Parkour: it makes strength
Intervista ai Milan Monkeys

“No, sape­te…” tro­neg­gia mia madre dal­l’al­to del­la sua sedia nel bar di quar­tie­re “mio figlio sta facen­do… Par­kour!”, lo dice cal­can­do l’ul­ti­ma paro­la con un leg­ge­ro accen­to fran­ce­se, con quel­l’a­lo­ne di miste­ro e quel­la spruz­za­ta di boria alla so-tut­to-io. Dopo poco aggiun­ge: “Sì, quel­lo sport dei paz­zi che si lan­cia­no giù dai palaz­zi.” Come se que­sto bastas­se a pla­ca­re gli sguar­di di incre­du­li­tà e incom­pren­sio­ne del­le sue ami­che e sopra­tut­to a non far­mi sep­pel­li­re sot­to il tavo­lo accan­to. Comun­que, a par­te mia madre — che dopo sei mesi di alle­na­men­ti anco­ra mi pro­po­ne cavi­glie­re, casco, mute da sub o arma­tu­re medie­va­li — ulti­ma­men­te mi suc­ce­de sem­pre più spes­so di scon­trar­mi con la fal­sa idea di par­kour nutri­ta da fami­lia­ri, ami­ci e conoscenti.

È una disciplina incentrata sulla conservazione della fluidità e della leggerezza nei movimenti durante lo spostamento

Il vero pro­ble­ma è che la gen­te non ha anco­ra asso­cia­to a que­sto sport una defi­ni­zio­ne, una clas­si­fi­ca­zio­ne stan­dard, ma sola­men­te qual­che spa­ru­to video visto in TV dove vie­ne pro­iet­ta­to solo il pro­dot­to fina­le di un cam­mi­no ben più lun­go che non coin­vol­ge solo un miglio­ra­men­to del­le pro­prie doti fisi­che, ma anche una cre­sci­ta e una matu­ra­zio­ne interiore.

Potrem­mo defi­ni­re il par­kour come una disci­pli­na incen­tra­ta sul­la con­ser­va­zio­ne del­la flui­di­tà e del­la leg­ge­rez­za nei movi­men­ti duran­te lo spo­sta­men­to da un luo­go all’al­tro, affron­tan­do in modo sicu­ro e per­so­na­le qua­lun­que osta­co­lo sia pre­sen­te lun­go il per­cor­so, così da sti­mo­la­re il pra­ti­can­te ad un uti­liz­zo modu­la­to del­le pro­prie capacità.

Se si ha l’oc­ca­sio­ne di osser­va­re di per­so­na dei tra­ceur o del­le tra­ceu­se (rispet­ti­va­men­te i ragaz­zi e le ragaz­ze che pra­ti­ca­no que­sto sport) in azio­ne, si nota subi­to, al con­tra­rio di quan­to si pen­si,  che la disci­pli­na met­te al pri­mo posto la per­so­na in sé e spin­ge ver­so una matu­ra­zio­ne fisi­ca e men­ta­le in modo da met­te­re chi la par­ti­ca nel­la con­di­zio­ne di ave­re un con­trol­lo tota­le sia sul­l’am­bien­te cir­co­stan­te sia sul pro­prio cor­po, così da  supe­ra­re l’o­sta­co­lo nel­la manie­ra più appro­pria­ta e sicu­ra. Diven­ta qua­si imme­dia­to il col­le­ga­men­to di que­sta filo­so­fia con la stes­sa del­le arti mar­zia­li: infat­ti in entram­be è pre­sen­te un’ot­ti­ca di matu­ra­zio­ne costan­te, otte­nu­ta attra­ver­so l’im­pe­gno e la dedi­zio­ne gior­na­lie­ra; un’ot­ti­ca che met­te la cre­sci­ta indi­vi­dua­le come pun­to foca­le di un una visio­ne non sola­men­te spor­ti­va, ma anche del­la vita in toto. Per­so­nal­men­te, sono rima­sto col­pi­to soprat­tut­to dal­l’at­teg­gia­men­to di gran­de soli­da­rie­tà che si instau­ra fra i diver­si pra­ti­can­ti, che cer­ca­no di soste­ner­si e aiu­tar­si l’u­no con l’al­tro, pro­gre­den­do in una visio­ne di matu­ra­zio­ne non com­pe­ti­ti­va che spin­ge ver­so la socia­li­tà, la coe­sio­ne e la riap­pro­pria­zio­ne degli spa­zi del­la pro­pria città.

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Andia­mo però ora a sen­ti­re due ragaz­zi, Eli­sa Ver­mi e Fran­ce­sco Maz­zù, mem­bri e istrut­to­ri di par­kour nel­l’as­so­cia­zio­ne Milan­Mon­keys, il grup­po più gran­de di Milano.

Da quan­to tem­po pra­ti­ca­te par­kour e come vi sie­te avvi­ci­na­ti a que­sto mondo? 
Fran­ce­sco: Pra­ti­co par­kour da 6 anni: l’ho sco­per­to tra­mi­te il film Yama­ka­si e alcu­ni video su inter­net, seb­be­ne ciò che col­si fos­se una mini­ma par­te di quan­to avrei poi sco­per­to esse­re vera­men­te il parkour.
Eli­sa: Come tan­te per­so­ne ho sco­per­to il par­kour tra­mi­te dei video onli­ne; incu­rio­si­ta, ho cer­ca­to mag­gio­ri infor­ma­zio­ni e ho cono­sciu­to così i Milan­Mon­keys con cui, a Mila­no, ho ini­zia­to ad alle­nar­mi cir­ca tre anni fa. Ho sem­pre fat­to fin da bam­bi­na ginnastica/danza/acrobatica e la pri­ma cosa che mi ha affa­sci­na­to del par­kour era l’idea di sfrut­ta­re l’ambiente urba­no come una spe­cie di “pale­stra a cie­lo aperto”.

Se dove­ste descri­ve­re il par­kour con paro­le vostre, come lo descrivereste?
Fran­ce­sco: E’ una disci­pli­na basa­ta sul supe­ra­men­to degli osta­co­li in tut­te le con­di­zio­ni gra­zie all’u­ti­liz­zo di cor­po, men­te e cuo­re. E’ una disci­pli­na che può esse­re pra­ti­ca­ta da tut­ti ed è mol­to ver­sa­ti­le: per­met­te infat­ti ad ogni indi­vi­duo di cre­sce­re sot­to mol­ti aspet­ti, sen­za legar­si a sche­mi preimpostati.
Eli­sa: Il par­kour è “l’arte del­lo spo­sta­men­to” e con­si­ste nell’allenare sia il cor­po che la men­te per impa­ra­re a muo­ver­si da un pun­to ad un altro nel modo più effi­cien­te, flui­do e sicu­ro pos­si­bi­le, adat­tan­do­si all’ambiente cir­co­stan­te. L’obiettivo è miglio­ra­re se stes­si e le pro­prie capa­ci­tà, acqui­sen­do con­sa­pe­vo­lez­za dei pro­pri limi­ti e spo­stan­do­li un poco più in là gra­dual­men­te. Nel par­kour non c’è com­pe­ti­zio­ne: l’unica sfi­da è con se stes­si; alla sua base infat­ti c’è il con­cet­to di esse­re for­ti per esse­re uti­li, a se stes­si come, in caso di biso­gno, agli altri.

caduta

Per­ché fare par­kour?
Fran­ce­sco: Per­ché la sua com­ple­tez­za por­ta ad una mag­gio­re cono­scen­za del­la pro­pria per­so­na sot­to diver­si aspet­ti e per­ché inol­tre la man­can­za di com­pe­ti­zio­ne per­met­te di capi­re quan­te poten­zia­li­tà ogni per­so­na abbia den­tro di sé, sen­za dover esse­re per for­za il più for­te, velo­ce o resi­sten­te. Supe­ra­re osta­co­li non solo ti ren­de for­te, ma ti fa com­pren­de­re di esserlo.
Eli­sa: Innan­zi­tut­to è un modo un po’ diver­so dal soli­to per fare movi­men­to e man­te­ner­si in for­ma; inol­tre, l’allenamento non è solo fisi­co, ma anche men­ta­le: per­met­te di impa­ra­re a cono­scer­si meglio e di costrui­re fidu­cia in se stes­si. È un modo per risco­pri­re la cit­tà attra­ver­so il movi­men­to: guar­da­re i luo­ghi che ci cir­con­da­no con occhi diver­si per­met­te di sen­tir­ci più in armo­nia con l’am­bien­te trop­po spes­so spor­co e tra­scu­ra­to che ci cir­con­da, tra­sfor­man­do qua­lun­que osta­co­lo e bar­rie­ra archi­tet­to­ni­ca in una pos­si­bi­li­tà da esplo­ra­re. È anche un otti­mo modo per distrar­si dal­la mono­to­nia di tut­ti i gior­ni, cono­sce­re nuo­ve per­so­ne e con­di­vi­de­re fati­che e sod­di­sfa­zio­ni insieme!

Come ci si dovreb­be rap­por­ta­re ad una disci­pli­na come questa?
Eli­sa: La cosa fon­da­men­ta­le è affron­tar­la con la giu­sta men­ta­li­tà, per­ché se pra­ti­ca­ta con inco­scien­za può risul­ta­re mol­to peri­co­lo­sa. E’ impor­tan­te ini­zia­re con per­so­ne che han­no matu­ra­to una cer­ta espe­rien­za, gra­zie a diver­si anni di alle­na­men­to e al con­fron­to con le altre real­tà nazio­na­li e/o inter­na­zio­na­li, e dedi­ca­re sopra­tut­to mol­to tem­po ad un’adeguata pre­pa­ra­zio­ne fisi­ca oltre che al solo pro­gres­so del­la tec­ni­ca. Biso­gna pro­ce­de­re gra­dual­men­te e sen­za fret­ta, impa­ran­do a cono­sce­re e ad ascol­ta­re il pro­prio cor­po, acqui­sen­do la con­sa­pe­vo­lez­za dei pro­pri limiti.

Qua­li sono le carat­te­ri­sti­che più impor­tan­ti che un tra­ceur dovreb­be possedere?
Fran­ce­sco: For­za di volon­tà, corag­gio, rispet­to per se stes­si e per gli altri, auto­con­trol­lo, umil­tà, una tena­cia plu­rien­na­le e capa­ci­tà di autocritica.

E’ uno sport solo di (e per) gio­va­ni o ci sono anche pra­ti­can­ti over 50?
Fran­ce­sco:
Come det­to pri­ma, è uno disci­pli­na per tut­ti: basta solo applicarsi!

Eli­sa, il par­kour, uno sport che vie­ne asso­cia­to comu­ne­men­te alla for­za fisi­ca e alla poten­za, può esse­re acces­si­bi­le anche dal­le ragaz­ze? Cono­sci oltre a te altre traceuse? 
Eli­sa: Il par­kour offre mol­te pos­si­bi­li­tà anche per le ragaz­ze: non è solo alle­na­men­to di for­za e poten­za, ci sono mol­ti altri aspet­ti come l’equilibrio, la pre­ci­sio­ne e la flui­di­tà in cui spes­so que­ste ulti­me sono anche più avvan­tag­gia­te dei maschi. Le pos­si­bi­li­tà di movi­men­to sono mol­te­pli­ci e varie, basta impa­ra­re ad adat­tar­si all’ambiente e un po’ di crea­ti­vi­tà, cono­sco infat­ti diver­se tra­ceu­ses sia ita­lia­ne che all’estero, mol­to bra­ve e motivate.

Ci sono dif­fe­ren­ze fra i due ses­si nel­l’ap­proc­ciar­si ad un osta­co­lo? Qua­li sono le tec­ni­che più usa­te dal­l’u­no e qua­li dall’altro? 
Eli­sa: Le ragaz­ze spes­so sono più sen­si­bi­li e insi­cu­re di fron­te ad un osta­co­lo, per­ché maga­ri si sen­to­no più impac­cia­te, meno for­ti o poten­ti dei maschi. Spes­so han­no biso­gno di un po’ più di soste­gno e inco­rag­gia­men­to; comun­que biso­gna ricor­da­re che sia­mo tut­ti diver­si, indi­pen­den­te­men­te dal ses­so!  Ognu­no ha biso­gno dei suoi tem­pi e ten­de a pre­fe­ri­re cer­ti movi­men­ti rispet­to ad altri, per­ché più sicu­ri, più effi­cien­ti o più gra­di­ti; non inci­do­no solo le nostre carat­te­ri­sti­che fisi­che, ma anche il nostro carat­te­re. Per­so­nal­men­te riten­go che sia impor­tan­te cer­ca­re di esplo­ra­re e per­fe­zio­na­re quan­ti più movi­men­ti diver­si, capen­do però in base al pro­prio cor­po e alla pro­pria espe­rien­za qua­li movi­men­ti pre­fe­ri­re in base al contesto.

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La disci­pli­na del par­kour è per­ce­pi­ta nel­l’im­ma­gi­na­rio col­let­ti­vo come sino­ni­mo di irre­spon­sa­bi­li­tà e avven­ta­tez­za, ma è pro­prio così?
Fran­ce­sco: Al con­tra­rio: tra i valo­ri cita­ti pri­ma tro­via­mo pro­prio il rispet­to per sé stes­si e per gli altri, che da solo la dice lun­ga sul­l’in­fon­da­tez­za di que­sto pre­giu­di­zio. Chi fa par­kour lo fa per miglio­rar­si, per cre­sce­re, per diven­ta­re più for­te: sa che ogni rischio che deci­de volon­ta­ria­men­te di pren­de­re, lo pren­de dopo ANNI di duro alle­na­men­to e come pas­sag­gio per la sua cre­sci­ta per­so­na­le. Accet­ta­re il peri­co­lo come una costan­te rou­ti­ne, sen­za dar­gli il giu­sto peso e sen­za com­pren­der­ne la gra­vi­tà, è il com­por­ta­men­to di chi non rispet­ta né se stes­so né gli altri (le per­so­ne care ad esem­pio). Se met­ti in gio­co la tua salu­te per qual­co­sa che è solo diver­ten­te, evi­den­te­men­te qual­co­sa non qua­dra: nel­la vita ci si può benis­si­mo diver­ti­re sen­za rischia­re nulla.

Dove si può fare par­kour? Ci sono strut­tu­re appo­si­te? Quan­to è impor­tan­te la pale­stra e quan­to inve­ce l’al­le­na­men­to outdoor?
Eli­sa: Si può fare par­kour ovun­que, con un po’ di crea­ti­vi­tà: anche del­le righe sul pavi­men­to offro­no infat­ti la pos­si­bi­li­tà di fare vari eser­ci­zi. In cit­tà ci sono dei posti, che noi chia­mia­mo spo­ts, mag­gior­men­te pre­di­spo­sti per­ché ric­chi di muret­ti, sbar­re, gra­di­ni, però in gene­ra­le è anche mol­to bel­lo esplo­ra­re luo­ghi nuo­vi impa­ran­do ad adat­tar­si a quel­lo che si tro­va. Sono sta­ti costrui­ti in alcu­ne cit­tà dei “par­kour parks” con strut­tu­re appo­si­te, così come pale­stre per alle­nar­si indoor. Sicu­ra­men­te sono uti­li, soprat­tut­to a livel­lo didat­ti­co e per alle­na­re movi­men­ti spe­ci­fi­ci, però pen­so che l’anima del par­kour sia adat­tar­si alla cit­tà, non vice­ver­sa, costruen­do strut­tu­re ad hoc.

La riso­nan­za che sta otte­nen­do ora que­sto sport a livel­lo inter­na­zio­na­le, tan­to da appa­ri­re sem­pre più spes­so come pro­ta­go­ni­sta di video­gio­chi, film e inter­vi­ste, come sta modi­fi­can­do l’am­bien­te e i valo­ri del parkour?
Fran­ce­sco: Sicu­ra­men­te ne sta miglio­ran­do la visi­bi­li­tà, anche se con una gros­sa —quan­to erra­ta— ten­den­za a esi­bir­ne solo il risul­ta­to “fina­le” rispet­to a tut­to l’al­le­na­men­to che c’è die­tro, e che rara­men­te vie­ne mostrato.

Inse­gnan­do que­sta disci­pli­na, come vi sem­bra che i “nuo­vi arri­va­ti” si pon­ga­no rispet­to al par­kour? Cosa voglio­no da que­sto sport?
Fran­ce­sco: Cre­do che la gen­te —data pro­prio la qua­li­tà del­la dif­fu­sio­ne media­ti­ca— si avvi­ci­ni in gran par­te con la voglia di emu­la­re, spe­cie i più gio­va­ni. Par­lan­do con i ragaz­zi che fre­quen­ta­no i nostri cor­si, ci sen­tia­mo spes­so dire che la disci­pli­na che stan­no pra­ti­can­do è mol­to diver­sa da quel­la che cre­de­va­no essere.

In Italia il parkour si sta diffondendo sempre di più, diventando accessibile ad un numero maggiore di persone diverse

Vi è mai capi­ta­to di incon­tra­re traceur/traceuse stra­nie­ri? Come ci si pone all’e­ste­ro nei con­fron­ti di que­sto sport? E in Ita­lia? Qua­le può esse­re il futu­ro del par­kour italiano?
Eli­sa: Negli ulti­mi due anni mi sono alle­na­ta per diver­si mesi a Lon­dra, dove la real­tà del par­kour è mol­to viva e ampia­men­te svi­lup­pa­ta. La pos­si­bi­li­tà di con­fron­tar­si ed alle­nar­si quo­ti­dia­na­men­te con ragazzi/e pro­ve­nien­ti da tut­to il mon­do, con­di­vi­den­do la pro­pria espe­rien­za, è mol­to inte­res­san­te e aiu­ta a cre­sce­re, sia come atle­ta che come per­so­na. In Ita­lia il par­kour si sta dif­fon­den­do sem­pre di più, diven­tan­do acces­si­bi­le ad un nume­ro mag­gio­re di per­so­ne diver­se, sia per quan­to riguar­da il ses­so che per l’età; riten­go che ciò sia mol­to posi­ti­vo per­ché sono nume­ro­se le per­so­ne che pos­so­no trar­re bene­fi­cio da que­sta disci­pli­na. Spe­ro infat­ti con­ti­nui a cre­sce­re man­te­nen­do intat­ti i valo­ri che la caratterizzano.
Fran­ce­sco: Mi sen­to otti­mi­sta al riguar­do, mal­gra­do in Ita­lia stia­no nascen­do cor­si che non solo non sono cer­ti­fi­ca­ti, ma che man­ca­no anche di un’au­to­re­vo­lez­za acqui­si­ta real­men­te sul “cam­po”. Ci sono comun­que un sac­co di real­tà ita­lia­ne che dan­no ani­ma e cor­po per favo­ri­re una divul­ga­zio­ne cor­ret­ta del­la disci­pli­na su tut­to lo sti­va­le, e alcu­ne di que­ste han­no al loro inter­no pra­ti­can­ti che si alle­na­no da qua­si 10 anni, una gros­sis­si­ma risor­sa per quan­to riguar­da la divul­ga­zio­ne dei valo­ri; in più, i nuo­vi pra­ti­can­ti sem­bra­no esse­re più aper­ti alla disci­pli­na e alle varie sfac­cet­ta­tu­re che que­sta com­por­ta, che come det­to pri­ma non si vedo­no nel­la mag­gior par­te dei video su You­tu­be, il che fa ben sperare.

Qua­li con­si­gli dare­ste a chi si sta affac­cian­do per la pri­ma vol­ta al mon­do del parkour? 
Fran­ce­sco: Il mio con­si­glio è quel­lo di ave­re grin­ta e voglia di miglio­ra­re, ma non fret­ta: impa­ra­re con cal­ma, per­ché biso­gna mira­re a fare par­kour per tut­ta la vita. Se qual­cu­no si ren­des­se con­to che si sta alle­nan­do in manie­ra trop­po inten­sa e che que­sto lo potreb­be por­ta­re a non reg­ge­re più (sia fisi­ca­men­te che psi­co­lo­gi­ca­men­te), allo­ra dovreb­be por­si del­le doman­de sul pro­prio modo di pra­ti­ca­re. Riu­sci­re a fare dei sal­ti o del­le tec­ni­che signi­fi­ca ave­re un buon con­trol­lo del pro­prio cor­po ed esse­re dei buon atle­ti, e per fare ciò, per quan­to una per­so­na pos­sa non esse­re alle­na­ta, non ci vuo­le tan­to,  ma non basta: capi­re se far­li, quan­do far­li, e per­ché far­li, signi­fi­ca ini­zia­re  effet­ti­va­men­te a capi­re —e pra­ti­ca­re— que­sta disciplina.
Eli­sa: Non lasciar­si inti­mo­ri­re da even­tua­li pre­giu­di­zi lega­ti all’età, al ses­so o alla pro­pria con­di­zio­ne fisi­ca: non occor­re esse­re for­ti, alle­na­ti o atle­ti­ci, tut­ti pos­so­no fare par­kour, pro­prio per­ché è una sfi­da sol­tan­to con se stes­si per miglio­ra­re le pro­prie capa­ci­tà! For­za, agi­li­tà e con­trol­lo non sono pre­re­qui­si­ti, ma con­se­guen­ze di un buon alle­na­men­to. “Par­kour doesn’t take strength, it makes strength” (“Il par­kour non richie­de for­za, costrui­sce forza”).

Loren­zo Porta
Foto di JB Lon­don, Nas­ser Nou­ri, Nikos Koutoulas

 

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