Del: 6 Aprile 2013 Di: Redazione Commenti: 0

Entro in città in una giornata piovosa: non mi colpiscono tanto le crepe sulle case della periferia, che così a primo sguardo sembra la normale periferia di una normale città, quanto le facce della gente. Grigie. Parcheggio dalle parti di Collemaggio, appena fuori dal centro storico. Groppo alla gola.

Entro nella basilica attraverso il grande portale nella facciata romanica, coi suoi disegni geometrici di bianco e d’arancio. Luce. La chiesa è invasa dalla luce del sole (e sì che piove) che entra da quella grande voragine che una volta era la cupola, crollata il 6 aprile 2009 e ora sostituita da una copertura in plexigas trasparente che vomita la luce sulle ossa di Celestino V, esposte davanti all’altare, e sulle costole scarnificate a tutto sesto che ancora reggono navata e transetto. Esco.
Entro nel centro storico e un paio di volte (per errore, beninteso) entro anche in zona rossa. Il centro de L’Aquila è quasi tutto zona rossa. Inagibile. Pericoloso. Da nascondere. Per terra non ci sono solo le macerie, le stesse macerie di tre anni e mezzo fa, ma anche una gran varietà di oggetti, quelli che sono venuti giù dalle case con i calcinacci la notte del terremoto. Su alcune automobili ricoperte di intonaco e mattoni sono addirittura cresciute delle piante, forse discendenti dei gerani e degli altri fiori che un tempo ornavano i davanzali delle finestre e i balconi. Anche fuori dalla zona rossa la vista non migliora di molto: le macerie, è vero, non invadono più le strade, ma tutto quello che vedo sono porte e finestre cieche, ostruite da un imponente sistema di ponteggi e impalcature. Non incontro neanche un edificio che non sia puntellato; tutta la città ha bisogno di sostegni, di stampelle per stare in piedi.

C’è un grande silenzio. La città è completamente vuota, e i miei passi rimbombano sui muri incerottati. A L’Aquila ho un’amica: ci incontriamo, e parte il tour.

Lei viveva nel mezzo del centro storico, ma dopo il sisma è stata costretta a trasferirsi a Milano, perchè non solo non c’era più la sua casa, ma anche le case dei suoi amici e la sua scuola sono state tutte rase al suolo. Mi racconta una vita al passato. Qui andavo a scuola (puntellamenti, inagibile). Lì si andava a bere il sabato sera (puntellamenti). Là ci viveva il mio ex (puntellamenti). Quella era casa mia (macerie). I suoi genitori, come la stragrande maggioranza degli aquilani che vivevano in centro, vivono ora in un appartamento del progetto C.A.S.E messo a punto dal governo Berlusconi e dalla Protezione Civile di Bertolaso.
Il progetto consiste in 42 newtowns piuttosto distanti dal centro città (anche e più di 20Km), casermoni enormi in grado di ospitare migliaia di inquilini sbattendosene di ogni criterio di preservazione e tutela del paesaggio (che, sorgendo l’abitato ai piedi del Gran Sasso, è un paesaggio piuttosto notevole) e, soprattutto, di vivibilità. Le case di C.A.S.E. sono grandi palazzoni ad uso esclusivamente abitativo, prive e lontane da ogni servizio, anche semplicemente dai supermercati. Da qui l’idea di costruire vasti e pratici centri commenciali all’americana nell’hinterland de L’Aquila. Un’operazione non particolarmente logica, dal momento che ha costretto gli aquilani a cambiare molte di quelle (poche) abitudini che dopo il sisma potevano aiutarli a riconquistare la normalità. Gli abitanti del capoluogo abruzzese, a più di tre anni dal terremoto che ha colpito la loro città, si trovano a dover convivere con una gran quantità di difficoltà e incertezze, e ad abitare case non loro nell’attesa (sempre più lunga e sempre meno fiduciosa) che le loro abitazioni vengano ricostruite.
Camminando per la città mi accorgo che la speranza che L’Aquila venga ricostruita si affievolisce sempre di più. L’Aquila è una città fantasma. L’Aquila è una città morta. L’Aquila non risorgerà per colpa del governo, della Protezione Civile, della Regione Abruzzo, della Provincia di cui è capoluogo, della Sovrintendenza per i Beni Culturali e delle altre istituzioni competenti, che hanno semplicemente gettato la spugna e hanno deciso di salvaguardare solo alcuni interessi, più vicini a loro e più lontani da quelli dei cittadini.
A L’Aquila non c’è più una linea d’autobus che ti porti da una parte all’altra della città.
A L’Aquila ci sono branchi di cani randagi che si aggirano per le strade del centro in cerca di cibo e di un po’ d’affetto.
A L’Aquila tutti i locali che sono riusciti a rimanere aperti sono stati ammassati in un’unica piazzetta ancora agibile, e i ragazzi sono costretti a stare stipati fra loro per bere qualcosa la sera.
L’Aquila è morta.

Tito Gray de Cristoforis
@GrayTito
Foto di Elisa Greco
Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube

Commenta