Il Dissacratore
Giornata mondiale del libro 2013. Ovvero, I fratelli Karamazov tra massa e cultura

Pro­ba­bil­men­te non sono la per­so­na più adat­ta a par­la­re di cul­tu­ra visto che non ho mai let­to Dostoe­v­skij e uso il pri­mo volu­me del­la Sto­ria del­la filo­so­fia occi­den­ta­le di Ber­trand Rus­sell per tene­re sol­le­va­ta la ven­to­la del com­pu­ter così che non si sur­ri­scal­di men­tre gio­co a Fifa. O for­se sono la per­so­na più adat­ta pro­prio per que­sto motivo?
Qua­lun­que sia la rispo­sta ho deci­so (leg­gi: “la diret­tri­ce di Vul­ca­no mi ha chie­sto”) di far­lo lo stes­so, in occa­sio­ne del­la data che ogni anno ci ricor­da di non smet­te­re di spe­ra­re in una rispo­sta da par­te di quel­la casa edi­tri­ce a cui sei anni fa abbia­mo invia­to il mano­scrit­to del­la nostra saga fan­ta­sy di due­mi­la pagi­ne: la Gior­na­ta Mon­dia­le del Libro e del Dirit­to d’Au­to­re del pros­si­mo 23 aprile.

La gior­na­ta mon­dia­le del libro è una di quel­le ricor­ren­ze che ser­vo­no essen­zial­men­te a paga­re l’u­ni­ver­si­tà ai figli del tipo che dise­gna i Goo­gle dood­les e a sod­di­sfa­re l’e­go di una fascia sovrac­cul­tu­ra­ta del­la socie­tà che con­fon­de l’a­mo­re per la cul­tu­ra con l’a­mo­re per il pro­prio sta­tus di éli­te – o, come pre­fe­ri­sco chia­mar­la, Umber­to Ric­car­do Rinal­do Maria Ambrosoli.
Di soli­to si esau­ri­sco­no in una serie di ini­zia­ti­ve mira­te a “dif­fon­de­re la cul­tu­ra tra le mas­se” pun­tual­men­te diser­ta­te dal­le stes­se mas­se cui sono rivol­te e con gli orga­niz­za­to­ri che si ritro­va­no in qual­che salot­to del­la buo­na bor­ghe­sia mila­ne­se a sor­seg­gia­re Mar­ti­ni, ascol­ta­re Jan­nac­ci e usa­re espres­sio­ni come “impo­ve­ri­men­to cul­tu­ra­le del Paese”.

Il moti­vo per cui que­ste ope­ra­zio­ni di rilan­cio del­la cul­tu­ra “dal­l’al­to” non riu­sci­ran­no mai è che gli impren­di­to­ri, gli archi­tet­ti, i medi­ci con i Rolex e i tes­se­ra­ti PD che vivo­no in Con­ci­lia­zio­ne non rie­sco­no a capi­re che quan­do “la mas­sa” si tie­ne lon­ta­na dai loro panel, dal­le loro con­fe­ren­ze e dai loro hap­pe­ning cul­tu­ra­li, “la mas­sa” non sta fug­gen­do dal­la cul­tu­ra. Non rie­sco­no a capi­re che for­se “alla mas­sa” non pia­ce l’i­dea di dover esse­re edu­ca­ta al buon gusto da dei caz­zo­ni pre­sun­tuo­si fer­mi agli anni Ses­san­ta. For­se “alla mas­sa” que­sta cosa non sem­bra giu­sta. For­se “la mas­sa” è un po’ scoc­cia­ta dal fat­to che l’i­dea di “cul­tu­ra” in Ita­lia non si sia evo­lu­ta in alcun modo negli ulti­mi tren­t’an­ni, tan­to che oggi “la mas­sa” non può con­fes­sa­re di pre­fe­ri­re il rap ame­ri­ca­no ai can­tau­to­ri ita­lia­ni o Pull­man a Paso­li­ni sen­za urta­re la sen­si­bi­li­tà di qual­che idio­ta diplo­ma­to al liceo clas­si­co e con la casa pie­na di libri foto­gra­fi­ci sul­la “bel­la Mila­no sparita”.

Se oggi in Ita­lia nes­su­no leg­ge più la col­pa non è del “ber­lu­sco­ni­smo che ha distrut­to cul­tu­ral­men­te il Pae­se”, come con­ti­nua a ripe­ter­si la Sini­stra men­tre cer­ca di pren­de­re son­no. La col­pa è degli intel­let­tua­li. La fascia del­la socie­tà che più dovreb­be esse­re in gra­do di inter­pre­ta­re i suoi tem­pi, in Ita­lia, è for­ma­ta da per­so­ne che i loro tem­pi non sono nem­me­no in gra­do di viver­li e che han­no pas­sa­to gli ulti­mi ven­t’an­ni impe­gna­ti a cele­bra­re nar­ci­si­sti­ca­men­te loro stes­si e il loro sta­tus e a guar­da­re con mal­ce­la­to disprez­zo chiun­que non faces­se par­te del­la loro ristret­ta cer­chia, finen­do per far­si odia­re dal­la stes­sa gen­te che avreb­be dovu­to guar­da­re a loro come un model­lo da segui­re. Voglio dire, nei pri­mi anni del Nove­cen­to la gen­te leg­ge­va D’An­nun­zio per­chè, nono­stan­te fos­se il Vate, era uno di loro e non era nem­me­no lau­rea­to, oggi abbia­mo gen­te come Umber­to Eco, gen­te che non sa dire “ho fat­to” ma deve dire “ho effettuato”.
Il 23 apri­le assi­ste­re­mo anco­ra una vol­ta allo stes­so copio­ne. Per­so­ne che si iden­ti­fi­ca­no com­ple­ta­men­te con il loro sta­tus e con le loro lau­ree incor­ni­cia­te alle pare­ti, e che non sono più in con­tat­to con la real­tà da alme­no ven­t’an­ni, stri­sce­ran­no fuo­ri dai loro tre­cen­to metri qua­dri in cen­tro e ini­zie­ran­no a pre­di­ca­re, ver­ran­no igno­ra­te o deri­se e daran­no la col­pa alla “mas­sa” che non ama la “cul­tu­ra”.

Non è vero che “la mas­sa” non ama la cul­tu­ra. L’ul­ti­ma vol­ta che ho chia­ma­to l’i­drau­li­co mi ha rac­con­ta­to che sta­va leg­gen­do i Fra­tel­li Kara­ma­zov men­tre mi ripa­ra­va lo scal­da­ba­gno. For­se la veri­tà è che “alla mas­sa” non sta sul caz­zo la cul­tu­ra, stan­no sul caz­zo loro.

Mat­tia Salvia

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