Critici in erba
Il cane, la notte e il coltello

Al cen­tro de “Il cane, la not­te e il col­tel­lo” di Marius von Mayen­burg c’è la soli­tu­di­ne di un uomo e, allo stes­so tem­po, gli incon­tri del pro­ta­go­ni­sta con varie tipo­lo­gie di per­so­ne, più o meno diver­se, più o meno somi­glian­ti tra loro, più o meno riu­sci­te sot­to il pro­fi­lo drammaturgico.
Già, per­ché il miste­rio­so Signor M altri non è che il cam­pio­ne pre­so in pre­sti­to dall’eterogenea gam­ma di indi­vi­dui e colo­ro che lo cir­con­da­no altri non sono che le innu­me­re­vo­li figu­re tipiz­za­te che pos­sia­mo incon­tra­re nel­la nostra vita. La richie­sta di aiu­to del pro­ta­go­ni­sta, spae­sa­to in un mon­do che gli si rive­la estra­neo a quan­to ha sem­pre cono­sciu­to, non tro­va ascol­to da par­te di nes­su­no dei per­so­nag­gi in cui si imbat­te, tran­ne uno. Anzi, una: la stra­na ragaz­za che, for­se, lo sal­ve­rà da tutti.

Il cane la notte e il coltello

Intrap­po­la­to in un uni­ver­so in cui ognu­no bra­ma la car­ne dell’altro, in cui le infer­mie­re suc­chia­no il san­gue dei pazien­ti, in cui si ucci­de con la stes­sa faci­li­tà con cui ci si spo­glia dei pro­pri vesti­ti logo­ri, è la pau­ra a far­la da padro­ne. E come si scap­pa dal ter­ro­re? Que­sta la doman­da a cui si aggrap­pa­no il testo e la piè­ce nel­la loro com­ples­si­tà, sen­za però infa­sti­di­re e annien­ta­re abba­stan­za quel dan­na­to dio chia­ma­to Noia, che trop­po spes­so è in sce­na a tea­tro. Nono­stan­te la buo­na riu­sci­ta del­l’es­sen­zia­le sce­no­gra­fia e del gio­co di luci sul fon­da­le, il restan­te lavo­ro sul pal­co non decol­la del tut­to. For­se per­ché i dia­lo­ghi di Mayen­burg, così cavil­lo­si e sog­get­ti a più riman­di seman­ti­ci, han­no ingab­bia­to trop­po aspra­men­te le dina­mi­che che inter­cor­ro­no tra i tre atto­ri, facen­do sva­ni­re qua­si com­ple­ta­men­te quel­lo sta­to oni­ri­co che inve­ce emer­ge in fase di let­tu­ra dell’autore tede­sco. Ad ogni modo, non si sot­to­li­nea nes­su­na par­ti­co­la­re nota di bia­si­mo ver­so la per­for­man­ce atto­ria­le, quan­to piut­to­sto la sen­sa­zio­ne di non tota­le appa­ga­men­to dovu­to alla fiac­chez­za di alcu­ne sce­ne (quel­la del car­ce­re e del denu­da­men­to fem­mi­ni­le). Que­sto è il caso in cui il Col­tel­lo del tito­lo di Mayen­burg diven­ta – sot­to tut­ti i sen­si – un’arma a dop­pio taglio. Con­tro il pal­co­sce­ni­co, però.

Eika Sdra­va­to

Tra­du­zio­ne: Umber­to Gandini
Regia: Manuel Renga
Dram­ma­tur­gia: Roc­co Manfredi
Cast: Vero­ni­ca Fran­zo­si, Valen­ti­no Man­nias, Danie­le Pitari
Sce­ne e costu­mi: Lin­da Ric­car­di, Ange­la Spallanzani
Light Desi­gn: Lui­gi Sac­co­man­di, Danie­la Bestetti
Sound Desi­gn: Hubert Wsetkemper
Orga­niz­za­zio­ne: Lucia Basa­glia, Ema­nue­la Nacle­rio, Ire­ne Ramilli
Lo spet­ta­co­lo nasce all’interno del pro­get­to “Fine­stra sul­la dram­ma­tur­gia tede­sca” idea­to dal­la Scuo­la d’Arte Dram­ma­ti­ca Pao­lo Gras­si in col­la­bo­ra­zio­ne con il Resi­denz Thea­tre di Mona­co e l’Accademia di Bel­le Arti di Bre­ra. Pro­du­zio­ne Scuo­la Pao­lo Gras­si, con il soste­gno del Goe­the — Insti­tut Mai­land — in col­la­bo­ra­zio­ne con ERT — Emi­lia Roma­gna Tea­tro Fon­da­zio­ne, Pic­co­lo Tea­tro di Mila­no, Cen­tro Tea­tra­le Mami­mò, Acca­de­mia di Brera.
Visto al Pic­co­lo Tea­tro Stu­dio di Mila­no – 26/27 Giu­gno 2013

Que­sto arti­co­lo è sta­to ela­bo­ra­to nel con­te­sto del cor­so di cri­ti­ca tea­tra­le Cri­ti­ci in erba, orga­niz­za­to dal­la Scuo­la Civi­ca d’Arte Dram­ma­ti­ca Pao­lo Gras­si, in col­la­bo­ra­zio­ne con l’Università degli Stu­di di Milano.

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