I libri e Franca Ghitti

È una col­lo­ca­zio­ne ina­spet­ta­ta quel­la che carat­te­riz­za la mostra postu­ma del­la scul­tri­ce bre­scia­na Fran­ca Ghit­ti,  Un’idea di libro— inau­gu­ra­ta il 10 apri­le, a poco più di un anno dal­la sua scomparsa.

Que­sto omag­gio alla sua visio­ne, al rap­por­to con i libri e la scrit­tu­ra, si sten­de sui gra­di­ni del­lo sca­lo­ne prin­ci­pa­le del­la Sala del Gre­chet­to a Palaz­zo Sor­ma­ni. Il “libro” è sta­to ogget­to di rifles­sio­ne per l’artista a par­ti­re dal­le pri­me Map­pe, rea­liz­za­te all’i­ni­zio degli anni Ses­san­ta, sino all’ultimo perio­do del­la sua ricer­ca arti­sti­ca. Un’idea che la scul­tri­ce decli­nò in vari modi e for­me per dare espres­sio­ne non tan­to alla for­ma con­cet­tua­le, quan­to ai rife­ri­men­ti cul­tu­ra­li di cui l’opera è caricata.

Fan­no par­te del­la mostra i “Libri chiu­si”, una serie di ope­re in legno com­po­ste negli anni Set­tan­ta, “La cit­ta-libro”, una scul­tu­ra degli anni Ottan­ta, com­po­sta da una ven­ti­na di ele­men­ti, che sug­ge­ri­sce il model­lo-for­ma di una cit­tà idea­le qua­le luo­go uto­pi­co di incon­tro e vita comu­ne, e alcu­ne del­le ope­re lega­te agli “Altri alfa­be­ti”, che la stes­sa arti­sta ha defi­ni­to “come modi di comu­ni­ca­zio­ne alter­na­ti­vi all’alfabeto, che per seco­li gene­ra­zio­ni di esse­ri uma­ni han­no uti­liz­za­to” e che la sua scul­tu­ra ha recuperato.

“Le pagi­ne chio­da­te” resta­no, tut­ta­via, il pez­zo for­te dell’esposizione. Que­sta nuo­va visio­ne sim­bo­li­ca dell’artista tra­smet­te una seria­li­tà vir­tua­le ed infi­ni­ta, che fon­da le sue radi­ci nel pas­sa­to, in comu­ni­ca­zio­ne con l’età con­tem­po­ra­nea, dove la dimen­sio­ne del­lo spa­zio coin­ci­de con quel­la del tem­po, del­la sto­ria. “I listel­li alli­nea­ti e i cubet­ti di mon­tag­gio diven­ta­ro­no così, già duran­te la mia ado­le­scen­za” spie­ga Fran­ca Ghit­ti “for­me pri­ma­rie dell’organizzazione del mon­do. Que­sto tipo di lavo­ra­zio­ne, che richie­de­va chio­di di ogni dimen­sio­ne, sareb­be tra­pas­sa­ta nel­la mia scul­tu­ra, in cui l’uso e la for­ma del chio­do sono essenziali”.

Die­tro la sua crea­zio­ne non c’è solo la mano dell’artista con­tem­po­ra­nea a con­tat­to con gli sti­mo­li del­la sua epo­ca, ma anche tut­ta la tra­di­zio­ne quat­tro­cen­te­sca del­la sua ter­ra di ori­gi­ne, alla qua­le si ispi­ra: sono ope­re moder­ne, ma al con­tem­po arcai­che, che han­no biso­gno del nostro aiu­to, dei nostri occhi, per diven­ta­re qual­co­sa di nuo­vo. In que­ste pagi­ne vie­ne “pre­ci­pi­ta tut­ta una sto­ria di strut­tu­re dell’esperienza uma­na, che l’artista ha sem­pre cer­ca­to di rea­liz­za­re come segni di dura­ta con­tro le distru­zio­ni del­la memo­ria, del­la natu­ra, del­la vita comu­ni­ta­ria. Lo spa­zio è rein­ven­ta­to come depo­si­to e sen­ti­men­to di even­ti costrut­ti­vi: con il suo rag­grup­pa­re per pagi­ne e luo­ghi, Fran­ca Ghit­ti ci inse­gna a ripri­sti­na­re segni di equi­li­brio con il mon­do, estraen­do dal­la quo­ti­dia­ni­tà una nuda strut­tu­ra pri­ma­ria che pren­de avvio da ricor­dan­ze, pre­sa­gi, effi­gi remo­te e rove­scia su di noi – nel­la vio­len­za nuda e intran­si­gen­te, aspra e sec­ca, di una for­ma che defi­ni­sce e misu­ra lo spa­zio più acci­den­ta­to e pre­ca­rio, come nel­le car­te e nel­le tavo­le chio­da­te – le voci recon­di­te di una geo­gra­fia uma­na”1.

Nel­le sue mani i libri diven­ta­no mate­ria­le illeg­gi­bi­le rima­nen­do, nono­stan­te tut­to, una fon­te di sape­re. Al loro inter­no vie­ne costrui­to, qua­si rica­ma­to, un mes­sag­gio miste­rio­so, dove il rit­mo e la varia­zio­ne dei chio­di com­pon­go­no un rit­mo dolo­ro­so, indi­ce di una sof­fe­ren­za sot­ti­le ma visi­bi­le. Mani­fe­sta così un suo desi­de­rio di incur­sio­ne in un altro lin­guag­gio, con i suoi mez­zi espres­si­vi: una gra­fia diver­sa, lega­ta, feri­ta, ma allo stes­so tem­po comu­ni­ca­ti­va. Il libro, infat­ti, è un lin­guag­gio for­te, che esi­ste anche sen­za che ci sia biso­gno di paro­le al suo inter­no, ed è pro­prio con que­sto invo­lu­cro che l’artista gio­ca per crea­re la sua visio­ne. Lo spet­ta­to­re vie­ne così spin­to a ten­ta­re di  leg­ge­re il “libro” sen­za, però, un vero testo da scor­re­re con gli occhi. La scrit­tu­ra è segre­ta, è lì ma non si vede, è una let­tu­ra silen­zio­sa ed inte­rio­re che ci per­met­te solo di intuir­la, ma non di accedervi.

Pao­la Gio­ia Valisi 

Fran­ca Ghit­ti, un’idea di libro
11 apri­le – 10 mag­gio 2013
Palaz­zo Sor­ma­ni — Sala del Grechetto
via F. Sfor­za, 7 — Milano
Ora­rio: lun-sab 14 — 19
Ingres­so libero.

1Fau­sto Loren­zi, “Chio­di”, in GHITTI La gram­ma­ti­ca dei chiodi_The gram­mar of Nails (2010)

 

 

 

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