Exit Cuem. La fine che non c’è.

La ex cuem è ridot­ta ad un gro­vie­ra. Han­no sgom­be­ra­to con le bom­be a mano.
Non tol­le­ra­bi­li in demo­cra­zia né ora né in futu­ro. Ristret­to grup­po di indi­vi­dui già ampia­men­te noti alle for­ze dell’ordine.
For­ti e con­fu­se allo stes­so tem­po le gri­da che in que­ste set­ti­ma­ne abbia­mo ascol­ta­to usci­re da micro­fo­ni grac­chian­ti e mega­fo­ni, da comu­ni­ca­ti scrit­ti in fret­ta e furia, da sedi­cen­ti esper­ti in mate­ria, da poli­ziot­ti ven­ten­ni in tenu­ta anti­som­mos­sa, dal­le colon­ne di gior­na­li e gior­na­li­ni, da volan­ti­ni, dal­le boc­che di stu­den­ti che non c’entrano, dal­le boc­che di chi odia gli indif­fe­ren­ti e dal­le nostre boc­che, quel­le di chi non ave­va un’opinione e si è tro­va­to som­mer­so, schiac­cia­to dagli eser­ci­ti del Si e del No.
Sen­za cer­ca­re di com­pren­de­re – per­ché in fin dei con­ti non impor­ta – le sen­ten­ze sono sta­te emes­se dal tri­bu­na­le del­la sto­ria e la Ragio­ne, da qua­lun­que par­te essa fos­se, ha potu­to dor­mi­re in pace per il resto dei suoi giorni.

Com­pren­de­re cosa?

Com­pren­de­re che se una coo­pe­ra­ti­va libra­ria fal­li­sce per ban­ca­rot­ta frau­do­len­ta, se qual­che ban­di­to spa­ri­sce con il mal­tol­to, se i ban­di o pre­sun­ti tali per tut­te le atti­vi­tà inter­ne all’università sono gesti­ti con fare clien­te­la­re e poco han­no a che spar­ti­re con la logi­ca del bene comu­ne, se tut­to que­sto acca­de e nes­su­no dice una paro­la, allo­ra è dif­fi­ci­le un anno dopo con­dan­na­re l’illegalità di tren­ta sbom­bal­la­ti – argo­men­to mol­to in voga nel­le ulti­me settimane.
Com­pren­de­re che è impos­si­bi­le denun­cia­re la pra­ti­ca del­le feste den­tro l’università per poi par­te­ci­par­vi alla pri­ma occa­sio­ne dispo­ni­bi­le, nasco­sti nell’anonimato dell’oscurità.
Com­pren­de­re che c’è una bel­la dif­fe­ren­za fra il man­ga­nel­lo sul­la testa ed un inde­le­bi­le su di un muro, che non sono due fac­ce del­la stes­sa meda­glia: la respon­sa­bi­li­tà di chi rap­pre­sen­ta l’istituzione non sarà mai, da che mon­do e mon­do, equi­pa­ra­bi­le a quel­la di chi rap­pre­sen­ta solo se stes­so e la sua ristret­ta cerchia.

Urla­re ai quat­tro ven­ti che la tua liber­tà di opi­nio­ne è mes­sa in discus­sio­ne da un mani­po­lo di faci­no­ro­si anta­go­ni­sti e, per far­lo, invia­re miglia­ia di mes­sag­gi alle casel­le di posta elet­tro­ni­ca di tut­to l’ateneo, rila­scia­re un’intervista a Repub­bli­ca, sbrai­ta­re su qua­lun­que forum in rete, fareb­be sor­ri­de­re anche il più dadai­sta fra i let­to­ri di que­sta rivista.
Alte­rar­si con un post su Face­book – come spia­ce­vol­men­te acca­du­to al pro­fes­sor Andrea Zhok – solo per esse­re sta­ti chia­ma­ti in cau­sa da una let­te­ra pole­mi­ca dopo aver per gior­ni assi­sti­to ine­be­ti­ti allo svol­ger­si “degli svi­lup­pi che mi era­no par­si mol­to spia­ce­vo­li, ma in qual­che modo, fisio­lo­gi­ci” e coglie­re al volo l’occasione per avver­ti­re la sini­stra ita­lia­na dei peri­co­lo­si nemi­ci inter­ni che s’è cari­ca­ta sul­le spal­le è un altro modo sim­pa­ti­co per fre­gar­se­ne del­la situa­zio­ne – che sareb­be anche legit­ti­mo – sen­za dar­lo trop­po a vedere.

Spe­di­re a distan­za di ven­ti­quat­tro ore pre­ci­se un comu­ni­ca­to lam­po iden­ti­co a quel­lo invia­to il gior­no pri­ma dal­la lista di rap­pre­sen­tan­za avver­sa, come avve­nu­to nel­la mat­ti­na del 11 mag­gio da par­te dei rap­pre­sen­ta­ti del­la Lista Aper­ta Obbiet­ti­vo Stu­den­ti, potreb­be indur­re i mal­pen­san­ti a cre­de­re che non esi­sta una pro­fon­da volon­tà di riflet­te­re sull’accaduto, ma piut­to­sto il desi­de­rio di schiac­ciar­si sul­la posi­zio­ne uffi­cia­le dell’amministrazione per poter­ne cava­re fuo­ri qual­co­sa al momen­to del­la spar­ti­zio­ne del “bot­ti­no”.
Con­dan­na­re gli ese­cu­to­ri mate­ria­li del pestag­gio in chio­stro di lune­dì 6 mag­gio (i cele­ri­ni) sen­za azzar­da­re nem­me­no una paro­la nei con­fron­ti dei man­dan­ti, tut­ti i man­dan­ti, è una con­dan­na vuo­ta, è una con­dan­na da bon ton, una con­dan­na da mam­ma paci­fi­sta che aspet­ta i figli al ritor­no dal­la guerra.

Ricostruzione dei locali Ex-Cuem
Rico­stru­zio­ne dei loca­li Ex-Cuem

Tan­to per esse­re chia­ri: tut­ti que­sti bre­vi spun­ti non han­no in alcun modo cam­bia­to la posi­zio­ne di chi scri­ve (che man­tie­ne dun­que le pro­prie riser­ve sull’accaduto) e anco­ra meno aspi­ra­no a cam­bia­re la posi­zio­ne di chi leg­ge; visto però che dopo le pri­me ore di soli­da­rie­tà che i ragaz­zi di ex cuem han­no rice­vu­to, dovu­ta allo shock degli scon­tri con la poli­zia, s’è anda­ta depo­si­tan­do lun­go i chio­stri del­la Sta­ta­le l’idea stri­scian­te che in fin dei con­ti se la fos­se­ro cer­ca­ta, che il ret­to­ra­to aves­se ragio­ne in toto, che non ci fos­se più da discu­te­re che comun­que da quel momen­to in poi sareb­be­ro sem­pre sta­ti dal­la par­te del tor­to mar­cio, qua­lun­que cosa dices­se­ro e faces­se­ro, si è pen­sa­to di pro­va­re a dar­gli una mano, così, anche solo per sim­pa­tia nei con­fron­ti degli “scon­fit­ti”.

Lo si è fat­to pro­prio per impe­di­re a quel­le cosid­det­te veri­tà uffi­cia­li auto avve­ran­ti di sedi­men­tar­si per sem­pre nel cere­bro dell’opinione pub­bli­ca, quel­le veri­tà sen­ti­te e risen­ti­te mil­le vol­te dal­le mil­le lin­gue di mil­le fac­ce ma che per qual­che assur­da ragio­ne man­ten­go­no il fasci­no dell’originalità. L’idea che Ex-Cuem sia un radu­no di peri­co­lo­si bom­ba­ro­li sen­za pie­tà, un covo di tos­si­ci alla ricer­ca di un posto cal­do dove sta­re duran­te il rigi­do inver­no mila­ne­se oppu­re un salot­to alter­na­ti­vo per figli del­la Mila­no bene che, in atte­sa di esse­re siste­ma­ti dal padre alla gui­da di qual­che cata­ma­ra­no indu­stria­le, si dilet­ta­no gio­can­do all’irriducibile inva­sa­to, una pale­stra per ana­cro­ni­sti­ci mili­tan­ti poli­ti­ci extra par­la­men­ta­ri, resi­dui degli anni che furono. 

Che alcu­ni di que­sti pen­sie­ri si dif­fon­da­no è nell’ordine del­le cose, quan­do però diven­ta­no l’unico occhio con il qua­le guar­da­re a feno­me­ni di que­sto tipo allo­ra c’è qual­co­sa di mala­to nel­la nostra vista.
È giu­sto pen­sa­re che le minac­ce e le inti­mi­da­zio­ni (se ci sono sta­te) sono sem­pre sba­glia­te, che la paro­la infa­mi lun­go le mura dell’auletta Pesci (desti­na­ta ai rap­pre­sen­tan­ti di Uni­Sì) sia un rigur­gi­to del­la decen­za ver­ba­le – somi­glian­te nel­la scel­ta ter­mi­no­lo­gi­ca al ger­go mafioso.
È legit­ti­mo cre­de­re che tut­ta que­sta sto­ria non sia altro che l’ennesimo epi­so­dio di una grot­te­sca decen­na­le sca­ra­muc­cia fra for­ze dell’ordine e stu­den­ti, che al mon­do esi­sta­no milio­ni di cose più impor­tan­ti alle qua­li dedi­car­si quotidianamente.
Tut­to que­sto è giu­sto per il nostro occhio, vole­va­mo solo pro­va­re ad apri­re anche l’altro.

Fran­ce­sco Floris

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Francesco Floris
Blog­gerLin­kie­sta
Col­la­bo­ra­to­re de Linkiesta.it, spea­ker di Mag­ma, blogger.

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