Per cosa combattono i giovani di Gezi Park

In Tur­co, Gezi Park signi­fi­ca par­co del­la pas­seg­gia­ta, dell’escursione: è per difen­de­re que­sto pol­mo­ne ver­de, vici­nis­si­mo a quel­la piaz­za Tak­sim cuo­re del­la Istan­bul inter­na­zio­na­le e mul­ti­cul­tu­ra­le, che una cin­quan­ti­na di ambien­ta­li­sti sono sce­si in piaz­za, una set­ti­ma­na fa, pro­te­stan­do con­tro il pro­get­to del gover­no di sman­tel­la­re il par­co per costruir­vi un nuo­vo cen­tro commerciale.
Ad essi si sono in bre­ve uni­te miglia­ia di per­so­ne che han­no occu­pa­to paci­fi­ca­men­te il par­co in un gesto di soli­da­rie­tà con quel­la che pare­va una pro­te­sta desti­na­ta ad esau­rir­si nel giro di poche ore.
Tut­ta­via la rispo­sta, duris­si­ma, del gover­no, che ha ordi­na­to lo sgom­be­ro dei mani­fe­stan­ti, e la suc­ces­si­va mobi­li­ta­zio­ne di un nume­ro sem­pre cre­scen­te di cit­ta­di­ni han­no por­ta­to all’esplosione di una pro­te­sta su sca­la nazio­na­le, che pone mol­ti inter­ro­ga­ti­vi sul­la situa­zio­ne del­la Tur­chia all’alba del XXI secolo.

istanbul3Pae­se com­ples­so e affa­sci­nan­te, la Repub­bli­ca Tur­ca rac­chiu­de al suo inter­no mol­te di quel­le sfi­de e di quel­le con­trad­di­zio­ni che carat­te­riz­za­no i momen­ti di pas­sag­gio tra diver­se epo­che sto­ri­che e gli incon­tri tra cul­tu­re e tra­di­zio­ni differenti.
Sto­ri­ca­men­te e geo­gra­fi­ca­men­te col­lo­ca­ta al cro­ce­via tra Orien­te e Occi­den­te, la Tur­chia ha tro­va­to una pro­pria iden­ti­tà gra­zie all’opera di Ata­türk, il poli­ti­co che poco meno di un seco­lo fa fon­dò il moder­no sta­to tur­co sul­le mace­rie del defun­to Impe­ro Ottomano.
La pie­tra ango­la­re del­la nuo­va costru­zio­ne sta­ta­le fu posta nel con­cet­to di lai­ci­tà, sul qua­le si è imper­nia­ta per decen­ni l’identità nazio­na­le tur­ca, e che ha per­mes­so al pae­se di rita­gliar­si una posi­zio­ne uni­ca all’interno del­lo sce­na­rio del vici­no Orien­te. Insie­me al nazio­na­li­smo, la lai­ci­tà è sta­ta il cemen­to con cui la nazio­ne tur­ca, for­ma­ta da grup­pi etni­ci e reli­gio­si dif­fe­ren­ti, e a vol­te in con­tra­sto tra loro, è riu­sci­ta a giun­ge­re all’alba del nuo­vo mil­len­nio come uno degli atto­ri più dina­mi­ci sul­la sce­na geo­po­li­ti­ca mondiale.
Sim­bo­lo del­la recen­te, spet­ta­co­la­re, cre­sci­ta, sem­bra­va esse­re pro­prio Istan­bul, cit­tà gio­va­ne e cosmo­po­li­ta, labo­ra­to­rio di scam­bi cul­tu­ra­li tra Euro­pa ed Asia. Nel­la friz­zan­te Beyoğ­lu – il quar­tie­re dei diver­ti­men­ti e del­lo shop­ping — non è raro vede­re don­ne vela­te dal­la testa ai pie­di di fron­te ad enor­mi vetri­ne di Intimissimi.
Tut­ta­via allo svi­lup­po plu­ra­li­sti­co e inter­na­zio­na­le di Istan­bul non è cor­ri­spo­sta, spe­cie negli ulti­mi anni, un’adeguata tute­la del­le liber­tà poli­ti­che e per­so­na­li. Al pote­re dal 2002, il Par­ti­to per la Giu­sti­zia e lo Svi­lup­po (AKP) fa capo al pre­mier Tayy­ip Erdoğan, figu­ra cari­sma­ti­ca e ambi­gua che tra l’al­tro si è resa pro­ta­go­ni­sta di un rilan­cio in sen­so isla­mi­sta dell’identità turca.

Nel pae­se che con­ces­se il voto alle don­ne già nel 1930 — pri­ma dell’Italia e del­la Fran­cia — si è ten­ta­to di mina­re le basi del­la lai­ci­tà del­lo sta­to, enfa­tiz­zan­do il ruo­lo del­la reli­gio­ne isla­mi­ca come col­lan­te pri­ma­rio del­la comu­ni­tà nazio­na­le. Costruen­do sem­pre più nuo­ve moschee, libe­ra­liz­zan­do l’uso del velo in ambien­ti pub­bli­ci e isti­tu­zio­na­li, ina­spren­do le nor­me che rego­la­men­ta­no la ven­di­ta di alco­li­ci, Erdoğan ha annun­cia­to il pro­get­to di voler edu­ca­re gene­ra­zio­ni di “gio­va­ni devoti”.
A ciò si è som­ma­to il varo di poli­ti­che illi­be­ra­li e repres­si­ve nei con­fron­ti del­la stam­pa “non alli­nea­ta”, nel ten­ta­ti­vo di dare anche all’estero l’immagine di una Tur­chia com­pat­ta­men­te schie­ra­ta die­tro le poli­ti­che inter­ven­ti­ste e auto­ri­ta­rie del suo Pre­si­den­te: attual­men­te sono 92 i gior­na­li­sti dete­nu­ti in car­ce­re e, men­tre gli eli­cot­te­ri spa­ra­no lacri­mo­ge­ni sul­la fol­la, la tele­vi­sio­ne di sta­to si occu­pa dell’elezione di Miss Tur­chia e del “gat­to più stra­no del mon­do”. Evi­den­te­men­te abbia­mo espor­ta­to il model­lo-Min­zo­li­ni, e non è un caso se Ber­lu­sco­ni ha sem­pre van­ta­to la pro­pria ami­ci­zia con Erdoğan.

istanbul4E’ con­tro tut­to ciò che scen­do­no in piaz­za i gio­va­ni di Istan­bul (ma non solo: ci sono pro­te­ste anche ad Anka­ra, Smir­ne e in tut­te le mag­gio­ri cit­tà del Pae­se). Richie­do­no le dimis­sio­ni del Pre­si­den­te – sul­la cui ele­zio­ne gra­va­no sospet­ti di bro­gli – e una mag­gio­re par­te­ci­pa­zio­ne poli­ti­ca, come anche l’allentamento del­la stret­ta sui media.
Mol­ti han­no subi­to pro­po­sto il para­go­ne con le vici­ne som­mos­se del­la Pri­ma­ve­ra Ara­ba — para­go­ne che sem­bra auto­riz­za­to dal­la comu­ne lot­ta con­tro for­me di gover­no che ten­do­no a scon­fi­na­re nell’autoritarismo.
Tut­ta­via occor­re cau­te­la: la Tur­chia è un pae­se mol­to diver­so dall’insieme rela­ti­va­men­te più omo­ge­neo del Magh­reb. Le aspi­ra­zio­ni filo occi­den­ta­li qui non sono così idea­liz­za­te come in Nor­da­fri­ca, e la let­tu­ra degli scon­tri uni­ca­men­te secon­do il para­dig­ma Islam/laicità non è del tut­to cor­ret­ta: tra i mani­fe­stan­ti ci sono anche mol­ti cre­den­ti, isla­mi­ci ma non solo.
D’altronde, in un momen­to in cui la lea­der­ship eco­no­mi­ca e cul­tu­ra­le dell’Europa è in for­tis­si­ma cri­si (il tas­so di cre­sci­ta tur­co è pre­ci­pi­ta­to dal 9% al 2% pro­prio a cau­sa del crol­lo del­le espor­ta­zio­ni ver­so l’Europa), per­ché mai voler lega­re le pro­prie liber­tà civi­li alle rego­le fal­li­men­ta­ri e costrit­ti­ve dell’Unione?
Quel­la che vie­ne richie­sta a gran voce dal­le piaz­ze e dal­le stra­de del­la Tur­chia è una demo­cra­tiz­za­zio­ne di respi­ro inter­na­zio­na­le ma essen­zial­men­te e pri­ma­ria­men­te tur­ca. Non è un caso se i gio­va­ni scen­do­no in piaz­za con l’effigie di Ata­türk e sven­to­lan­do la ban­die­ra nazionale.

Resta da vede­re qua­le sarà la rea­zio­ne del­la comu­ni­tà inter­na­zio­na­le: come si com­por­te­ran­no Sta­ti Uni­ti e Gran Bre­ta­gna, che fino a poco fa elo­gia­va­no sen­za riser­ve il cosid­det­to “Islam light” di Erdoğan?
La situa­zio­ne è assai diver­sa e mol­to più deli­ca­ta per­si­no rispet­to agli even­ti siria­ni: la Tur­chia è un mem­bro del­la Nato, allea­to mili­ta­re dell’Occidente, e sto­ri­ca­men­te rap­pre­sen­ta un avam­po­sto stra­te­gi­co ver­so i pae­si asia­ti­ci indi­pen­den­ti dal bloc­co filostatunitense.
Un’opposizione net­ta al gover­no di Erdoğan è pra­ti­ca­men­te impos­si­bi­le, ma l’eco del­le pro­te­ste di piaz­za Tak­sim non ha tar­da­to a far­si sen­ti­re in Euro­pa, e non potrà resta­re a lun­go sen­za conseguenze.
Nel frat­tem­po, aspet­tan­do che i gover­ni si deci­da­no ad affron­ta­re il pro­ble­ma, i gio­va­ni di Istan­bul affron­ta­no la repres­sio­ne poli­zie­sca con corag­gio e capar­bie­tà. Già si con­ta­no i pri­mi mor­ti, ma la loro lot­ta non ver­rà repres­sa facilmente.

Gio­van­ni Masini

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