Srebrenica, 11 luglio 1995

11 Luglio 2013, la stra­ge di Sre­bre­ni­ca diven­ta mag­gio­ren­ne. Diciot­to anni fa, in que­sta stes­sa not­te, le trup­pe para­mi­li­ta­ri ser­be mas­sa­cra­ro­no 8472 (dati uffi­cia­li) musul­ma­ni del­la cit­ta­di­na bosnia­ca. Tut­ti i maschi di Sre­bre­ni­ca ven­ne­ro ucci­si quel­la not­te, i loro cada­ve­ri non sem­pre sono sta­ti rico­no­sciu­ti: mol­te madri e mol­te mogli anco­ra cer­ca­no del­le ossa su cui piangere.

Quel­la not­te, in cui le trup­pe ser­be entra­ro­no in cit­tà anche gra­zie all’i­na­zio­ne tota­le del­le trup­pe ONU, gli uomi­ni — inclu­si i vec­chi e i bam­bi­ni — ven­ne­ro sepa­ra­ti dal­le don­ne, pro­prio come all’ar­ri­vo ad Ausch­wi­tz. Sem­bra­va che i ser­bi inten­des­se­ro pro­ce­de­re con lo sfol­la­men­to del bor­go come era già suc­ces­so altre vol­te, visto che la depor­ta­zio­ne rien­tra­va nei pia­ni di puli­zia etni­ca ser­ba. Inve­ce, colo­ro che ebbe­ro la sfor­tu­na di nasce­re maschi quel­la not­te mori­ro­no. Furo­no sepol­ti in fos­se comu­ni, dal­le qua­li non sem­pre, una vol­ta estrat­ti, ven­ne­ro rico­no­sciu­ti: ad oggi, solo poco più di sei­mi­la cada­ve­ri han­no ritro­va­to un nome.

srebrenicaE’ giu­sto ricor­da­re il mas­sa­cro più atro­ce com­piu­to nel con­ti­nen­te dal­la fine del­la Secon­da Guer­ra Mondiale.
E’ giu­sto ricor­da­re la fero­cia del­le trup­pe ser­be, gui­da­te da Rat­ko Mla­dic (arre­sta­to nel 2011 dopo anni di lati­tan­za ”casa­lin­ga’’) e dal grup­po para­mi­li­ta­re capeg­gia­to da Zelj­ko “Arkan” Raz­na­to­vic (per il qua­le la cur­va del­la Lazio espo­se uno stri­scio­ne: ”ono­re alla tigre Arkan”, dopo le pres­sio­ni del suo capi­ta­no ser­bo Sini­sa Mihailovic).
E’ giu­sto ricor­da­re l’i­net­ti­tu­di­ne del­le trup­pe ONU olan­de­si, che non inter­ven­ne­ro — nono­stan­te fos­se­ro sul ter­ri­to­rio addi­rit­tu­ra duran­te il com­pi­men­to del­la stra­ge — for­nen­do l’en­ne­si­ma pro­va del­la flac­ci­di­tà del­le Nazio­ni Uni­te, spe­cie quan­do esi­bi­sco­no il loro sedi­cen­te brac­cio armato.
E’ giu­sto ricor­da­re le don­ne di Sre­bre­ni­ca, che non si ras­se­gna­no e anco­ra oggi mani­fe­sta­no, pre­ga­no e pian­go­no, rap­pre­sen­tan­do il miglior modo per tap­pa­re la boc­ca ai nega­zio­ni­sti che in que­sti casi dan­no sem­pre il meglio di sé.

Tut­to que­sto ricor­re in un momen­to in cui il Medio Orien­te vie­ne scon­vol­to da ten­sio­ni poli­ti­che, etni­che e reli­gio­se per mol­ti ver­si simi­li. Pen­sia­mo alla Siria: come la Bosnia, vie­ne da una lun­ga dit­ta­tu­ra di una mino­ran­za, che però era riu­sci­ta a tene­re insie­me un pae­se divi­so — come la Bosnia — sia per lin­gua che per religione.
E’ giu­sto ricor­da­re que­sti fat­ti, oggi che Slo­ve­nia e Croa­zia sono ormai entram­be par­te del­l’UE e la Ser­bia sta dan­do avvio alle pro­ce­du­re d’am­mis­sio­ne (tra l’al­tro, dopo aver chie­sto uffi­cial­men­te per­do­no alle fami­glie del­le vit­ti­me nel 2010).
E’ giu­sto ricor­da­re di que­sti fat­ti, suc­ces­si alle por­te di casa nostra nem­me­no ven­ti anni fa.

Ste­fa­no Colombo 

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Stefano Colombo
Stu­den­te, non gior­na­li­sta, mila­ne­se arioso.

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