Cronache da Londra:
The active way of life

Sil­via Masie­ro ini­zia a par­la­re che anco­ra non ci sia­mo allon­ta­na­ti dal­la sta­zio­ne del­la metro­po­li­ta­na, e qua­si non ripren­de fia­to, tan­to ha di inte­res­san­te da raccontare.
Ex-boc­co­nia­na volon­ta­ria in Medio Orien­te, Afri­ca e India, ma anche ricer­ca­tri­ce, mara­to­ne­ta, blog­ger e sag­gi­sta, Sil­via ha un cur­ri­cu­lum tal­men­te lun­go che si sten­ta a cre­de­re che abbia appe­na 26 anni.
Dopo aver­la cono­sciu­ta per caso ad una festa, la sua sto­ria mi è par­sa da subi­to degna di nota, ed è così che sia­mo fini­ti a chiac­chie­ra­re davan­ti a una pin­ta di bir­ra chiara.

Par­tia­mo, per una vol­ta, dal­la fine: il tuo ulti­mo libro, The Pale­sti­nian Dilem­ma, rap­pre­sen­ta il risul­ta­to di un lun­go lavo­ro sui temi dei dirit­ti uma­ni e del­la soste­ni­bi­li­tà in Pale­sti­na. Ma cosa c’è all’inizio di que­sto percorso?
Il mio pri­mo approc­cio al volon­ta­ria­to, più che al mio pro­fi­lo pro­fes­sio­na­le, si lega alla mia sto­ria fami­lia­re: nipo­te di due par­ti­gia­ni e figlia di un comu­ni­sta mila­ne­se e di un’anarchica, addor­men­ta­ta sin da bam­bi­na con le sto­rie del­la Resi­sten­za, era ine­vi­ta­bi­le che fos­si edu­ca­ta a valo­ri con­flit­tua­li rispet­to a quel­li domi­nan­ti nel­la socie­tà in cui sono cre­sciu­ta. A diciott’anni, men­tre per l’estate del­la matu­ri­tà tut­ti i miei ami­ci anda­va­no a Ibi­za, io mi accor­si che vole­vo fare qual­co­sa di costrut­ti­vo, e così sono par­ti­ta per un pro­get­to di volon­ta­ria­to ambien­ta­le, a Mara­to­na (e poi – ride — sono diven­ta­ta una mara­to­ne­ta, ndr). Anche se in Gre­cia ho pas­sa­to più tem­po a bere che a fare effet­ti­va­men­te del volon­ta­ria­to, ho comun­que col­to l’input a com­pren­de­re quan­to util­men­te potes­si impie­ga­re il mio tem­po libero.

“Nipote di due partigiani e figlia di un comunista milanese e di un’anarchica, addormentata sin da bambina con le storie della Resistenza, era inevitabile che fossi educata a valori conflittuali rispetto a quelli dominanti

Un inte­res­se per il volon­ta­ria­to e una car­rie­ra uni­ver­si­ta­ria che hai volu­to ini­zia­re in Boc­co­ni: non è for­se una contraddizione?
Può sem­brar­lo, ma anche quel­lo per l’economia era un inte­res­se che mi veni­va dall’educazione fami­lia­re: quan­do la Boc­co­ni l’aveva fat­ta mio padre era un mez­zo di eman­ci­pa­zio­ne rispet­to al pae­si­no del­la bas­sa man­to­va­na da cui proveniva.
Di mio inve­ce ho deci­so di por­ta­re avan­ti, paral­le­la­men­te agli stu­di in Boc­co­ni, il mio inte­res­se per i Pae­si in Via di Svi­lup­po ed è sta­to così che nel 2008, una vol­ta lau­rea­ta, sono anda­ta in Pale­sti­na per la pri­ma volta.

Espe­rien­za desti­na­ta ad esse­re la pri­ma di una lun­ga serie, dal momen­to che, di tut­ti i tuoi mol­te­pli­ci e vari inte­res­si, quel­li lega­ti alle sor­ti del­la nazio­ne e del popo­lo pale­sti­ne­se sem­bra­no star­ti a cuo­re particolarmente.
È così, anche per­ché dopo esse­re arri­va­ta in Medio Orien­te per la pri­ma vol­ta ho capi­to che tut­to quel­lo che cre­de­vo di sape­re (e cre­de­vo di sape­re mol­tis­si­mo, dopo aver fre­quen­ta­to per anni i cen­tri socia­li mila­ne­si, dove inve­ce è pre­sen­te un’impostazione — mi spia­ce dir­lo — mol­to ideo­lo­gi­ca) non vale­va nul­la. Così ho deci­so di capi­re la real­tà pale­sti­ne­se di per­so­na, sce­glien­do un master in “Deve­lo­ping Mana­ge­ment” alla Lon­don School of Eco­no­mics. L’esperienza in Pale­sti­na nel 2008, l’impatto con i cam­pi pro­fu­ghi e con la vio­len­za dei colo­ni israe­lia­ni han­no fat­to del volon­ta­ria­to la mia atti­vi­tà, da sem­pli­ce atti­vi­tà esti­va che era sta­ta sino ad allo­ra, e così ho tra­sfor­ma­to un master che soli­ta­men­te vie­ne segui­to per fare car­rie­ra in un’industria, quel­la del­lo Svi­lup­po, che non ha nul­la di “più eti­co” del­le altre, in un’opportunità per fare ricer­ca a favo­re dei dirit­ti umani.

Tut­ta­via i tuoi stu­di a LSE ti han­no por­ta­to a lavo­ra­re e a stu­dia­re anche lon­ta­no dal­la Palestina.
Duran­te il master ho cono­sciu­to Shi­rin Madon, la mia rela­tri­ce di tesi, pro­fes­so­res­sa di ori­gi­ni india­ne che si occu­pa di siste­mi infor­ma­ti­vi in Kera­la, nell’India del Sud. Nel 2009 sono anda­ta per la pri­ma vol­ta in Kera­la, per una ricer­ca sui tele­cen­tres, un inte­res­san­te pro­get­to del gover­no india­no su cui vale la pena di spen­de­re qual­che paro­la. I tele­cen­tres sono inter­net-cafè gover­na­ti­vi, che lo sta­to del Kera­la finan­zia per­ché la gen­te pos­sa acce­de­re a sva­ria­ti ser­vi­zi gover­na­ti­vi (ad esem­pio le rations cards, docu­men­ti d’accesso a razio­ni di cibo sus­si­dia­to per per­so­ne indi­gen­ti) impa­ran­do allo stes­so tem­po ad usa­re un com­pu­ter ed evi­tan­do le lun­gag­gi­ni del­la burocrazia.
Da esper­ta di siste­mi infor­ma­ti­vi e insie­me da eco­no­mi­sta del­lo svi­lup­po, ho deci­so di segui­re il mio cuo­re, che mi ha det­to: “Vai dove c’è biso­gno, a vede­re di cosa c’è bisogno!”

E imma­gi­no che sia sta­to sem­pre il tuo cuo­re a richia­mar­ti, anno dopo anno, in Pale­sti­na, anche men­tre stu­dia­vi e lavo­ra­vi al master.
Sì, dopo il 2008 sono tor­na­ta in Pale­sti­na fer­man­do­mi mol­te vol­te diver­se set­ti­ma­ne. E sem­pre alla Pale­sti­na è lega­ta la figu­ra che più mi ha ispi­ra­ta come volon­ta­ria e come ricer­ca­tri­ce: Vit­to­rio Arri­go­ni, gior­na­li­sta, blog­ger e volon­ta­rio ita­lia­no ucci­so a Gaza nell’aprile del 2011.

Vittorio è stato anche la persona che mi ha salvata in più di un’occasione, insegnandomi come entrare e uscire dalla Palestina:

per acce­de­re allo Sta­to di Pale­sti­na infat­ti è obbli­ga­to­rio pas­sa­re per Israe­le, dove si vie­ne inter­ro­ga­ti sui moti­vi del­la pro­pria visi­ta. Ovvia­men­te non è nem­me­no pen­sa­bi­le dire aper­ta­men­te che si ha inten­zio­ne di entra­re in Pale­sti­na, biso­gna soste­ne­re di esse­re inte­res­sa­ti alle disco­te­che di Tel Aviv o ai luo­ghi san­ti del­la capi­ta­le. Ogni vol­ta gli uffi­cia­li di fron­tie­ra israe­lia­ni mi han­no fat­to un bel cor­so di ter­ro­ri­smo psi­co­lo­gi­co: “You know Muslims are evil, they put bombs. So if you have any Muslim friends you must tell that.”
Bene, Vit­to­rio mi dice­va, ogni vol­ta che mi aves­se­ro inter­ro­ga­ta, di pen­sa­re a un film con Rena­to Poz­zet­to: quan­do ti inter­ro­ga­no tu hai un sor­ri­so a tren­ta­due den­ti, e gli rac­con­ti le bugie più sfac­cia­te, ma glie­le dici riden­do. Fun­zio­na sempre.
Per for­tu­na è raro che alla fron­tie­ra ti fac­cia­no spo­glia­re, altri­men­ti avrei diver­si guai con que­sto (sor­ri­den­do, indi­ca il tatuag­gio con una paro­la in ara­bo che por­ta sot­to il brac­cio destro, ndr).

Cosa signi­fi­ca?
Que­sta paro­la signi­fi­ca “resi­sten­za” in ara­bo, ed era il tatuag­gio di Vit­to­rio. Resi­sten­za ha qui due signi­fi­ca­ti prin­ci­pa­li, oltre al ricor­do di Arri­go­ni: sim­bo­leg­gia il con­cet­to di resi­sten­za nel con­te­sto pale­sti­ne­se – con­cet­to con cui per­si­no i bam­bi­ni han­no estre­ma fami­lia­ri­tà, al pun­to che rico­no­sco­no per­fet­ta­men­te la paro­la come il tatuag­gio che por­ta­va anche Vit­to­rio – come rea­zio­ne all’occupazione israe­lia­na, ma vuol dire anche resi­sten­za nel sen­so più ampio, per quel­lo che può signi­fi­ca­re per una nipo­te di partigiani.

Infi­ne, per chiu­de­re il cer­chio: la tua deci­sio­ne di fon­de­re la pas­sio­ne per i dirit­ti uma­ni e la for­ma­zio­ne come deve­lo­ping mana­ger ha dato come risul­ta­to la pub­bli­ca­zio­ne del tuo ulti­mo libro, The Pale­sti­nian Dilem­ma, sull’accoun­ta­bi­li­ty ((L’ac­coun­ta­bil­ty è il “dove­re di ren­der con­to”, di ren­di­con­ta­re e docu­men­ta­re il nostro ope­ra­to a chi ci ha dato l’incarico. E’, per esem­pio, il dove­re di ren­de­re con­to che i pub­bli­ci fun­zio­na­ri han­no nei con­fron­ti dei cit­ta­di­ni.)) del­le Nazio­ni Uni­te nei cam­pi pro­fu­ghi in Cisgiordania.
Il libro è nato come un wor­king paper, un lavo­ro per l’università. Ciò che è inte­res­san­te – e che mi fareb­be pia­ce­re fos­se noto – è che

tante università hanno paura a finanziare ricerche sulla Palestina: mi ha finanziato l’Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria. La Bocconi mi ha detto che loro non per forza riconoscevano i territori occupati, e anche LSE di fatto ha detto no.

Il mio libro è un pro­get­to-pilo­ta su come un pro­get­to di accoun­ta­bi­li­ty vie­ne ridi­se­gna­to in un con­te­sto in cui non c’è lo Sta­to (men­tre tut­ti gli altri model­li di accoun­ta­bi­li­ty sono basa­ti sul model­lo sta­to-cit­ta­di­no). Come vive e lavo­ra, gesti­sce l’accountability un popo­lo sen­za Sta­to? Que­sta è la doman­da a cui ten­to di rispon­de­re con la mia ricerca.

Gio­van­ni Masini
@giovannimasini

Foto di aper­tu­ra di Hos­sam el-Hamalawy

 

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