Eterotopie. Tra devianza e potere

 Tut­te le socie­tà, le epo­che, le cul­tu­re uma­ne cono­sco­no spa­zi, momen­ti e con­te­sti ritua­li di sospen­sio­ne o di rove­scia­men­to dell’insieme dei rap­por­ti sui qua­li si fon­da­no: il car­ne­va­le, il naven, lo sta­to d’eccezione. Luo­ghi fisi­ci di ecce­zio­ne sono con­ti­nua­men­te isti­tui­ti o tol­le­ra­ti anche dai pote­ri sovra­ni, sia­no essi le pri­gio­ni, i para­di­si fisca­li o le ter­re di nes­su­no fra i con­fi­ni nazionali.

Il pro­ble­ma con­nes­so con la tra­sgres­sio­ne del­le nor­me non riguar­da tan­to la leg­ge in quan­to tale, l’offeso prin­ci­pio. L’occupazione di un’area non è un pro­ble­ma in sé (è tol­le­ra­ta se con­ces­sa), ma ci par­la piut­to­sto dei rap­por­ti di pote­re fra i mem­bri di una socie­tà e del­la loro dispo­ni­bi­li­tà ad accet­ta­re mino­ran­ze e iso­le di diver­si­tà sen­za domi­nar­le. La que­stio­ne cen­tra­le riguar­da chi ha il dirit­to (ovve­ro il pote­re) di sospen­de­re o inver­ti­re che cosa, dove e per quan­to. Assi­stia­mo con­ti­nua­men­te all’istituzione di ete­ro­to­pie, di luo­ghi in cui si argi­na l’alterità. Si con­sa­cra­no aree spe­ci­fi­che per con­trol­la­re le devian­ze, luo­ghi d’eccezione vol­ti a disci­pli­na­re, con­trol­la­re e rego­la­re la sospen­sio­ne dei rap­por­ti socia­li al loro inter­no pre­ser­van­do la sacra­li­tà ester­na. I mani­co­mi, i cimi­te­ri, i cam­pi noma­di e di con­cen­tra­men­to, le pri­gio­ni, sono luo­ghi o momen­ti defi­ni­ti nei qua­li vie­ne mar­gi­na­liz­za­ta e rac­chiu­sa l’alterità dei cri­mi­na­li, dei mor­ti, dei paz­zi, degli stra­nie­ri ille­ga­liz­za­ti su un ter­ri­to­rio nazio­na­le, ricon­fer­man­do il nomos dei sani, dei vivi, degli inno­cen­ti, dei nati­vi, dei «nor­ma­li» e così via. Un pote­re sovra­no può con­ce­de­re mar­gi­ne d’esistenza alla pro­pria neme­si allo sco­po di con­trol­lar­la, come avvie­ne in mol­te ritua­li­tà di inver­sio­ne. La sov­ver­sio­ne del­le rego­le sa anzi esse­re così radi­ca­le che per­si­no un omi­ci­dio può dive­ni­re leci­to se un pote­re sovra­no isti­tui­sce un’area e un perio­do defi­ni­ti «guer­ra», una cir­co­stan­za di alte­ra­zio­ne radi­ca­le in cui la leg­ge stes­sa si sospen­de da sé, pre­ve­de il suo annul­la­men­to, legit­ti­ma la pro­pria sospen­sio­ne. La gene­si di un’eterotopia è tol­le­ra­ta o pro­mos­sa da un sovra­no, uno Sta­to, un con­si­glio di ammi­ni­stra­zio­ne, ecc., quan­do le rego­le che la gover­na­no deri­va­no dal­lo stes­so pote­re che deli­be­ra­ta­men­te deci­de quan­do e come infran­ger­le, sospen­der­le o variar­le al pro­prio inter­no, ossia quan­do un’au­to­ri­tà può inclu­de­re la devian­za nell’estensione del suo stes­so dominio.

Ma che cosa acca­de quan­do l’istituzione di un’eterotopia affran­ca­ta dal­la nor­ma ege­mo­ne avvie­ne sen­za la legit­ti­ma­zio­ne di un pote­re sovra­no, igno­ran­do un monar­ca, un ese­cu­ti­vo, un con­ci­lio, un ret­to­re? Che cosa acca­de se ad esse­re ogget­to di sospen­sio­ne e cri­ti­ca radi­ca­le non sono tan­to le tra­di­zio­ni este­ti­che, i cano­ni ses­sua­li o le abi­tu­di­ni ali­men­ta­ri e lin­gui­sti­che, ma le rego­le fon­dan­ti del mer­ca­to, del­la pro­prie­tà pri­va­ta, dell’autoritarismo su cui si basa un’intera strut­tu­ra socia­le, uni­ver­si­tà compresa?

L’università è sta­ta e può esse­re un luo­go adat­to, e non man­ca­no esem­pi con­tem­po­ra­nei. Fino al 2011 una nor­ma garan­ti­va dirit­to di asi­lo nell’area uni­ver­si­ta­ria del Poli­tec­ni­co di Ate­ne, ai mar­gi­ni del quar­tie­re di Exàr­cheia, noto per esse­re il nucleo idea­le dei movi­men­ti anar­chi­ci. Alle for­ze dell’ordine gre­che era proi­bi­to acce­de­re agli edi­fi­ci: l’università era zona fran­ca. Mal­gra­do l’articolo sia sta­to infran­to all’occorrenza tan­to dal­la poli­zia quan­to dall’esercito, mol­ti edi­fi­ci sono anco­ra occu­pa­ti come squat ille­ga­li che nes­su­no si pren­de (anco­ra) la bri­ga di sgom­be­ra­re e che sono gesti­ti da assem­blee stu­den­te­sche. L’area non segue ora­ri d’ufficio 9.00 — 19.30 ma è acces­si­bi­le gior­no e not­te. Stu­den­ti ed extrau­ni­ver­si­ta­ri usa­no le strut­tu­re per pre­pa­ra­re pro­get­ti di tesi, stu­dia­re, suo­na­re, dor­mi­re, orga­niz­za­re assem­blee, semi­na­ri, mani­fe­sta­zio­ni. Vi si pro­teg­ge e ospi­ta per­fi­no un grup­po di rifu­gia­ti poli­ti­ci pale­sti­ne­si sen­za mez­zi, patria, dirit­ti. Le ragio­ni di que­sta tol­le­ran­za riman­da­no alla Rivol­ta del Poli­tec­ni­co di Ate­ne nel novem­bre 1973, la nota occu­pa­zio­ne che por­tò al tra­mon­to del­la Dit­ta­tu­ra dei Colon­nel­li (1967–74). Men­tre oggi ad impe­di­re l’ingresso del­la poli­zia resta­no solo alcu­ni arti­co­li del rego­la­men­to inter­no, lo sta­tus quo del­le occu­pa­zio­ni uni­ver­si­ta­rie è sta­to quin­di tol­le­ra­to fino a ieri per ragio­ni sto­ri­che e politiche.

L’occupazione ate­nie­se ini­ziò come espli­ci­ta pro­te­sta nei con­fron­ti del regi­me. Una mino­ran­za pre­ten­de­va (non chie­de­va, non ele­mo­si­na­va: pren­de­va) spa­zio ed esi­sten­za all’interno di una dit­ta­tu­ra mili­ta­re. Un cir­co­scrit­to grup­po socia­le affer­ma­va cioè la pro­pria esi­sten­za devian­te con­tro l’egemonia ester­na e pro­po­ne­va dall’interno un ordi­ne alter­na­ti­vo, in quel caso demo­cra­ti­co. Il model­lo inter­no si este­se e rice­vet­te sup­por­ti dal­la cit­ta­di­nan­za. La rea­zio­ne fu una vio­len­ta repres­sio­ne nel san­gue: car­ri arma­ti AMX30 a sfon­da­re i can­cel­li del Poli­tec­ni­co, cec­chi­ni dai tet­ti che spa­ra­no sul­la fol­la. La dichia­ra­zio­ne di esi­sten­za di una mino­ran­za col­li­ma con la richie­sta o l’appropriazione di spa­zi fisi­ci. Una devian­za affer­ma di esi­ste­re, e di esi­ste­re neces­sa­ria­men­te in un luo­go, fos­se anche una comu­ni­tà vir­tua­le. L’au­to­de­ter­mi­na­zio­ne poli­ti­ca di un grup­po pas­sa attra­ver­so una deli­ca­ta nego­zia­zio­ne di pote­re con l’egemonia ester­na. L’ONU nel ’48 accet­ta l’au­to­pro­cla­ma­zio­ne del­lo Sta­to di Israe­le nel momen­to in cui non inter­vie­ne a sgom­be­rar­ne le ter­re occu­pa­te, gli accor­da esi­sten­za in un luo­go, men­tre nel mede­si­mo spa­zio è nega­ta l’esistenza dell’identità pale­sti­ne­se. L’e­mer­sio­ne spon­ta­nea del­la mino­ran­za può esse­re rico­no­sciu­ta, tol­le­ra­ta o repres­sa in rela­zio­ne al suo gra­do di devian­za. Lad­do­ve un pote­re sovra­no non inten­de con­vi­ve­re con la devian­za dai pro­pri valo­ri por­tan­ti (dena­ro, reli­gio­ne, auto­ri­tà, buro­cra­zia, pro­prie­tà pri­va­ta, fal­lo­cra­zia, lin­gua) e non inten­de rine­go­zia­re i pro­pri pri­vi­le­gi, il rifiu­to dell’alterità può diven­ta­re nega­zio­ne dell’esistenza stes­sa di una voce dis­so­nan­te. Dopo ver­ran­no pre­te­sti, giu­sti­fi­ca­zio­ni, reto­ri­che, for­ze maggiori.

Sen­za entra­re dal­la por­ta prin­ci­pa­le nel meri­to degli even­ti di Festa del Per­do­no, la ex-cuem (così come Macao, l’Officina dei Beni Comu­ni, il tea­tro Val­le, il Gari­bal­di, ecc.) è esat­ta­men­te un’emersione di devian­za, un grup­po mino­ri­ta­rio che impo­ne l’esistenza di ete­ro­to­pie spon­ta­nee in cui ven­go­no sospe­si i rap­por­ti vigen­ti all’esterno, un car­ne­va­le non auto­riz­za­to e quin­di non con­trol­la­bi­le nel tem­po dal pote­re sovra­no, che rischia di diven­ta­re nuo­va nor­ma se tol­le­ra­ta. Que­sti grup­pi infran­go­no e con­te­sta­no un pote­re costi­tui­to costi­tuen­do­ne altri nel tes­su­to urba­no, dele­git­ti­ma­no l’autorità, rifiu­ta­no la pro­prie­tà pri­va­ta, il prin­ci­pio del pro­fit­to, pro­muo­vo­no la strut­tu­ra assem­blea­re con­tro la gerar­chia, dif­fon­do­no un sape­re cri­ti­co dif­fe­ren­te, spe­ri­men­ta­no for­me di esi­sten­za con­tro le nor­me cir­co­stan­ti. L’imperdonabile esi­bi­zio­ne di for­za arma­ta e di vio­len­za, la voce del padro­ne che con una tele­fo­na­ta o due righe d’inchiostro ese­cu­ti­vo diven­ta per­cos­sa sul vol­to, stu­den­tes­sa in ospe­da­le, man­ga­nel­lo sul­la testa, si spie­ga bene pen­san­do a qua­li rap­por­ti iden­ti­ta­ri leghi­no le gerar­chie uni­ver­si­ta­rie ai prin­cì­pi capi­ta­li­si­ti, pro­prie­ta­ri, auto­ri­ta­ri con­tro cui gli occu­pan­ti si atti­va­no, e ricor­dan­do che rara­men­te il pote­re sovra­no di un’identità for­te accet­ta che nel suo recin­to si spe­ri­men­ti­no pra­ti­che radi­cal­men­te diver­gen­ti fuo­ri dal­le ete­ro­to­pie che esso stes­so disci­pli­na e con­trol­la. Se la rispo­sta del­la cul­tu­ra ege­mo­ni­ca si fa così aggres­si­va non è cer­to per­ché simi­li devian­ze sia­no inu­ti­li uto­pie, stu­pi­da igno­ran­za o atti cri­mi­na­li, ma per­ché sca­te­na­no il ter­ro­re del cam­bia­men­to sen­za con­trol­lo pos­si­bi­le, la cre­pa nel vaso, pau­ra di rine­go­zia­re pri­vi­le­gi acqui­si­ti. L’identità minac­cia­ta da que­sto altro sa mol­to bene, dal movi­men­to sto­ri­co di fra Dol­ci­no ai sem ter­ra suda­me­ri­ca­ni, dal par­co Nava­ri­no di Ate­ne alle fab­bri­che argen­ti­ne occu­pa­te fino alla demo­cra­zia diret­ta di piaz­za Syn­tag­ma (e si può con­ti­nua­re a lun­go), sa fin trop­po bene che simi­li devian­ze, con il sape­re e le pra­ti­che che dif­fon­do­no, pos­so­no fun­zio­na­re benis­si­mo, pos­so­no esten­der­si e cre­sce­re fino a sovrastarla.

More­no Paulon

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1 Commento su Eterotopie. Tra devianza e potere

  1. è una mia sot­to­scri­zio­ne que­sta, non sono sta­to par­te­ci­pe alla ste­su­ra dell’analisi
    ci ten­go a far sape­re che con­di­vi­do e la sen­to anche mia.

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