Boston Marriage

E’ nato nell’ottobre 2012 come sag­gio del­la Scuo­la d’Arte Dram­ma­ti­ca Pao­lo Gras­si lo spet­ta­co­lo Boston Mar­ria­ge, di David Mamet (1999), mes­so in sce­na dall’allievo regi­sta Vit­to­rio Bor­sa­ri con alcu­ne attua­li ed ex-allie­ve del cor­so atto­ri (Anna­ga­ia Mar­chio­ro, Rober­ta Lidia de Ste­fa­no e Valen­ti­na Mal­cot­ti) e sele­zio­na­to, insie­me ad altri undi­ci, per par­te­ci­pa­re a play­Fe­sti­val, ras­se­gna tea­tra­le per com­pa­gnie under 35 del Tea­tro Atir Rin­ghie­ra, svol­ta­si tra il 13 e il 19 mag­gio 2013.

Il testo, ambien­ta­to in epo­ca vit­to­ria­na, scel­ta incon­sue­ta per un dram­ma­tur­go ame­ri­ca­no che non ha pau­ra di ritrar­re il con­tem­po­ra­neo, nar­ra l’incontro di due don­ne che han­no con­di­vi­so una lun­ga rela­zio­ne amo­ro­sa e che si ritro­va­no dopo un perio­do di distac­co. Divi­se tra desi­de­rio e capric­cio, richie­sta d’amore e biso­gno di pro­te­zio­ne eco­no­mi­ca, le due si ritro­va­no a cor­teg­giar­si e al tem­po stes­so dar­si bat­ta­glia, in una con­ti­nua  scher­ma ver­ba­le in cui acu­ti sil­lo­gi­smi filo­so­fi­ci e rapi­de stoc­ca­te di vol­ga­ri­tà si alternano.

In que­sta lot­ta qua­si tita­ni­ca, fati­ca ad emer­ge­re l’umile came­rie­ra. Il suo nome è Cathe­ri­ne, seb­be­ne nes­su­no, usci­to di sala, lo pos­sa ricor­da­re, per­ché le due “matro­ne” non rie­sco­no mai a chia­mar­la col nome giu­sto. Non rie­sco­no — o meglio non voglio­no — dare iden­ti­tà alla ragaz­za, la cui infe­rio­ri­tà socia­le gal­va­niz­za il loro stes­so arri­vi­smo, il loro cre­de­re di appar­te­ne­re a un’alta bor­ghe­sia, che si rive­la in real­tà disprez­zar­le come loro fan­no con Catherine.

Feli­ce, in que­sta mes­sa in sce­na, l’incontro tra le due bra­ve attri­ci pro­ta­go­ni­ste che, for­ti di una con­so­li­da­ta col­la­bo­ra­zio­ne arti­sti­ca nel­la com­pa­gnia “Le Bru­go­le”, rag­giun­go­no un’intesa e un’intimità mol­to vivi­de. For­se nel­la fre­schez­za e nell’ingenuità che emer­ge da due don­ne che ten­ta­no con­ti­nua­men­te di soste­ne­re una par­te (nel­la socie­tà e nel­la piè­ce), rie­cheg­gia qual­co­sa del duo comi­co “Bam­bi­ne cat­ti­ve” appro­da­to al pal­co di Zelig, seb­be­ne il regi­sta scel­ga di non far lie­vi­ta­re il poten­zia­le comi­co del­la bril­lan­te com­me­dia, ma sia più inte­res­sa­to all’emergere di una veri­tà dram­ma­ti­ca cela­ta nei gio­chi di parole.

Vit­to­rio Bor­sa­ri sce­glie di tra­spor­ta­re la vicen­da nel­la Boston degli anni ’20, in un’atmosfera sof­fu­sa di rosa e sin­co­pa­ta sui rit­mi di uno swing da pia­no bar, in quel perio­do sto­ri­co, pre­ce­den­te la gran­de cri­si, in cui le illu­sio­ni era­no anco­ra pos­si­bi­li. Nono­stan­te i sot­ter­fu­gi e i rischi anco­ra in cor­so infat­ti, “Si vedrà” sono le paro­le che sigil­la­no il testo, autoin­gan­no infan­ti­le quan­to neces­sa­rio per vivere.

For­se non pic­can­te e scan­da­lo­so quan­to l’autore vor­reb­be, l’attualità di que­sto testo risie­de nel biso­gno di spe­ra­re in un futu­ro più roseo di quel­lo che ci sem­bra esse­re asse­gna­to, in un altro­ve a lun­go cer­ca­to o con fati­ca costrui­to. Tra le tre don­ne infat­ti, non è solo la came­rie­ra scoz­ze­se, sbar­ca­ta da poco nel Nuo­vo Mon­do, a custo­di­re il sogno di riscat­to del­la gran­de metro­po­li. Il sogno è neces­sa­rio, anche se doves­se tra­sfor­mar­si in una cor­sa per ven­de­re la pro­pria ani­ma al miglior offe­ren­te, nel­la con­ti­nua illu­sio­ne che lo si stia facen­do per la cau­sa più nobi­le o, alme­no, per la feli­ci­tà più prossima.

 Sara Mene­ghet­ti

Spet­ta­co­lo visto pres­so la Scuo­la Civi­ca Pao­lo Gras­si, Mila­no, otto­bre 2012. Que­sto arti­co­lo è sta­to ela­bo­ra­to nel con­te­sto del cor­so di cri­ti­ca tea­tra­le Cri­ti­ci in erba, orga­niz­za­to dal­la Scuo­la Civi­ca d’Arte Dram­ma­ti­ca Pao­lo Gras­si, in col­la­bo­ra­zio­ne con l’Università degli Stu­di di Milano.

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