11 settembre 1973

Par­ti­rà a tre­cen­to km all’o­ra pri­ma di poter spic­ca­re il volo lun­go una del­le infi­ni­te piste del JFK di New York. Il decol­lo è pre­vi­sto per le ore 20:00, oggi come ogni gior­no, con a bor­do baga­gli uma­ni, vali­gie sop­pe­sa­te al mil­li­gram­mo, vite e spe­ran­ze; undi­ci ore e cin­quan­ta­cin­que minu­ti di tra­ver­sa­ta diret­ta, di ago­nia e cin­tu­re da allac­cia­re e sle­ga­re ad ogni tur­bo­len­za, sor­vo­lan­do un atlan­te a gran­dez­za natu­ra­le che descri­ve un con­ti­nen­te fat­to di etnie incon­ci­lia­bi­li, di un cana­le arti­fi­cia­le che è in real­tà una cate­na, di ispa­ni­ci e di grin­gos, di pro­mon­to­ri e alto­pia­ni dove l’a­ria è puli­ta e rare­fat­ta, di due ocea­ni, di milio­ni di sto­rie rac­con­ta­te, vis­su­te, inven­ta­te – di quel­le che fareb­be­ro la for­tu­na di ogni romanziere.

Salvador Allende, eletto democraticamente Presidente del Cile il 3 novembre 1970 e violentemente destituito l'11 settembre 1973
Sal­va­dor Allen­de, elet­to demo­cra­ti­ca­men­te Pre­si­den­te del Cile il 3 novem­bre 1970 e vio­len­te­men­te desti­tui­to l’11 set­tem­bre 1973

L’at­ter­rag­gio è pre­vi­sto per le ore 07:55, men­tre la cit­tà si ripren­de dal­le anghe­rie del­la not­te appe­na tra­scor­sa, pres­so l’ae­ro­por­to Artu­ro Meri­no Benì­tez, San­tia­go del Cile.

È un viag­gio attra­ver­so la mac­chi­na del tem­po, che ci ripor­ta indie­tro di qua­ran­t’an­ni esat­ti: 11 set­tem­bre 1973, l’al­tro undi­ci set­tem­bre – quel­lo spon­so­riz­za­to dai buo­ni – quel­lo che le tele­ca­me­re non pote­ro­no loro mal­gra­do immor­ta­la­re nel video­clip del­la Sto­ria, rele­gan­do­lo per sem­pre ad un oblio infa­me, come solo i vin­ci­to­ri san­no essere.

Anche quel­la mat­ti­na, a sole appe­na alza­to, il cie­lo si fece stu­pra­re dal­le scie gas­so­se dei cac­cia Hun­ter che bom­bar­da­va­no il palaz­zo pre­si­den­zia­le dove risie­de­va Allen­de assie­me ai pro­pri con­si­glie­ri; alcu­ni fug­gi­ro­no e non soprav­vis­se­ro, altri scap­pa­ro­no e furo­no arre­sta­ti, lui – pare – si tol­se la vita nel­l’e­stre­mo gesto di vile digni­tà con­ces­so ad un uomo.

In plan­cia di coman­do sede­va Augu­sto Pino­chet, gene­ra­le del­l’e­ser­ci­to cile­no desti­na­to a far par­la­re di sé, a rima­ne­re nel­la memo­ria mar­mo­rea dei cile­ni che usci­ro­no inden­ni dai suoi quin­di­ci anni di fero­ce dit­ta­tu­ra. Non un “uomo solo al coman­do” come si dice in que­sti casi, ma un tas­sel­lo ordi­na­to­re, una pedi­na fon­da­men­ta­le di un gol­pe desi­de­ra­to, se non pale­se­men­te finan­zia­to, dal­l’am­mi­ni­stra­zio­ne ame­ri­ca­na di que­gli anni, intol­le­ran­te all’i­dea di ave­re uno sta­to socia­li­sta nel “cor­ti­le di casa”.

Negli USA regna­va Richard Nixon, anco­ra ver­gi­ne dai fasti­di del Water­ga­te e dell’ impea­ch­ment, alla cui destra sede­va Hen­ry Kis­sin­ger, colui che ha sem­pre vin­to sen­za par­te­ci­pa­re, il lato oscu­ro del sor­ri­so ame­ri­ca­no; lo stra­te­ga venu­to dal­la Ger­ma­nia vin­se anche quel mar­te­dì, ma per mode­stia con­ti­nuò a negare.

Augusto Pinochet, dittatore del Cile dall' 11 settembre 1973 all' 11 marzo 1990
Augu­sto Pino­chet, dit­ta­to­re del Cile dall’11 set­tem­bre 1973 all’11 mar­zo 1990

Segui­ro­no anni che tra­scor­se­ro più len­ta­men­te del soli­to fino ad arri­va­re a dimen­ti­car­si di quel­l’o­blun­ga stri­scia di ter­ra che vive nel­la peren­ne spac­ca­tu­ra fra­tri­ci­da tra le Ande ed il Pacifico.

Trop­pa car­ne nel bol­li­to­re mon­dia­le di quel perio­do per poter­se­ne occu­pa­re: il Viet­nam, la stra­te­gia del­la ten­sio­ne, il com­pro­mes­so sto­ri­co, le Olim­pia­di e i Pale­sti­ne­si, la cri­si petro­li­fe­ra ed Aldo Moro, gli anni ’80 e la dere­gu­la­tion, la fina­le di Madrid e Ronald Rea­gan, l’Af­gha­ni­stan, Gor­ba­ciov, Roc­ky Bal­boa, Kho­mey­ni, Cosa Nostra, Cra­xi. Non c’e­ra posto negli infi­ni­ti spa­zi dei nostri ripe­ti­to­ri e del­le nostre rotative.

Dopo l’11 set­tem­bre ’73 altri aerei – anco­ra loro – par­ti­ro­no da e per San­tia­go; gigan­ti in fer­ro pie­ni zep­pi dei ragaz­zot­ti del­l’Il­li­nois – i “Chi­ca­go Boys” — con le loro fre­sche idee inzup­pa­te di novi­tà e acca­de­mia, con le loro men­ti bril­lan­ti pur­trop­po cini­ca­men­te ina­dat­te alla situa­zio­ne, con i loro inve­sti­men­ti giun­ti da lon­ta­no, con la loro fol­lia che ven­ne scam­bia­ta dagli alto­par­lan­ti occi­den­ta­li per rifor­mi­smo. Solo un fol­le può pen­sa­re di rifor­ma­re una dittatura.

Un aereo con­se­gnò al pia­ne­ta la gran­dez­za ribel­le di Luis Sepùl­ve­da, la sua sto­ria che diven­ne irri­me­dia­bil­men­te quel­la di un inte­ro popo­lo, le sue pagi­ne intri­se di liber­tà e con­dan­ne sen­za appello.

11 09 73Que­sti furo­no i voli noti, le trat­te segui­te dal­le tor­ri di con­trol­lo e dai moni­tor dei radar. Ma in una nazio­ne che ha per­mes­so ai capi­ta­li este­ri di entra­re a loro pia­ci­men­to e che ha sbar­ra­to erme­ti­ca­men­te i con­fi­ni a tut­ti quei dis­si­den­ti, disob­be­dien­ti, sem­pli­ci non alli­nea­ti desi­de­ro­si di usci­re – di scap­pa­re una vol­ta per tut­te dal­l’in­fer­no del­la patria – altri mostri del cie­lo scal­da­va­no i moto­ri in un assor­dan­te rom­bo di morte.

La tra­ge­dia dei desa­pa­re­ci­dos, gli uomi­ni e le don­ne che non aven­do impa­ra­to a vola­re si arre­se­ro alle leg­ge di gra­vi­tà come ci si sot­to­met­te alla bru­ta­li­tà di un regi­me. Sem­pli­ce­men­te spa­ri­ti, scom­par­si, inghiot­ti­ti una vol­ta per tut­te nel­la stes­sa paro­la che dovreb­be iden­ti­fi­car­li, ripor­tar­li alle­go­ri­ca­men­te in vita.

Non ci furo­no sal­me su cui pian­ge­re o tri­bu­na­li ai qua­li appel­lar­si, album di foto­gra­fie o fil­ma­ti in Super8; nien­te Bib­bie o estre­me unzio­ni, fune­ra­li di sta­to e com­me­mo­ra­zio­ni, nel­la mag­gior par­te dei casi si per­se­ro anche le paro­le di quei pochi che ave­va­no visto o sen­ti­to – pro­prio per­ché ave­va­no visto trop­po o sen­ti­to il vero.

Resta­no dei mise­ri fra­me, per lo più imma­gi­na­ti, inven­ta­ti, che ritrag­go­no l’ul­ti­ma cadu­ta dei vari Josè, Mar­tin, Sofia, Javie­ra, Pablo, Fran­ci­sca, Flo­ren­cio, Belen, Augu­sto e Palo­ma ver­so le pro­fon­de e acco­glien­ti acque del­l’A­tlan­ti­co e quel­le del Rio de la Pla­ta. Get­ta­ti dal­l’al­to già mez­zi cada­ve­ri, sot­to l’oc­chio di un Dio che si dimo­strò anco­ra una vol­ta trop­po mio­pe o insen­si­bi­le agli uma­ni desti­ni. E sem­bra qua­si di veder­li que­sti pupaz­zi di car­ne viva anna­spa­re nel­l’a­ria duran­te l’ul­ti­mo sal­to, così iden­ti­ci a quel­li che si lan­cia­ro­no dal­le Twin Towers l’11 set­tem­bre 2001 nel­l’e­stre­mo gesto di vile digni­tà con­ces­so ad un uomo.

Se que­sta fos­se una favo­la ci sareb­be una mora­le del­la qua­le ral­le­grar­si, dal­la qua­le trar­re soste­gno, un inse­gna­men­to degno o maga­ri anche solo un lie­to fine.
Ma tan­ti, trop­pi di que­sti undi­ci set­tem­bre dovrem­mo guar­da­re in fac­cia pri­ma che la real­tà si fac­cia favola.

Fran­ce­sco Floris

 

 

 

 

 

 

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Francesco Floris
Blog­gerLin­kie­sta
Col­la­bo­ra­to­re de Linkiesta.it, spea­ker di Mag­ma, blogger.

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