Milano Nascosta
Quando si dice “avere i nervi a fior di pelle”

Data la for­tu­na e l’interesse qua­si maca­bro susci­ta­to dal­le ope­re di Gun­ther Von Hagens, auto­re del­la mostra Body Worlds, che met­te com­ple­ta­men­te a nudo l’anatomia uma­na, è curio­so nota­re come que­sto filo­ne si pos­sa inse­ri­re in con­ti­nui­tà con l’in­te­res­se cin­que­cen­te­sco per l’esercitazione ana­to­mi­ca. La dif­fe­ren­za tut­ta­via è pale­se: men­tre una vol­ta i cor­pi veni­va­no sezio­na­ti per capi­re a fon­do la com­ples­si­tà del cor­po da ripro­dur­re nel­la com­po­si­zio­ne, nel XXI seco­lo sono gli orga­ni stes­si a diven­ta­re ope­ra d’arte (sem­pre meglio di Geri­cault, che per rea­liz­za­re la sua Zat­te­ra ave­va così mar­to­ria­to i pro­pri model­li, che for­se avreb­be fat­to pri­ma a dipin­ge­re in un obitorio).

Già seco­li addie­tro gli arti­sti si scer­vel­la­va­no per crea­re cor­pi musco­lo­si e vivi, inco­min­cian­do a con­cen­trar­si sul­le figu­re e sul­le tor­sio­ni dei cor­pi, fino a svi­sce­ra­re ogni sin­go­lo arto e ogni musco­lo: famo­si sono gli stu­di pre­pa­ra­to­ri degli Ignu­di di Miche­lan­ge­lo Buo­nar­ro­ti (det­ta­glia­ti anche a cau­sa di un inte­res­se per il cor­po maschi­le diver­so da quel­lo mera­men­te arti­sti­co) come pure la minu­zio­si­tà dei dise­gni di Leo­nar­do da Vinci.
E fu pro­prio Leo­nar­do a ini­zia­re que­sto nuo­vo gusto per l’anatomia che influen­zò for­te­men­te l’arte a lui suc­ces­si­va. Non aven­do mai avu­to la for­tu­na di vede­re da pic­co­lo “Esplo­ran­do il cor­po uma­no” (chi non l’avesse mai visto, vada subi­to a far­si una cul­tu­ra), l’artista deci­se di sup­pli­re lui stes­so a que­sta caren­za di infor­ma­zio­ne. Gli stu­di di ana­to­mia era­no anco­ra fer­mi alle cre­den­ze anti­che e nono­stan­te la dis­se­zio­ne non fos­se più un tabù, c’era chi anco­ra si basa­va sul­lo smem­bra­men­to di gran­di ani­ma­li (gran­di, natu­ral­men­te, per­ché l’uomo era il model­lo di rife­ri­men­to, sem­bra un para­dos­so, ma for­se il con­cet­to “l’uomo è un ani­ma­le socia­le” è sta­to pre­so trop­po alla let­te­ra.); Galie­no addi­rit­tu­ra ave­va deci­so che la cavia idea­le fos­se il maia­le, for­se per­chè ave­va riscon­tra­to qual­che ugua­glian­za com­por­ta­men­ta­le, appli­can­do le sue sco­per­te diret­ta­men­te in cam­po umano.
Leo­nar­do, inve­ce di diven­ta­re un abi­le pro­fa­na­to­re di tom­be, deci­se di sfrut­ta­re a fon­do la sua fama e il suo pre­sti­gio, otte­nen­do dai vesco­vi il per­mes­so di com­pra­re del­le sal­me per moti­vi di stu­dio, ripro­du­cen­do fedel­men­te le sue sco­per­te nel codi­ce ora situa­to nel castel­lo di Wind­sor. Nono­stan­te l’oscurantismo di que­sti dise­gni fino al sei­cen­to, essi influen­za­ro­no note­vol­men­te la cul­tu­ra mila­ne­se e le ope­re suc­ces­si­ve alla sua per­ma­nen­za nel­la capi­ta­le lombarda.
Un esem­pio cal­zan­te si tro­va nasco­sto nel­la penom­bra del brac­cio destro del tran­set­to del Duo­mo di Mila­no. Si trat­ta di una scul­tu­ra fine­men­te lavo­ra­ta che ha amma­lia­to e inor­ri­di­to gene­ra­zio­ni di visi­ta­to­ri, ma che cer­ta­men­te non può pas­sa­re inos­ser­va­ta da chiun­que le pas­si accan­to. La figu­ra rap­pre­sen­ta­ta è quel­la di San Bar­to­lo­meo, sog­get­to che si pre­sta mol­to bene come eser­ci­zio ana­to­mi­co data la natu­ra del suo mar­ti­rio; infat­ti morì pro­ba­bil­men­te in Siria con­dan­na­to alla mor­te per­sia­na: fu scor­ti­ca­to vivo e poi cro­ci­fis­so (che si inse­ri­sce bene nel­la tra­di­zio­ne del­le mor­ti vio­len­te e cruen­te che carat­te­riz­za­no le sto­rie dei san­ti). Per que­sto i suoi attri­bu­ti prin­ci­pa­li sono il libro del­le sacre scrit­tu­re, il col­tel­lo con il qua­le fu spel­la­to e la sua stes­sa pel­le divel­ta dal cor­po. Un’iconografia che sem­bra qua­si copia­ta da quel­la clas­si­ca di Mar­sia, il sati­ro scuo­ia­to da Apol­lo come puni­zio­ne per esser­si rite­nu­to più bra­vo del dio nell’arte del­la musica.
Il San Bar­to­lo­meo in Duo­mo è ope­ra di Mar­co d’Agrate, arti­sta oggi, pur­trop­po, alquan­to sco­no­sciu­to, che rea­liz­zò la scul­tu­ra nel 1562 per esse­re col­lo­ca­ta all’esterno del fian­co meri­dio­na­le del­la cat­te­dra­le (quel­lo che guar­da ver­so Palaz­zo Rea­le). L’opera era tal­men­te apprez­za­ta che fu spo­sta­ta nel 1664 nel­la col­lo­ca­zio­ne attua­le per musea­liz­zar­la con un inten­to con­ser­va­ti­vo. Mol­to pro­ba­bil­men­te fu in que­sta occa­sio­ne che fu posta alla base del­la sta­tua la curio­sa epi­gra­fe “Non me Pra­xi­te­les sed Marc(us) fin­xit Agra(tes)” (Non mi fece Pras­si­te­le, ma Mar­co d’Agrate). Con que­sta iscri­zio­ne si vole­va ren­de­re omag­gio alla mae­stria con la qua­le fu rea­liz­za­to que­sto sag­gio acca­de­mi­co, para­go­nan­do l’artista al som­mo scul­to­re dell’antichità: un model­lo qua­si inimitabile.

Effet­ti­va­men­te la tec­ni­ca con la qua­le vie­ne resa è pre­ci­sa e raf­fi­na­ta. Quel­le che da lon­ta­no sem­bra­no pia­ghe di un vec­chio sag­gio, sono in real­tà i musco­li e le vene posti a vista, rea­liz­za­ti in modo da ren­de­re vivo e par­lan­te il mar­mo; men­tre quel­la che ad una pri­ma occhia­ta sem­bra la toga di un ora­to­re, in real­tà è la stes­sa pel­le del san­to che usa­ta come gran­de peplo per copri­re il cor­po nudo (anche per­chè una solu­zio­ne come quel­la adot­ta­ta da Bot­ti­cel­li nel­la sua Vene­re, dove la dea si copri­va pudi­ca­men­te con la sua stes­sa chio­ma, qui non era attua­bi­le). Anche la testa del san­to, che pen­de ine­spres­si­va e con le orbi­te vuo­te dal­la sua spal­la, è resa con una vero­si­mi­glian­za impres­sio­nan­te, con una chio­ma ric­cio­lu­ta debi­tri­ce del­la rap­pre­sen­ta­zio­ne di San Bar­to­lo­meo all’interno del Giu­di­zio Uni­ver­sa­le di Michelangelo.
Che piac­cia o meno que­sta sta­tua, la mae­stria con cui fu resa ci fa capi­re che non biso­gna limi­tar­si ai “gran­di arti­sti” per tro­va­re una vera ope­ra d’arte.

Pao­la Gio­ia Valisi

 

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