne eco­no­mi­ca, entram­bi sosten­go­no tesi libe­ri­ste e mer­ca­ti­ste. Sia i Dem che il GOP si ispi­ra­no al gran­de idea­le dell’American Dream, quel sogno per cui tut­ti pos­so­no rea­liz­za­re le pro­prie aspi­ra­zio­ni nel­la “pro­mi­sed land” degli Sta­ti Uni­ti d’America, ed entram­bi i par­ti­ti cre­do­no fer­ma­men­te nel­la supe­rio­ri­tà mora­le del­la pro­pria Nazio­ne e del com­pi­to ad essa asse­gna­to (da Dio e dal­la Sto­ria) nel­la reden­zio­ne del mondo.

Posto quin­di che entram­bi con­di­vi­do­no la stes­sa visio­ne del mon­do, è del tut­to evi­den­te che l’applicazione pra­ti­ca dei pro­pri idea­li diver­ga sen­si­bil­men­te nel­la pras­si poli­ti­ca. Non è que­sto il luo­go per dilun­gar­si sul­le diver­gen­ze tra le ammi­ni­stra­zio­ni Rea­gan e Clin­ton o le ammi­ni­stra­zio­ni Bush e Oba­ma, ma è inte­res­san­te tut­ta­via ricor­da­re quan­to spes­so pre­si­den­ti di un par­ti­to abbia­no fat­to pro­prie le bat­ta­glie poli­ti­che degli avver­sa­ri (la rifor­ma del wel­fa­re di Clin­ton “scip­pa­ta” al GOP o la nor­ma­ti­va sul­la finan­za del 2008 vara­ta dall’amministrazione Bush con i voti dei Dem e anche ricor­da­ta nel docu-film “Too big to fall”, per fare due esem­pi recen­ti). Un’altra con­se­guen­za di que­sta con­di­vi­sio­ne di fon­do del­la stes­sa ideo­lo­gia com­por­ta un duel­lo poli­ti­co incen­tra­to spes­so su tema­ti­che estre­ma­men­te lon­ta­ne dal­le logi­che euro­pee di costru­zio­ne del con­sen­so (ad esem­pio il ruo­lo del­la Fir­st Lady, deter­mi­nan­te nel­la scel­ta di un can­di­da­to pre­si­den­te piut­to­sto che del suo sfi­dan­te, o la pre­stan­za atle­ti­ca del can­di­da­to stesso).

Il pun­to fon­da­men­ta­le del­la rifles­sio­ne riguar­da però quel momen­to in cui l’ideologia fon­da­men­ta­le entra in cri­si insie­me al siste­ma eco­no­mi­co da essa for­gia­to: il Par­ti­to Demo­cra­ti­co, con­sa­pe­vo­le che la cri­si ini­zia­ta nel 2008, e tutt’altro che ter­mi­na­ta, deri­va da una man­ca­ta rego­la­men­ta­zio­ne del­la finan­za e dal­la spe­cu­la­zio­ne sel­vag­gia, sta cer­can­do di pro­por­re temi tipi­ca­men­te social­de­mo­cra­ti­ci (la redi­stri­bu­zio­ne del­la ric­chez­za tra­mi­te tas­sa­zio­ne pro­gres­si­va su tut­ti) cer­can­do però in tut­ti i modi di non appa­ri­re un par­ti­to social­de­mo­cra­ti­co agli occhi dell’elettorato, ter­mi­ne visto alla stre­gua di un insul­to (e come tale impie­ga­to dai Repub­bli­ca­ni) nel­la socie­tà ame­ri­ca­na. La demo­cra­zia ame­ri­ca­na non ammet­te ideo­lo­gie diver­se da quel­la pre­sta­bi­li­ta, pena l’emarginazione poli­ti­ca, e quan­do quell’ideologia fal­li­sce i suoi obiet­ti­vi è mol­to dif­fi­ci­le smarcarsene.

La secon­da rifles­sio­ne riguar­da inve­ce il vec­chio Bill Clin­ton, ed è una rifles­sio­ne più sen­ti­men­ta­le che poli­ti­ca. Egli ha incar­na­to il sen­so di rivin­ci­ta di una gene­ra­zio­ne e di inte­re clas­si socia­li dimen­ti­ca­te, capa­ci di infran­ge­re l’enorme con­sen­so repub­bli­ca­no nato con l’era di Ronald Rea­gan e pro­se­gui­ta dal suo vice Gero­ge Bush Senior, e di por­ta­re alla Casa Bian­ca un demo­cra­ti­co di secon­da linea, pro­ve­nien­te da uno Sta­to mar­gi­na­le come l’Arkansas, con una sto­ria poli­ti­ca alle spal­le fat­ta di suc­ces­si e insuc­ces­si. Clin­ton è sta­to tut­to que­sto nel 1992, “il pri­mo pre­si­den­te nero”, per­ché dodi­ci anni di ammi­ni­stra­zio­ne repub­bli­ca­na ave­va­no com­ple­ta­men­te rimos­so dall’agenda poli­ti­ca ame­ri­ca­na la pari­fi­ca­zio­ne socia­le, ma è sta­to anche il pre­si­den­te di mol­ti com­pro­mes­si (per­ché costret­to alla coa­bi­ta­zio­ne con un Con­gres­so a mag­gio­ran­za repub­bli­ca­na, e mol­to agguer­ri­ta), uno tra tut­ti quel­lo sul mer­ca­to del lavo­ro con il qua­le costrin­se l’opposizione repub­bli­ca­na all’afasia, sot­traen­do­le una bat­ta­glia decisiva.

Clin­ton ha incar­na­to nel­la sua figu­ra gli anni Novan­ta nel­la stes­sa misu­ra in cui Rea­gan ha incar­na­to gli anni Ottan­ta, costruen­do un’immagine di sere­ni­tà e pro­spe­ri­tà sor­ret­te dal­la cre­sci­ta eco­no­mi­ca deri­van­te dal­lo svi­lup­po del set­to­re del­le nuo­ve tec­no­lo­gie infor­ma­ti­che. Ha supe­ra­to inden­ne le scon­fit­te nel­le ele­zio­ni di medio ter­mi­ne, il Sex­ga­te, la guer­ra nei Bal­ca­ni e la scon­fit­ta del suo vice alle ele­zio­ni del 2000, ed è tutt’ora il poli­ti­co ame­ri­ca­no più ama­to (gli indi­ci di gra­di­men­to gli asse­gna­no un 67% di fidu­cia a fron­te del 45% del pre­si­den­te in cari­ca). Il moti­vo per cui Bill Clin­ton è in gra­do di rac­co­glie­re a sé que­sto immen­so patri­mo­nio di con­sen­si e fidu­cia non risie­de nel­la memo­ria del­la sua Ammi­ni­stra­zio­ne, ben­sì nel­la memo­ria di ciò che è sta­ta l’America negli anni Novan­ta, una Nazio­ne in cre­sci­ta, rima­sta sola al coman­do dei desti­ni del mon­do dopo la cadu­ta dell’Unione Sovie­ti­ca, in cui il fami­ge­ra­to Ame­ri­can Dream era più vivo che mai e il cine­ma di Hol­ly­wood pote­va descri­ve­re nel­le sue com­me­die que­gli sce­na­ri sere­ni e fidu­cio­si che dagli anni Cin­quan­ta e Ses­san­ta non veni­va­no più ripro­po­sti agli occhi del mon­do occidentale.

Oggi il com­pi­to di Bill Clin­ton è quel­lo di spin­ge­re il pre­si­den­te Oba­ma ver­so una ricon­fer­ma dif­fi­ci­le, nono­stan­te quat­tro anni fa pro­prio Oba­ma sot­tras­se la nomi­na­tion alla moglie ed ex fir­st lady per la qua­le egli si era spe­so mol­tis­si­mo. E’ un com­pi­to al qua­le si è dedi­ca­to con fer­vo­re for­se anche per dimo­stra­re al suo più gio­va­ne suc­ces­so­re che il vero lea­der dei Demo­cra­ti­ci era ed è rima­sto anco­ra lui, il vec­chio leo­ne dell’Arkansas, venu­to dal nul­la per scon­fig­ge­re l’invicibile Grand Old Party.

Ange­lo Turco

 

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