Critici in Erba
Borderline. Ma qual è il limite?

Tre ore di rap­pre­sen­ta­zio­ne meri­ta­no di esse­re moti­va­te: lo spet­ta­to­re ha il dove­re di sta­re rispet­to­sa­men­te sedu­to sul­la sua pol­tron­ci­na, ma ha anche il dirit­to di doman­dar­si il per­ché; se il per­ché man­ca, allo­ra qual­co­sa non ha fun­zio­na­to. E in Bor­der­li­ne, pur­trop­po, si per­ce­pi­sco­no­no più deficit.

Stia­mo par­lan­do di una piè­ce che tro­va spa­zio in Tra­me­dau­to­re, festi­val inter­na­zio­na­le di dram­ma­tur­gia con­tem­po­ra­nea giun­to alla sua XIII edi­zio­ne, che quest’anno vol­ge lo sguar­do sul sub­con­ti­nen­te indiano.
Nell’ambito del­le ini­zia­ti­ve dedi­ca­te al Paki­stan, il Pic­co­lo Tea­tro Gras­si di Mila­no ospi­ta l’autore Hanif Kurei­shi, mes­so in sce­na da una gio­va­ne com­pa­gnia mul­tiet­ni­ca gui­da­ta dal­la regi­sta Ana Sha­me­taj, neo­di­plo­ma­ta alla Scuo­la Civi­ca Pao­lo Gras­si. L’o­pe­ra­zio­ne è sta­ta pos­si­bi­le gra­zie a una stret­ta col­la­bo­ra­zio­ne con l’Università Sta­ta­le di Mila­no, con la Scuo­la Civi­ca Pao­lo Gras­si e con il Tea­tro Pic­co­lo Oro­lo­gio di Reg­gio Emi­lia. Scrit­to nel 1981, Bor­der­li­ne par­la del­la comu­ni­tà paki­sta­na in Inghil­ter­ra ai tem­pi del­la Lady di Fer­ro, in un perio­do in cui il Pae­se attra­ver­sa una gra­ve cri­si eco­no­mi­ca; è ambien­ta­to nel quar­tie­re lon­di­ne­se di Sou­thall nei gior­ni in cui la comu­ni­tà paki­sta­na orga­niz­za una pro­te­sta per rea­gi­re ad un attac­co del­la polizia.

critici in erbaLe impres­sio­ni sono diver­se: se da un can­to alcu­ni atto­ri, come gli inter­pre­ti di Ami­na e Ravi (dav­ve­ro com­ple­ti ed azzec­ca­ti nei loro ruo­li) sin­te­tiz­za­no al meglio le loro fun­zio­ni sul­la sce­na, le restan­ti per­for­man­ce reci­ta­ti­ve risul­ta­no sot­to­to­no, pro­prio come l’udibilità dei dia­lo­ghi; se da un lato l’assetto sce­no­gra­fi­co risul­ta gra­de­vo­le, dall’altro ci si accor­ge che, andan­do avan­ti con la rap­pre­sen­ta­zio­ne, di esso non si vede un ulte­rio­re pun­to di for­za su cui gio­ca­re dal pun­to di vista este­ti­co; seb­be­ne si apprez­zi l’ironia e l’evoluzione dei per­so­nag­gi sopra men­zio­na­ti, non si può riscon­tra­re pari spes­so­re nei con­fron­ti degli altri, spes­so gesti­ti con sce­ne ripe­ti­ti­ve e fal­sa­men­te libidinose.

Que­sto risul­ta appe­san­ti­to anche dal fat­to che il secon­do tem­po man­ca qua­si com­ple­ta­men­te di ner­bo, sce­ne lun­ghis­si­me non si svi­lup­pa­no mai appie­no e diven­ta dif­fi­ci­le ricrea­re il lega­me ini­zia­le che si era potu­to costi­tui­re, nel­la pri­ma par­te, con il pal­co­sce­ni­co e i suoi rappresentanti.
For­se l’eccesso di paro­le, di dia­lo­ghi, di bat­tu­te velo­ci, di diret­ta tra­spo­si­zio­ne del testo di Kurei­shi, han­no sof­fo­ca­to la com­po­nen­te visi­va, su cui trop­po poco si è scommesso.

Quan­do sul pal­co­sce­ni­co tea­tra­le qual­co­sa è sba­glia­to, lo spet­ta­to­re per pri­mo ini­zia a met­ter­si in discus­sio­ne, a ragio­na­re sugli inten­ti costi­tu­ti­vi dell’opera a cui ha assi­sti­to, a scru­ta­re meti­co­lo­sa­men­te ciò che avreb­be­ro potu­to esse­re gli inten­ti dell’autore. Il dram­ma tea­tra­le diven­ta così il dram­ma del­la man­ca­ta com­pren­sio­ne, si tra­sfor­ma in dram­ma del fal­li­men­ta­re avvi­ci­na­men­to al testo ed ai suoi obiet­ti­vi, lad­do­ve ce ne siano.

Accan­to­nan­do per un istan­te la piè­ce in que­stio­ne con l’assoluta esi­gen­za di non voler­ne fare il ber­sa­glio del­la pro­pria ver­ve cri­ti­ca (anche per­ché non ce ne sareb­be ragio­ne), in un discor­so più gene­ra­le, pos­so affer­ma­re che lo spet­ta­to­re – a mag­gior ragio­ne, for­se, se pagan­te – deve ave­re un moti­vo per inve­sti­re il pro­prio tem­po e soprat­tut­to la pro­pria sen­si­bi­li­tà in un luo­go di cul­tu­ra qua­le è il tea­tro, deve ave­re un moti­vo per fer­mar­si, abban­do­na­re se stes­so, per pro­iet­tar­si oltre. Qua­lo­ra ciò non acca­da con esi­ti posi­ti­vi, è lui stes­so – in pri­ma istan­za – a per­der­ne. E a tor­na­re a casa con l’amaro in bocca.


Eri­ka Sdravato

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