Da rivedere per la prima volta
Il Divo

Ci sareb­be da com­por­re un sag­gio su Giu­lio Andreot­ti. Un sag­gio affa­sci­nan­te e inquie­tan­te per­ché tut­to ciò che egli è va ben oltre il caso di un indi­vi­duo. Rap­pre­sen­ta un’Italia. L’Italia cat­to­li­ca, demo­cri­stia­na, con­ser­va­tri­ce, con­tro cui tiri pugni che feri­sco­no le tue noc­che e basta. L’Italia di Roma col suo Vati­ca­no, il suo scet­ti­ci­smo, la sua sag­gez­za, la sua capa­ci­tà di soprav­vi­ve­re, sem­pre, di cavar­se­la, sem­pre, sia che ven­ga­no i bar­ba­ri sia che ven­ga­no i mar­zia­ni: tan­to li por­ti tut­ti in San Pie­tro, a pre­ga­re. Alla poli­ti­ca non giun­se di pro­po­si­to: igno­ra­va d’averne il talen­to. Al pote­re non giun­se attra­ver­so la lot­ta e il rischio: non ave­va com­bat­tu­to i fasci­sti. All’una e all’altro appro­dò per desti­no, vi rima­se per volon­tà. La straor­di­na­ria invi­dia­bi­le volon­tà che han­no gli sgob­bo­ni capa­ci di sve­gliar­si col buio: per lavo­ra­re.

Da Inter­vi­sta con la sto­ria di Oria­na Fal­la­ci, Roma 1974.

La bio­gra­fia di Giu­lio Andreot­ti fir­ma­ta da Pao­lo Sor­ren­ti­no ne Il Divo pre­sen­ta una masche­ra impe­ne­tra­bi­le e grot­te­sca. Il gran­de enig­ma che si cela die­tro que­sta masche­ra è il Potere.
Il Divo (Toni Ser­vil­lo) è un per­so­nag­gio per anto­no­ma­sia, rac­chiu­de in sé una figu­ra che va oltre l’uomo che Giu­lio Andreot­ti è sta­to. Una figu­ra tutt’altro che sem­pli­ce, anche se la regia  di Sor­ren­ti­no ci mostra in manie­ra dida­sca­li­ca tut­ti gli even­ti mag­gio­ri che han­no segna­to (e domi­na­to) la poli­ti­ca ita­lia­na di que­gli anni.
Il Divo è il cen­tro: un cen­tro immer­so nell’ombra con i suoi movi­men­ti len­ti, i gesti mini­ma­li e l’e­spres­si­vi­tà ridot­ta. Intor­no al cen­tro si muo­vo­no, come un secon­do gran­de cer­chio, tut­ti i per­so­nag­gi (poli­ti­ci e non) e tut­te le tra­me che han­no com­po­sto la sto­ria recen­te dell’Italia. Ma dal cen­tro (il Divo) alla peri­fe­ria (gli avve­ni­men­ti) non si vedo­no rag­gi, nem­me­no fili; eppu­re si intui­sce che pro­prio Giu­lio rie­sce a muo­ve­re tut­to quan­to, come se ci fos­se una sor­ta di ema­na­zio­ne da que­sto gran­de pote­re centrale.
Il pro­ta­go­ni­sta pas­sa dall’essere Giu­lio al Divo in poche sequen­ze, ma non si intui­sce mai chi sia a domi­na­re o qua­le figu­ra si nascon­da die­tro la masche­ra. La rifles­sio­ne bio­gra­fi­ca si spo­sta così sul pia­no di rifles­sio­ne sul Pote­re: un Pote­re che si mesco­la tra Bene e Male, che agi­sce per inten­ti che rimar­ran­no sem­pre nasco­sti dal­la luce del sole.
Ci sareb­be da com­por­re un sag­gio su Giu­lio Andreot­ti e sicu­ra­men­te il film di Sor­ren­ti­no non è esau­sti­vo, ma ha indo­vi­na­to e mes­so in mostra la per­so­na­li­tà dell’uomo e del poli­ti­co, che si incar­na più in una masche­ra (il Divo), apren­do una rifles­sio­ne sul Pote­re, piut­to­sto che in un esse­re fisi­co (Giu­lio).

Danie­le Colombi

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