Memorie da una città di morti

Entro in cit­tà in una gior­na­ta pio­vo­sa: non mi col­pi­sco­no tan­to le cre­pe sul­le case del­la peri­fe­ria, che così a pri­mo sguar­do sem­bra la nor­ma­le peri­fe­ria di una nor­ma­le cit­tà, quan­to le fac­ce del­la gen­te. Gri­gie. Par­cheg­gio dal­le par­ti di Col­le­mag­gio, appe­na fuo­ri dal cen­tro sto­ri­co. Grop­po alla gola.

Entro nel­la basi­li­ca attra­ver­so il gran­de por­ta­le nel­la fac­cia­ta roma­ni­ca, coi suoi dise­gni geo­me­tri­ci di bian­co e d’a­ran­cio. Luce. La chie­sa è inva­sa dal­la luce del sole (e sì che pio­ve) che entra da quel­la gran­de vora­gi­ne che una vol­ta era la cupo­la, crol­la­ta il 6 apri­le 2009 e ora sosti­tui­ta da una coper­tu­ra in ple­xi­gas tra­spa­ren­te che vomi­ta la luce sul­le ossa di Cele­sti­no V, espo­ste davan­ti all’al­ta­re, e sul­le costo­le scar­ni­fi­ca­te a tut­to sesto che anco­ra reg­go­no nava­ta e tran­set­to. Esco.
Entro nel cen­tro sto­ri­co e un paio di vol­te (per erro­re, benin­te­so) entro anche in zona ros­sa. Il cen­tro de L’A­qui­la è qua­si tut­to zona ros­sa. Ina­gi­bi­le. Peri­co­lo­so. Da nascon­de­re. Per ter­ra non ci sono solo le mace­rie, le stes­se mace­rie di tre anni e mez­zo fa, ma anche una gran varie­tà di ogget­ti, quel­li che sono venu­ti giù dal­le case con i cal­ci­nac­ci la not­te del ter­re­mo­to. Su alcu­ne auto­mo­bi­li rico­per­te di into­na­co e mat­to­ni sono addi­rit­tu­ra cre­sciu­te del­le pian­te, for­se discen­den­ti dei gera­ni e degli altri fio­ri che un tem­po orna­va­no i davan­za­li del­le fine­stre e i bal­co­ni. Anche fuo­ri dal­la zona ros­sa la vista non miglio­ra di mol­to: le mace­rie, è vero, non inva­do­no più le stra­de, ma tut­to quel­lo che vedo sono por­te e fine­stre cie­che, ostrui­te da un impo­nen­te siste­ma di pon­teg­gi e impal­ca­tu­re. Non incon­tro nean­che un edi­fi­cio che non sia pun­tel­la­to; tut­ta la cit­tà ha biso­gno di soste­gni, di stam­pel­le per sta­re in piedi. 

C’è un grande silenzio. La città è completamente vuota, e i miei passi rimbombano sui muri incerottati. A L’Aquila ho un’amica: ci incontriamo, e parte il tour.

Lei vive­va nel mez­zo del cen­tro sto­ri­co, ma dopo il sisma è sta­ta costret­ta a tra­sfe­rir­si a Mila­no, per­chè non solo non c’e­ra più la sua casa, ma anche le case dei suoi ami­ci e la sua scuo­la sono sta­te tut­te rase al suo­lo. Mi rac­con­ta una vita al pas­sa­to. Qui anda­vo a scuo­la (pun­tel­la­men­ti, ina­gi­bi­le). Lì si anda­va a bere il saba­to sera (pun­tel­la­men­ti). Là ci vive­va il mio ex (pun­tel­la­men­ti). Quel­la era casa mia (mace­rie). I suoi geni­to­ri, come la stra­gran­de mag­gio­ran­za degli aqui­la­ni che vive­va­no in cen­tro, vivo­no ora in un appar­ta­men­to del pro­get­to C.A.S.E mes­so a pun­to dal gover­no Ber­lu­sco­ni e dal­la Pro­te­zio­ne Civi­le di Bertolaso.
Il pro­get­to con­si­ste in 42 new­to­wns piut­to­sto distan­ti dal cen­tro cit­tà (anche e più di 20Km), caser­mo­ni enor­mi in gra­do di ospi­ta­re miglia­ia di inqui­li­ni sbat­ten­do­se­ne di ogni cri­te­rio di pre­ser­va­zio­ne e tute­la del pae­sag­gio (che, sor­gen­do l’a­bi­ta­to ai pie­di del Gran Sas­so, è un pae­sag­gio piut­to­sto note­vo­le) e, soprat­tut­to, di vivi­bi­li­tà. Le case di C.A.S.E. sono gran­di palaz­zo­ni ad uso esclu­si­va­men­te abi­ta­ti­vo, pri­ve e lon­ta­ne da ogni ser­vi­zio, anche sem­pli­ce­men­te dai super­mer­ca­ti. Da qui l’i­dea di costrui­re vasti e pra­ti­ci cen­tri com­men­cia­li all’a­me­ri­ca­na nel­l’­hin­ter­land de L’A­qui­la. Un’o­pe­ra­zio­ne non par­ti­co­lar­men­te logi­ca, dal momen­to che ha costret­to gli aqui­la­ni a cam­bia­re mol­te di quel­le (poche) abi­tu­di­ni che dopo il sisma pote­va­no aiu­tar­li a ricon­qui­sta­re la nor­ma­li­tà. Gli abi­tan­ti del capo­luo­go abruz­ze­se, a più di tre anni dal ter­re­mo­to che ha col­pi­to la loro cit­tà, si tro­va­no a dover con­vi­ve­re con una gran quan­ti­tà di dif­fi­col­tà e incer­tez­ze, e ad abi­ta­re case non loro nel­l’at­te­sa (sem­pre più lun­ga e sem­pre meno fidu­cio­sa) che le loro abi­ta­zio­ni ven­ga­no ricostruite.
Cam­mi­nan­do per la cit­tà mi accor­go che la spe­ran­za che L’A­qui­la ven­ga rico­strui­ta si affie­vo­li­sce sem­pre di più. L’A­qui­la è una cit­tà fan­ta­sma. L’A­qui­la è una cit­tà mor­ta. L’A­qui­la non risor­ge­rà per col­pa del gover­no, del­la Pro­te­zio­ne Civi­le, del­la Regio­ne Abruz­zo, del­la Pro­vin­cia di cui è capo­luo­go, del­la Sovrin­ten­den­za per i Beni Cul­tu­ra­li e del­le altre isti­tu­zio­ni com­pe­ten­ti, che han­no sem­pli­ce­men­te get­ta­to la spu­gna e han­no deci­so di sal­va­guar­da­re solo alcu­ni inte­res­si, più vici­ni a loro e più lon­ta­ni da quel­li dei cittadini.
A L’A­qui­la non c’è più una linea d’au­to­bus che ti por­ti da una par­te all’al­tra del­la città.
A L’A­qui­la ci sono bran­chi di cani ran­da­gi che si aggi­ra­no per le stra­de del cen­tro in cer­ca di cibo e di un po’ d’affetto.
A L’A­qui­la tut­ti i loca­li che sono riu­sci­ti a rima­ne­re aper­ti sono sta­ti ammas­sa­ti in un’u­ni­ca piaz­zet­ta anco­ra agi­bi­le, e i ragaz­zi sono costret­ti a sta­re sti­pa­ti fra loro per bere qual­co­sa la sera.
L’A­qui­la è morta.

Tito Gray de Cristoforis
@GrayTito
Foto di Eli­sa Greco
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