E ora?

L’elezione del Pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca segna un pun­to di non ritor­no per il Par­ti­to Demo­cra­ti­co e, soprat­tut­to, ne cer­ti­fi­ca l’implosione e il fal­li­men­to del­la pro­pria diri­gen­za. La scel­ta di Fran­co Mari­ni e l’affossamento di Roma­no Pro­di segna­la­no, in ordi­ne cre­scen­te di gra­vi­tà, il com­ple­to scol­la­men­to rispet­to alla real­tà, l’impotenza di una base sopraf­fat­ta dal tat­ti­ci­smo dei ver­ti­ci e l’inconciliabilità tra cor­ren­ti e agglo­me­ra­ti inter­ni che si rico­no­sco­no in capo­ra­li e val­vas­so­ri che non godo­no, al di fuo­ri del­le ristret­te mura peri­me­tra­li del Par­ti­to, del più insi­gni­fi­can­te segui­to elettorale.

Tra­la­scian­do l’analisi del­la scon­fit­ta elet­to­ra­le di feb­bra­io, la vicen­da dram­ma­ti­ca e scon­cer­tan­te di que­sti gior­ni pone all’attenzione dei com­men­ta­to­ri e dell’opinione pub­bli­ca il futu­ro pros­si­mo del­la prin­ci­pa­le for­za rifor­mi­sta ita­lia­na e le pos­si­bi­li vie d’uscita da una imba­raz­zan­te e clau­stro­fo­bi­ca cata­stro­fe poli­ti­ca. La pri­ma e più ovvia richie­sta che si leva dal­la base mili­tan­te infe­ro­ci­ta del Par­ti­to è quel­la di un pro­fon­do, radi­ca­le e com­ple­to azze­ra­men­to e rin­no­va­men­to dei ver­ti­ci, una que­stio­ne già sol­le­va­ta nel cor­so del 2012 da Mat­teo Ren­zi e rias­sun­ta nel­la cate­go­ria del­la “rot­ta­ma­zio­ne”. Eppu­re que­sta neces­si­tà, resa evi­den­te non tan­to dal­la scon­fit­ta elet­to­ra­le in sé, quan­to dal­la dimo­stra­zio­ne tan­gi­bi­le di come una diri­gen­za com­po­sta dal­le stes­se per­so­na­li­tà di vent’anni fa sia incan­cre­ni­ta su lace­ra­zio­ni, equi­li­bri­smi e ricat­ti sedi­men­ta­ti nel cor­so del tem­po, non sem­bra rap­pre­sen­ta­re da sola una via di sal­vez­za per il Par­ti­to stesso.

I pro­ble­mi del Par­ti­to Demo­cra­ti­co sono infat­ti più dram­ma­ti­ci di quan­to non si pos­sa rias­su­me­re nel sem­pli­ce pro­ble­ma del­la “rot­ta­ma­zio­ne” dei ver­ti­ci, ed è que­sto uno dei moti­vi per i qua­li tan­ti gio­va­ni impe­gna­ti atti­va­men­te per cam­bia­re il Par­ti­to dal­le fon­da­men­ta non si sia­no rico­no­sciu­ti diret­ta­men­te nel­la bat­ta­glia con­dot­ta da Mat­teo Ren­zi. Il Par­ti­to Demo­cra­ti­co è nato dal­la fusio­ne di due espe­rien­ze poli­ti­che pre­ce­den­ti, i Demo­cra­ti­ci di Sini­stra e La Mar­ghe­ri­ta, due for­ze pro­se­cu­tri­ci dell’esperienza comu­ni­sta ita­lia­na mai del tut­to con­vin­ta­men­te con­ver­ti­ta­si al Socia­li­smo euro­peo e il cri­stia­ne­si­mo socia­le del­la Sini­stra demo­cri­stia­na. Due for­ze che han­no scel­to di fon­der­si in un espe­ri­men­to poli­ti­co azzar­da­to quan­to neces­sa­rio: azzar­da­to, per­ché in nes­su­na demo­cra­zia occi­den­ta­le que­ste for­ze sono uni­fi­ca­te in un solo par­ti­to, e neces­sa­rio per­ché in Ita­lia una for­za social­de­mo­cra­ti­ca di tipo euro­peo è desti­na­ta a rima­ne­re mino­ri­ta­ria rispet­to a un cor­po socia­le sostan­zial­men­te con­ser­va­to­re. Que­sta con­sa­pe­vo­lez­za è anche il prin­ci­pa­le osta­co­lo, oggi, ad una even­tua­le scis­sio­ne del­le ani­me del PD come con­se­guen­za del­la sua implosione.

Tut­ta­via la mili­tan­za del Par­ti­to Demo­cra­ti­co è in mag­gio­ran­za orien­ta­ta su posi­zio­ni più radi­ca­li di quel­le espres­se dai ver­ti­ci, gene­ti­ca­men­te con­ver­ti­ta all’antiberlusconismo, sen­si­bi­le a richia­mi popu­li­sti e giu­sti­zia­li­sti. È una base che ren­de dif­fi­ci­le un discor­so poli­ti­co che supe­ri la con­trap­po­si­zio­ne fron­ta­le bipo­la­re alla qua­le sia­mo sta­ti abi­tua­ti nel­la Secon­da Repub­bli­ca, una base che applau­de con­vin­ta­men­te i discor­si di Mar­co Tra­va­glio, un opi­nio­ni­sta di destra, per­ché sen­ti­men­tal­men­te orien­ta­ta al lega­li­ta­ri­smo più che alla giu­sti­zia socia­le. D’altra par­te, se l’antiberlusconismo è un fat­to­re ormai irri­nun­cia­bi­le per il popo­lo del cen­tro­si­ni­stra, è anche respon­sa­bi­li­tà di una diri­gen­za che non è riu­sci­ta, in vent’anni, a scon­fig­ge­re poli­ti­ca­men­te Ber­lu­sco­ni, lascian­do maga­ri alla Magi­stra­tu­ra (una Magi­stra­tu­ra che non fun­zio­na affat­to e che avreb­be asso­lu­to biso­gno di esse­re rifor­ma­ta) il com­pi­to di eli­mi­na­re l’avversario politico.

Nono­stan­te que­sto scol­la­men­to tra la base e i ver­ti­ci, non si è anco­ra pro­dot­to un vero e pro­prio smot­ta­men­to del con­sen­so elet­to­ra­le nei con­fron­ti del Par­ti­to Demo­cra­ti­co a van­tag­gio, ad esem­pio, dell’alleata Sini­stra Eco­lo­gia Liber­tà di Nichi Ven­do­la (a sua vol­to tra­vol­to dall’esito elet­to­ra­le e dal­la vicen­da del Qui­ri­na­le, pro­prio all’inizio di un per­cor­so di avvi­ci­na­men­to fina­le al PD san­ci­to dal­la scel­ta euro­pea dell’ingresso nel PSE), e que­sto per un sen­ti­men­to di affe­zio­ne nei con­fron­ti del Par­ti­to che sfi­de­reb­be qual­sia­si logi­ca e qual­sia­si spie­ga­zio­ne poli­to­lo­gi­ca. Tut­ta­via, la vicen­da di que­sti gior­ni pone seria­men­te il pro­ble­ma di come ricon­net­te­re il sen­ti­men­to del­la mili­tan­za con l’azione poli­ti­ca dei ver­ti­ci. Posto che una diri­gen­za che si fa gui­da­re dal­la base non avreb­be moti­vo di esi­ste­re, è del tut­to evi­den­te che uno spo­sta­men­to del bari­cen­tro del PD a sini­stra e una vera e pro­pria “rot­ta­ma­zio­ne” del­la sua clas­se diri­gen­te sareb­be­ro egual­men­te apprez­za­ti. Ma è pro­prio da que­ste due azio­ni che potreb­be­ro nasce­re nuo­vi e più dram­ma­ti­ci problemi.

Pro­via­mo a indi­ca­re due nomi di per­so­na­li­tà in gra­do, con la pro­pria com­pe­ten­za e visio­ne, di rifon­da­re il Par­ti­to Demo­cra­ti­co: Fabri­zio Bar­ca e Mat­teo Ren­zi. Di ori­gi­ni, for­ma­zio­ne e visio­ne cul­tu­ra­le dif­fe­ren­ti (qua­si oppo­ste), sono entram­bi oggi più che mai neces­sa­ri per rida­re una visio­ne mag­gio­ri­ta­ria e suf­fi­cien­te­men­te ampia al Par­ti­to. Ma un PD gui­da­to da que­ste due figu­re rischie­reb­be di rica­de­re mol­to rapi­da­men­te nel­la più com­ple­ta para­li­si, per­ché inca­pa­ce di ope­ra­re una sin­te­si tra la visio­ne social­de­mo­cra­ti­ca e la visio­ne libe­ra­le del­le due ani­me costi­tuen­ti. Si avreb­be una diri­gen­za nuo­va, ma non un’operatività poli­ti­ca effi­cien­te, e il PD sareb­be anco­ra una vol­ta di impic­cio a qual­si­vo­glia pro­get­to poli­ti­co di cam­bia­men­to, esat­ta­men­te come in que­sti gior­ni. Da que­sta pre­oc­cu­pa­zio­ne nasce l’ipotesi del­la scis­sio­ne pilo­ta­ta. Una scis­sio­ne non trau­ma­ti­ca ma costrui­ta a tavo­li­no con­sen­ti­reb­be di rico­strui­re due for­ze distin­te e allea­te, non più post-comu­ni­sta l’una e popo­la­re cri­stia­na l’altra, ma social­de­mo­cra­ti­ca e libe­ra­le. Due par­ti­ti, il pri­mo net­ta­men­te più a sini­stra dell’attuale PD e amal­ga­ma­to con SEL, gui­da­to da per­so­na­li­tà come Fabri­zio Bar­ca, Giu­sep­pe Civa­ti e Lau­ra Bol­dri­ni, capa­ce di dia­lo­ga­re con i movi­men­ti ma ben inse­ri­to nell’alveo del Socia­li­smo euro­peo, lai­co e radi­ca­to nel mon­do del lavo­ro. Il secon­do libe­ra­le, gui­da­to da Mat­teo Ren­zi, capa­ce di inter­cet­ta­re il con­sen­so popo­la­re da anni seque­stra­to dal­la destra ber­lu­sco­nia­na, pro­po­si­ti­vo e aper­to. Due for­ze distin­te ma sal­da­men­te allea­te sul­la base di un pro­gram­ma di gover­no chia­ro, due for­ze capa­ci di affi­da­re alle pri­ma­rie il com­pi­to di sce­glie­re una gui­da uni­ta­ria sul model­lo dell’Ulivo di Roma­no Pro­di, fede­li alla stra­da par­la­men­ta­re per il supe­ra­men­to del­le dif­fe­ren­ze incon­ci­lia­bi­li come acca­de nel­le demo­cra­zie più matu­re, due for­ze capa­ci di ricon­net­ter­si con i sen­ti­men­ti dell’elettorato e non più para­liz­za­te da cor­ren­ti­smi e riva­li­tà interne.

Ange­lo Turco

 

Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube
Redazione

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.