Extraterrestri Digitali
X Factor USA

Ad uso e con­su­mo del vostro abbrutimento.xfactor

Dimen­ti­ca­te le raglie di bam­ba spi­ra­te dagli occhi di Simo­na Ace-Ven­tu­ra men­tre cer­ca, con scar­si risul­ta­ti, di non bom­bar­si il pri­mo ter­zi­no del­la Samp­do­ria abbron­za­to che le fini­sce fra le mani; dimen­ti­ca­te Mara mam­ma-emi­lia Maion­chi e le sue meta­fo­re di mar­zul­lia­na memo­ria; scor­da­te­vi di Elio-si-fac­cio-sati­ra-ma-sono-un-cane-mer­ce­na­rio che per due lire di cele­bri­tà ven­de­rei anche mia madre al diret­to­re del­la Rai; e soprat­tut­to, can­cel­la­te dal­la memo­ria il ricor­do di Mor­gan, del­le sue tera­pie omeo­pa­ti­che per naso e depres­sio­ne, del­la sua chio­ma cuc­ca-sedi­cen­ni-hip­ster ane­mi­che, del­la sua filo­so­fia bod­le­ria­na (si, scrit­to così!) acqui­si­ta in com­pa­gnia di Asia Argen­to al festi­val del­la salu­te cagio­ne­vo­le. E – se ce ne fos­se biso­gno – dimen­ti­ca­te il nome di “coso, dai Fran­ce­sco, dai quel­lo figlio di quel­lo dei Pooh”.
Ora sia­mo negli Sta­tes, dove osa­no le aqui­le, dove il pop è reli­gio­ne, dove per ave­re l’X Fac­tor non basta il sudo­re, il lavo­ro duro o l’es­se­re pro­te­stan­te. Per ave­re l’X Fac­tor, devi ave­re l’X Factor.

Music & Songs & Entertainment
Chi anco­ra fos­se con­vin­to che i Talent Show fac­cia­no effet­ti­va­men­te per­no sul­l’e­si­sten­za di un talen­to, for­se, ha sba­glia­to epo­ca. L’ul­ti­mo vero Talent, fat­to come Dio coman­da, risa­le ai ludi gla­dia­to­ri orga­niz­za­ti da Cesa­re l’im­pe­ra­to­re, quin­di se vi dove­ste acco­mo­da­re in pol­tro­na accan­to a vostra madre che non vede l’o­ra di ascol­ta­re un tur­pe usi­gno­lo di cin­que anni dal­la can­di­da voce maga­ri cam­bia­te cana­le e cer­ca­te Ben Hur o il Gla­dia­to­re, alme­no lì la musi­ca (discu­ti­bi­le per cari­tà) esi­ste realmente.
Ma come intui­bi­le dal tito­let­to di que­sto para­gra­fo è pur sem­pre vero che non man­ca affat­to l’in­trat­te­ni­men­to per ani­me bel­le che s’in­goz­za­no di Ched­dar e sal­sa Wor­ce­ster davan­ti allo scher­mo: spa­ra­to­rie, ambu­lan­ze che irrom­po­no a sire­ne spie­ga­te sul pal­co, tra­vo­ni di ogni sor­ta pro­vo­ca­no i giu­di­ci con disgu­sto­se mos­set­te anni ’80, dichia­ra­zio­ni di amo­re, nume­ri di tele­fo­no, gri­da, applau­si, sbor­ra­te, lacri­me ruba­te e fra­si da film por­no con il sor­ri­so sul­le lab­bra – e chis­sà se è solo un sor­ri­so. Tut­ti sin­go­li atti­mi, indi­stin­ti e indi­stin­gui­bi­li fra loro che scan­di­sco­no la cro­no­lo­gia del­la tra­smis­sio­ne, sen­za cau­sa­li­tà di sor­ta, in bar­ba a tut­te le teo­rie sul dive­ni­re del tem­po ed il muta­re del­l’es­se­re, loro sono sem­pre lì, immu­ta­bi­li, come le sta­tue del mon­te Rush­mo­re – i pre­si­den­ti che die­de­ro la liber­tà alla nazio­ne, e la schia­vi­tù al resto del mondo.
Chi sono?

The Jury

spcSimon Phi­lip Cowell (7/10/1959 – you can’t kill me):
pro­dut­to­re disco­gra­fi­co e tele­vi­si­vo di suc­ces­so, annu­sa il talen­to (ah se lo annu­sa!) anche a distan­za di chi­lo­me­tri, par­don miglia, ha crea­to for­mat di note­vo­le suc­ces­so qua­li America’s got Talent, Bri­tai­n’s got Talent and Australia’s got Talent. Pare che andas­se mol­to bene in geografia.
Non fate­vi ingan­na­re dal visi­no sono-un-uffi­cia­le-gen­ti­luo­mo e dal­le gote rigon­fie di gom­ma viet­na­mi­ta, non esi­te­reb­be a spa­rar­vi per gio­co solo per testa­re le sue abi­li­tà di cec­chi­no. È con­vin­to che in Ohio esi­sta­no solo chec­che e tori e visto che voi non ave­te le cor­na la sua rea­zio­ne potreb­be esse­re sgra­de­vo­le. Se fis­sa­te alla movio­la la sequen­za del­lo sbar­co in Nor­man­dia in Sal­va­te il sol­da­to Ryan, per un istan­te si leg­ge sul suo lab­bia­le “ho ucci­so io tut­ti i fra­tel­li di Matt Damon, caz­zo volete?”.

britneyBrit­ney Jean Spears (2/12/1981 – a bre­ve, sono come il lat­te di peco­ra aper­to da una settimana):
Ico­na del­la cul­tu­ra pop e ogget­to di dibat­ti­to nei por­ti di Long Beach, Cali­for­nia, vive da anni il dram­ma del­la cadu­ci­tà. Anche se per stra­da con­ti­nua­no a fer­mar­la le sue ore vol­go­no al ter­mi­ne ed un con­to aper­to pres­so il suo chi­rur­go pla­sti­co (Fred­dy Krue­ger alme­no a giu­di­ca­re dal­le inci­sio­ni sul­la tem­pia) lun­go quan­to i gemi­ti sexy di Baby one more time non la fa dor­mi­re in pace. Per anni è sta­ta l’e­sem­pio da segui­re per le ragaz­zi­ne ame­ri­ca­ne, ma s’è pre­sto arre­sa alla con­cor­ren­za di Con­do­leez­za Rice, mol­to più peda­go­gi­ca — a par­te qual­che pic­co­lo sci­vo­lo­ne di poli­ti­ca este­ra. È sta­ta l’ec­to­pla­sma not­tur­no che face­va visi­ta ai machi di tut­to il mon­do e, se qual­cu­no ha anco­ra voglia di sca­ri­car­si Cros­sroads – indi­men­ti­ca­bi­le capo­la­vo­ro trat­to dal­la sua bio­gra­fia – ci si può anco­ra diver­ti­re con un bri­cio­lo di fan­ta­sia e una spruz­za­ta di cat­ti­vo gusto.
Evi­ta­re atten­ta­men­te le foto non ritoc­ca­te da Sal­va­dor Dalì, nuoc­cio­no gra­ve­men­te alla salu­te. Non som­mi­ni­stra­re sot­to i dodi­ci anni. Leg­ge­re atten­ta­men­te il fogliet­to illustrativo.

la reidL.A. Reid (7/06/1956 – se Mor­gan Free­man è real­men­te Dio non con­ta­te­ci trop­po amici):
Uomo di colo­re, alto 180 cm, cor­po­ra­tu­ra media, è vesti­to di bian­co, si diri­ge fra la 67esima e Broad­way, nes­su­no spa­ri sen­za aver rice­vu­to pri­ma un mio ordi­ne, lo voglio vivo quel bastardo.
Ado­re­rei veder­lo fini­re in un car­ce­re del Sud (Ala­ba­ma, Mis­sis­si­pi, fate voi) solo per toglier­gli quel sor­ri­so onni­pre­sen­te dal­la fac­cia, quel sor­ri­so da pre­si­den­te del sena­to ita­lia­no. Per nostra sfor­tu­na, a par­te muo­ver­si come un rap­per stra­fat­to di aci­di, L.A. Raid è il clas­si­co nero inte­gra­to; si com­por­ta da bian­co in ogni aspet­to del­la sua esi­sten­za: si veste da bian­co, man­gia da bian­co, fa un lavo­ro da bian­co e si sco­pa le nere – nul­la da eccepire.
Ha il groo­ve nel san­gue, il flow gli scor­re nel­le vene, sen­te il richia­mo dei suo avi con­go­le­si e for­se è per que­sta ragio­ne che ha sco­per­to i One direc­tion, gli ricor­da­no i lamen­ti degli ani­ma­li nel­la savana.
Ha una spic­ca­ta ten­den­za ad esal­ta­re leg­ger­men­te trop­po i con­cor­ren­ti, in par­ti­co­la­re mino­ren­ni, che ven­go­no apo­stro­fa­ti dai suoi genui­ni com­pli­men­ti:- you’­re a fuc­kin genius, nobo­dy in the world as you, bet­ter than Michael Jack­son. Quan­do poi que­sti ven­go­no eli­mi­na­ti alla pun­ta­ta suc­ces­si­va, capi­te anche voi che il padre texa­no del­la bam­bi­na illu­sa dal­l’uo­mo nero, ex for­ze spe­cia­li, pos­sa rispol­ve­ra­re i fer­ri e risco­pri­re il pia­ce­re del­la caccia.

demi lovatoDemi Lova­to (20/08/1992 – non è così sem­pli­ce libe­rar­vi di me):
Enne­si­ma mela mar­cia gene­ra­ta dai mas­so­ni del­la Disney, ha impie­ga­to poco tem­po a scuo­ter­si di dos­so il ruo­lo di tene­ro­na fri­gi­da che le ave­va­no appic­ca­to a for­za in Camp Rock; a oggi è cono­sciu­ta fra gli addet­ti ai lavo­ri con l’af­fet­tuo­so nomi­gno­lo di ti-spac­co-tut­ta-Demi anche se il gran­de pub­bli­co meglio la ricor­da come ti-spacco-tutta-Lovato.
Musi­cal­men­te com­pe­ten­te quan­to può esser­lo More­no di “Ami­ci”, il suo per­so­nag­gio sem­bra fat­to appo­sta per atti­ra­re sul pal­co di X Fac­tor le boy band di tut­ta la con­fe­de­ra­zio­ne. Ciuf­fet­ti da min­chio­ne, occhio ver­de sognan­te, canot­ta bian­ca da mec­ca­ni­co e caval­lo bas­so, pas­sa­no più tem­po a flir­ta­re con la Demi Inna­mo­ra­ta che ad emet­te­re rigur­gi­ti ina­scol­ta­bi­li dal­la boc­ca. Il fat­to che ella rispon­da anche alle occhia­te dei Blue, che desi­de­ri il loro pic­co­lo caz­zet­ti­no mino­ren­ne, non è ecci­tan­te, non più di una chia­ma­ta al Tele­fo­no Azzur­ro dopo aver subi­to gli abu­si di tuo zio.
Pecu­lia­ri­tà lin­gui­sti­ca tut­ta per­so­na­le: è inca­pa­ce di usa­re il discor­so indi­ret­to ma dipen­de dal­le scuo­le che ha fre­quen­ta­to a Camp Rock. Come sem­pre è col­pa degli insegnanti.

Si potreb­be anda­re avan­ti per pagi­ne a descri­ve­re gli aspet­ti mor­bo­si di X Fac­tor Usa, come ad esem­pio il nume­ro di bom­be al cor­ti­so­ne che si fa la Spears quan­do chia­ma su sky­pe Mor­gan per ave­re il con­for­to di un ami­co. Ma il rischio di esse­re ripe­ti­ti­vi, l’as­sen­za di voglia e l’o­ra­rio ci indu­co­no ad abban­do­na­re e lascia­re a voi, ven­ti­cin­que let­to­ri, il com­pi­to di appro­fon­di­re, di squar­cia­re il velo di silen­zio, la col­tre di indif­fe­ren­za che rico­pre que­sto cri­mi­ne con­tro l’u­ma­ni­tà. Che sia­te voi i for­tu­na­ti o le for­tu­na­te che pos­sa­no un gior­no tro­va­re la Lova­to segre­ga­ta in una stan­za di un motel, L.A. Raid che pas­seg­gia lun­go del­le bian­chis­si­me stri­sce pedo­na­li, Simon Phi­lip Cowell a tiro del­la vostra fionda.
Ma se il rischio di esse­re ripe­ti­ti­vi, l’as­sen­za di voglia o l’o­ra­rio vi indu­co­no a desi­ste­re, beh, allo­ra è vera­men­te fini­ta, la bat­ta­glia è irri­me­dia­bil­men­te persa.

Vul­ca­no 0 – 1 X Factor

Fran­ce­sco Floris

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Francesco Floris
Blog­gerLin­kie­sta
Col­la­bo­ra­to­re de Linkiesta.it, spea­ker di Mag­ma, blogger.

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