Del: 2 Dicembre 2012 Di: Redazione Commenti: 0

“Londra è un treno che corre sempre e non si ferma mai”, mi spiega Padre Riccardo, torcendosi le mani paffute e mandando un sospiro di disappunto.
Eppure, in questa metropoli brulicante di creatività e di lavoro, la gente sembra sforzarsi di soffocare il bisogno di fermarsi un momento a riflettere, a respirare – quasi fosse una colpa perdere il tempo – e, di conseguenza, denaro.

Sebbene non si possa dire che le attività parrocchiali della Chiesa Italiana di San Pietro siano state avviate in risposta all’immigrazione di massa degli ultimi quindici anni (la chiesa fu inaugurata nel 1863), molto del lavoro che i sacerdoti di San Pietro portano avanti è rivolto alla recente, massiccia, immigrazione di giovani studenti e lavoratori italiani.

Ma perché una chiesa italiana a Londra?

La risposta è quasi scontata se si considera che quattro londinesi su dieci non hanno nemmeno origini britanniche, e che molti di questi sono italiani. Tuttavia si potrebbe replicare che, se anche la società italiana è sempre più secolarizzata, ciò dovrebbe valere a maggior ragione per una città sostanzialmente atea dove solamente il 4% degli abitanti frequenta regolarmente la messa domenicale (in Italia il dato si attesta al 12%, in un paese a forte tradizione cattolica come la Polonia al 34%). Lo stesso padre Riccardo in realtà si chiama Ryszard ed è polacco, sacerdote per vocazione dopo una giovinezza trascorsa come ingegnere elicotterista nel blocco sovietico degli anni Settanta. Quando gli domando cosa faccia un prete polacco alla più antica parrocchia italiana di Londra allarga le braccia stupito e risponde quasi ridendo “Carissimo, non ci sono più preti!”, come fosse ovvio.

Però, come sempre c’è un però. A ben vedere la messa domenicale è assai frequentata, e vi sono addirittura due funzioni settimanali animate dai giovani. A Milano è già tanto vedere tra i banchi dei capelli scuri tra le teste brizzolate o bianche, mentre a Londra – capitale della globalizzazione e del multiculturalismo laico – può capitare di vedere decine di giovani ascoltar messa in ginocchio. Nonostante le difficoltà siano le stesse delle parrocchie di mezza Italia (economiche in primis: il gruppo di attività per i bambini non si riunisce più da due anni per mancanza di fondi), sono tantissimi i giovani che si dedicano agli incontri di spiritualità e di preghiera, al coro, al volontariato e alle attività sportive. Ogni due anni si organizzano i “Mini Olympic Games”, e a fianco degli anziani del club della terza età ci sono ragazzi che, a Londra per motivi di studio o – più spesso – di lavoro, il venerdì sera si chiudono in chiesa per l’Adorazione Eucaristica, roba che a chiedere cosa sia in Statale si otterrebbero perlopiù sguardi vacui e risposte incerte, probabilmente anche fuori dall’aula di Storia del Cristianesimo.

La vera domanda diventa allora: perché tanta partecipazione? Escludendo che la potenza di CL abbia esteso i propri tentacoli oltre confine (farebbe meglio a badare ai propri interni, celesti, orizzonti), verrebbe da pensare che in una città in cui le parole rush, target, efficiency, improvement, effectiveness costituiscono il mantra di ogni giovane ragazzo straniero che voglia affermarsi, chi sappia riportare all’ordine del giorno qualcosa dal sapore desueto e quasi un po’ antiquato come i concetti di spiritualità e di dono gratuito di sè sia molto più appealing (tanto per restare linguisticamente in tema) di quanto non potesse esserlo vent’anni fa, o di quanto non possa esserlo oggi in Italia.

Oltre al volontariato dei giovani – di cui però, ovviamente, la St. Peter’s Italian Church non detiene l’esclusiva – la chiesa anima molte altre iniziative caritatevoli, sotto la direzione di Padre Riccardo e di Padre Carmelo (il parrocco, ndr): ci si occupa di problemi sociali, economici, della questione dell’alloggio, che a Londra rappresenta davvero una grossa incognita per chiunque non sia disposto a spendere meno di 2000 euro al mese. A San Pietro ci si prende cura di tossicodipendenti e alcolisti, a cui viene regolarmente lasciato del cibo appena passata la porta dell’ufficio parrocchiale, in modo che chi ne abbia bisogno possa prenderlo senza doverlo chiedere; ci si occupa di mettere in contatto chi l’inglese non lo parla troppo bene con medici ed avvocati che parlino italiano. Grande attenzione è dedicata ovviamente agli immigrati, che sono in continuo aumento, e che sempre in maggior numero si rivolgono a Padre Riccardo e a Padre Carmelo per risolvere mille piccoli problemi pratici, o anche più semplicemente per ritrovare un angolo di casa in quelle domeniche che anche il dio-lavoro, altrimenti onnipresente, lascia libere da impegni.

Se molti di coloro che vivono a Londra da generazioni si presentano in chiesa solo per battesimi e matrimoni, sono i giovani arrivati da poco quelli che animano San Pietro. Persone che magari in Italia non mettevano piede in chiesa dai tempi dell’oratorio, ora ritrovano un pezzo di casa. “E questi sono per noi una vera gioia”, dice Padre Riccardo nel suo italiano dall’accento vagamente est-europeo. Tuttavia, mentre pronuncia queste parole, mi accorgo che senza volerlo disegna un enorme sorriso, un po’ storto, sul foglio di carta che tiene tra le mani.

Giovanni Masini
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