Sulle orme di Chatwin

Diver­sa­men­te da Chat­win, che nel 1976 var­cò i con­fi­ni Argen­ti­ni alla ricer­ca del­la pel­le del cele­bre milo­don­te, il mio viag­gio lun­go que­sta stri­scia di ter­ra non è sta­to né un’avventura e né un rac­con­to, solo il sus­se­guir­si di emo­zio­ni e pen­sie­ri che mi han­no capo­vol­to l’a­ni­mo e la men­te, fino a ren­der­mi com­pli­ce del mio futuro.

La realtà che al mio ritorno si è mostrata è che entrambi, sia io che Chatwin siamo partiti a 26 anni, avevamo circa lo stesso piano di viaggio e la fatidica domanda “Che ci faccio qui?”.

Rispet­to a 36 anni fa, l’Argentina è una meta mol­to più faci­le da rag­giun­ge­re e da vede­re (per gli ita­lia­ni il visto non vie­ne richie­sto dal­le auto­ri­tà doga­na­li), nono­stan­te il regi­me mili­ta­re sia anco­ra un ricor­do vivo e pul­san­te a cau­sa del­la pesan­te ere­di­tà e per il mar­ca­to nazio­na­li­smo, così come la cri­si eco­no­mi­ca d’inizio secolo.

Pun­to di par­ten­za per l’altro emi­sfe­ro è il poco sug­ge­sti­vo ter­mi­nal B di Mal­pen­sa, con il  volo diret­to ad Atlan­ta e, suc­ces­si­va­men­te all’aeroporto più gran­de del mon­do, Bue­nos Aires. La dif­fe­ren­za con l’emisfero Nord si fa evi­den­te fin dall’atterraggio: l’aeroporto Pista­ri­ni è una meta­fo­ra del Sud Ame­ri­ca, poi­ché rac­chiu­de in sé la moder­ni­tà, il sapo­re dell’esotico, la pover­tà e la sin­ce­ri­tà di un popo­lo immigrato.

Ad atten­der­mi all’arrivo nel­la Capi­ta­le Fede­ra­le mi atten­de­va un ami­co il qua­le era in cit­tà lun­go il suo pel­le­gri­nag­gio austra­le in con­tem­po­ra­nea alla mia visi­ta e che ha reso mol­to più leg­ge­ro l’inserimento nel tes­su­to sot­ti­le del­la una metro­po­li sud-ame­ri­ca­na. L’impatto con la capi­ta­le argen­ti­na è sta­to mol­to for­te: l’autobus n°8, il più eco­no­mi­co che por­ta al cen­tro di Bue­nos Aires, per­cor­re stra­de sta­ta­li attra­ver­san­do inte­ri pae­si, le peri­fe­rie e alcu­ne “vil­la mise­ria”, nome con cui gli argen­ti­ni defi­ni­sco­no i quar­tie­ri mal­fa­ma­ti. Nono­stan­te que­sto, il pano­ra­ma che si gode dai fine­stri­ni di quel vec­chio bus sono mol­to più sug­ge­sti­vi rispet­to a quel­li dell’autopista (auto­stra­da) che scor­re accan­to. L’attenzione di tut­ti i pen­do­la­ri loca­li è rivol­ta ver­so chi, come me, risul­ta esse­re estra­neo a que­sta real­tà, ma curio­so e posi­ti­vo a con­ce­der­si alla vita di que­sta metro­po­li e di que­sto popolo.

Per appro­fit­ta­re di tut­te le sfac­cet­ta­tu­re di una mega­lo­po­li come Bai­res è mol­to pra­ti­co sog­gior­na­re in uno dei tan­tis­si­mi ostel­li, che in Argen­ti­na sono fre­quen­ta­ti spes­so da stu­den­ti stra­nie­ri, turi­sti loca­li e lavo­ra­to­ri occa­sio­na­li: i moti­vi di que­sta scel­ta, per noi e per loro, sono i prez­zi mol­to con­ve­nien­ti, i ser­vi­zi offer­ti e le posi­zio­ni carat­te­ri­sti­che in alcu­ni quar­tie­ri. L’unica accor­tez­za è dif­fi­da­re dei tas­si­sti loca­li, i qua­li per spin­ger­vi ver­so ostel­li a loro affi­lia­ti fomen­ta­no la pau­ra del pas­seg­ge­ro stra­nie­ro, rac­con­tan­do di quan­to sia mal­fa­ma­to il quar­tie­re dove lo stes­so si sta dirigendo.

Bue­nos Aires, nei pri­mi gior­ni del viag­gio, è sta­ta la base per cono­sce­re gli usi e costu­mi del Pae­se: il nostro vero obiet­ti­vo era la Pata­go­nia. Per rispar­mia­re tem­po abbia­mo deci­so di pren­de­re un volo inter­no con desti­na­zio­ne ElCa­la­fa­te, cit­tà a oltre 2000 km a Sud del­la capi­ta­le, cono­sciu­ta solo ed esclu­si­va­men­te per moti­vi turi­sti­ci. All’u­sci­ta del moder­no e pic­co­lo aero­por­to, la tem­pe­ra­tu­ra, essen­do inver­no, era mol­to più bas­sa rispet­to a quel­la di Bue­nos Aires ma il fred­do non era pun­gen­te come descrit­to dal­la cele­bre gui­da car­ta­cea che ci accom­pa­gna­va. Una lun­ga e sot­ti­le lin­gua d’asfalto con­du­ce alla cit­tà che, alme­no a mio avvi­so, non entu­sia­sma per la sua bel­lez­za: nata e cre­sciu­ta sul­le spon­de del Lago Argen­ti­no, ha la sua colon­na por­tan­te in una via cen­tra­le, costel­la­ta di nego­zi di sou­ve­nir e ali­men­ta­ri; risal­ta­no solo alcu­ni mura­les e le tipi­che abi­ta­zio­ni a un pia­no che, con il tet­to in lamie­ra appun­ti­to, inter­rom­po­no anche la mono­to­nia del­la mese­ta pata­go­ni­ca.

Da El Cala­fa­te, gra­zie a uno dei tan­ti tour ope­ra­tor, è pos­si­bi­le rag­giun­ge­re il Par­co Nazio­na­le del Peri­to More­no, dove si può ammi­ra­re l’omonimo, e in costan­te movi­men­to, ghiac­cia­io. Il pac­chet­to turi­sti­co che abbia­mo scel­to non era mol­to costo­so per un turi­sta euro­peo e ci ha per­mes­so di par­te­ci­pa­re ad alcu­ne espe­rien­ze ecce­zio­na­li come un giro in bar­ca vici­no al Peri­to, a un’escursione mera­vi­glio­sa per alcu­ni sen­tie­ri del­la “Bue­nos Aires di ghiac­cio” e a una splen­di­da meren­da a base di scotch, raf­fred­da­to da scheg­ge di ghiac­cio del Peri­to e alfa­jo­res (tipi­co dol­ce locale).

Un sen­ti­men­to di malin­co­nia mi per­va­de quan­do, spor­gen­do­mi dal­le nuo­ve bal­co­na­te in legno e fer­ro di fron­te al ghiac­cia­io, mi tor­na alla men­te la foto di Chat­win, scat­ta­ta in un epo­ca in cui anco­ra si pote­va cam­mi­na­re nei ripi­di boschi che con­du­ce­va­no alla riva e dove la frac­tu­ra, ovve­ro la rot­tu­ra del pon­te di ghiac­cio che per alcu­ni perio­di col­le­ga il ghiac­cia­io alla ter­ra­fer­ma, non si era anco­ra verificata.

Scap­pan­do da El Cala­fa­te, e divi­den­do­mi dal mio com­pa­gno di viag­gio, è ini­zia­ta la mia risa­li­ta del­la Pam­pa con la meno cele­bre Rou­ta 3; i pae­sag­gi costel­la­ti di cespu­gli, la ter­ra scu­ra, le recin­zio­ni del­le azien­de agri­co­le e il cie­lo azzur­ro col­pi­sco­no la mia fan­ta­sia riman­dan­do­la a un illo­gi­co para­go­ne con la Bar­ba­gia, e accom­pa­gnan­do­mi per cir­ca ven­ti­due ore di viag­gio. Tap­pa obbli­ga­ta per la risa­li­ta è Rio Gal­le­gos, ulti­mo avam­po­sto del con­ti­nen­te pri­ma di Ushua­ia, che salu­ta tut­ti i suoi visi­ta­to­ri dall’autostrada con una sta­tua di Evi­ta Peron (mol­to più simi­le a Madon­na nei trat­ti). Da qui, supe­ra­ta una del­le mol­te doga­ne inter­ne (cosa che può spiaz­za­re un occi­den­ta­le abi­tua­to a una diver­sa con­ce­zio­ne del­lo spa­zio), si risa­le ver­so il Nord con l’autobus, il mez­zo più eco­no­mi­co e con­for­te­vo­le per gli spo­sta­men­ti inter­ni: infat­ti, la linea fer­ro­via­ria è fram­men­ta­ta e lascia­ta all’incuria, for­se per l’abitudine degli argen­ti­ni di pre­di­li­ge­re il mez­zo a moto­re. La desti­na­zio­ne è una loca­li­tà del­la costa atlan­ti­ca, che ti acco­glie con un for­te ven­to, ammi­ra­ta più vol­te dagli enor­mi fine­stri­ni lun­go la risa­li­ta, la cit­tà di Puer­to Madryn.

DDiver­sa­men­te da El Cala­fa­te, Puer­to Madryn è la tipi­ca cit­tà fon­da­ta da immi­gra­ti, con un cen­tro sto­ri­co e diver­si pun­ti di inte­res­se: l’acciaieria più impor­tan­te del Pae­se, il por­to mer­can­ti­le e un museo ocea­no­gra­fi­co. La cit­tà è la base pre­di­let­ta per i turi­sti e i loca­li che voglio­no anda­re ver­so la Peni­so­la Val­dez, un par­co nazio­na­le dove, a cau­sa del­le cor­ren­ti più cal­de, per lun­ghi perio­di dell’anno pos­so­no esse­re ammi­ra­te le bale­ne, i leo­ni mari­ni e i cele­bri pin­gui­ni di Magel­la­no. Per entra­re nel­la peni­so­la, resa cele­bre da Saint-Exu­pe­ry (il qua­le, ammi­ran­do­la dall’alto men­tre pilo­ta­va un aereo di linea che col­le­ga anco­ra oggi Ushua­ia a Bue­nos Aires, notò la somi­glian­za con un “ser­pen­te che dige­ri­va un ele­fan­te”), sem­pre con un tour ope­ra­tor, si pas­sa da un pic­co­lis­si­mo museo dove ven­go­no esal­ta­ti nomi di scien­zia­ti loca­li, orec­chia­ti già da un altro viag­gia­to­re qua­si 40 anni prima.

Puer­to Pira­mi­des è una pic­co­la loca­li­tà da cui par­to­no del­le bar­che che ti por­ta­no a poche miglia dal­la costa, per osser­va­re meglio i ceta­cei. Il ven­to, in mare, è mol­to più for­te rispet­to alla riva e si fa sen­ti­re men­tre noi turi­sti ci muo­via­mo, con in cor­po l’animo degli esplo­ra­to­ri, da una par­te all’altra dell’imbarcazione per osser­va­re le curio­se bale­ne che, sen­za alcun richia­mo, si avvi­ci­na­no allo sca­fo sof­fian­do, dal­lo sfia­ta­to­io, acqua sala­ta e aria ver­so il mal­ca­pi­ta­to di tur­no che, come il sot­to­scrit­to, sta­va per immor­ta­lar­le in una del­le miglia­ia di foto che por­te­rà a casa in ricor­do del­la gior­na­ta. La visi­ta al par­co poi per­met­te anche di vede­re l’entroterra del­la peni­so­la, pro­mon­to­ri e diver­si ani­ma­li carat­te­ri­sti­ci di que­sta par­te d’Argentina, disto­glien­do l’attenzione dal­le nume­ro­se peco­re incon­tra­te lun­go i chi­lo­me­tri per­cor­si fino a quel momento.

La risa­li­ta è ter­mi­na­ta nuo­va­men­te a Bue­nos Aires, dopo l’ennesima not­te sdra­ia­to su una como­da pol­tro­na. Siste­ma­to­mi in un enne­si­mo ostel­lo, sono par­ti­to cari­co di mil­le accor­gi­men­ti e con l’intenzione di vede­re il più pos­si­bi­le, cer­can­do di capi­re cosa aves­se spin­to Bor­ges, il cele­bre scrit­to­re, a viver­ci e ad ambien­tar­ci i suoi rac­con­ti. Il modo più faci­le è cam­mi­na­re per i quartieri
carat­te­ri­sti­ci, a comin­cia­re da San Tel­mo, il quar­tie­re sto­ri­co del­la bor­ghe­sia del­la cit­tà, dove sem­bra di tor­na­re indie­tro all’arrivo dei mol­ti ita­lia­ni desi­de­ro­si di far for­tu­na in Sud Ame­ri­ca, con i suoi vico­li e le piaz­zet­te pie­ne di nego­zi di anti­qua­ria­to e bistrot in sti­le liber­ty. E’ obbli­ga­to­ria una visi­ta al mer­ca­to coper­to del quar­tie­re, con la pesche­ria e le sue libre­rie, e agli affa­sci­nan­ti cor­ti­li deca­den­ti di ogni palaz­zo del quar­tie­re. Cam­mi­nan­do lun­go i mar­cia­pie­di scon­nes­si ver­so Nord, la cit­tà stu­pi­sce con l’Avenida de Mayo, il tea­tro Colon, Cor­rien­tes e il caos gene­ra­to dal­la fiu­ma­na di per­so­ne che vi scor­re, il quar­tie­re ebrai­co, la Reco­le­ta e Piaz­za Fran­cia con il Museo del­le Bel­le Arti. Con­ti­nuan­do la mia per­so­na­le mara­to­na mi sono imbat­tu­to poi nel monu­men­to dedi­ca­to a Gari­bal­di e nel­la via dedi­ca­ta a Bor­ges, nel­le case di Soho, una del­le zone adi­bi­te alla movi­da del­la cit­tà e quin­di mol­to fre­quen­ta­ta dai ragaz­zi, fran­ce­si soprat­tut­to, che sono in cit­tà gra­zie ai pro­gram­mi Era­smus dei loro ate­nei e che ado­ra­no diver­tir­si tra feste e disco­te­che, nel­le lun­ghe not­ti del­la capi­ta­le alle qua­li, io stes­so, ho potu­to partecipare.

Alla fine del viag­gio, men­tre con un taxi per­cor­ro l’autopista diret­ta al ter­mi­nal del­la nostra com­pa­gnia di ban­die­ra, con nostal­gia spo­sto lo sguar­do ver­so la pic­co­la stra­da sta­ta­le late­ra­le dove, come tut­ti i gior­ni, scor­re l’autobus n°8, in dire­zio­ne oppo­sta alla nostra, por­tan­do con sé i dub­bi che mi accom­pa­gna­va­no pri­ma di com­pra­re i bigliet­ti. Alla fine non era impor­tan­te cosa ci faces­si lì ma piut­to­sto per­ché non ci fos­si sta­to prima.

Davi­de Contu

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