Matteo Renzi e l’understatement

È il 15 set­tem­bre, dilu­via, sen­to i dolo­ri del­l’u­mi­di­tà nel­la frat­tu­ra al brac­cio sini­stro. Sto andan­do (con poca voglia, ma mol­to sen­so del dove­re) a sen­ti­re Mat­teo Ren­zi alla Festa Demo­cra­ti­ca che anche que­st’an­no si svol­ge pres­so il Car­ro­pon­te, cioè a Sesto San Gio­van­ni. L’in­con­tro si svol­ge ina­spet­ta­ta­men­te allo Spa­zio MIL, un luo­go chiu­so, dato che le piog­ge tor­ren­zia­li impe­di­sco­no l’o­ri­gi­na­ria col­lo­ca­zio­ne all’a­per­to. Pec­ca­to che lo Spa­zio MIL sia un luo­go imper­vio per una simi­le mani­fe­sta­zio­ne, quin­di, seb­be­ne la sua area effet­ti­va sia abba­stan­za gran­de da rima­ne­re per metà vuo­ta di pub­bli­co (che non è nume­ro­sis­si­mo, ma di cer­to mol­to pre­sen­te, con­si­de­ra­te le avver­se con­di­zio­ni meteo­ro­lo­gi­che), cio­no­no­stan­te è dif­fi­ci­le anche solo entra­re, tan­t’è che mol­ta gen­te rima­ne fuo­ri sot­to la piog­gia. Tra que­ste per­so­ne ci sono io.

Tra le cose che rie­sco a capi­re dal­la mia mul­ti­sen­so­rial­men­te sco­mo­da posi­zio­ne c’è che il rela­to­re è Bep­pe Sever­gni­ni e che si sta par­lan­do di Inter. E non come meta­fo­ra politica.

A un cer­to pun­to rie­sco a pene­tra­re all’in­ter­no del MIL e ad arram­pi­car­mi su una sor­ta di ban­ca­le da cui poter ascol­ta­re in modo chia­ro ciò che vie­ne det­to, oltre che a vede­re il pal­co di scor­cio. I pri­mi die­ci minu­ti scor­ro­no via in disim­pe­gna­ti discor­si cal­ci­sti­ci e bat­tu­te, ma final­men­te Sever­gni­ni deci­de di indi­riz­za­re il discor­so su temi poli­ti­ca­men­te rilevanti.
Ren­zi comin­cia subi­to a par­la­re di sé con gran­de umil­tà, con quel­l’ar­ti­fi­cio reto­ri­co che gli anglo­fo­ni chia­ma­no under­sta­te­ment: ed è que­sta una carat­te­ri­sti­ca che man­ter­rà duran­te tut­to l’in­con­tro. Non me la sen­to di affer­ma­re con sicu­rez­za che si trat­ti di una posa, di una stra­te­gia comu­ni­ca­ti­va: cer­to stri­de con quel cul­to del­la per­so­na­li­tà che sem­bra esse­re dif­fu­so nei suoi con­fron­ti, uno dei moti­vi che l’han­no fat­to sopran­no­mi­na­re il Ber­lu­sco­ni del­la sinistra. 
Per ripor­ta­re le sue paro­le, affer­ma: «Se il mio fac­cio­ne appa­ris­se la metà sui gior­na­li, sarei più con­ten­to per gli Ita­lia­ni». Non nega però di dare gran­de impor­tan­za alla comu­ni­ca­zio­ne, dato che, sostie­ne, per diven­ta­re memo­ra­bi­li agli occhi del­l’e­let­to­ra­to meno infor­ma­to sul­le vicen­de poli­ti­che, non­ché «per apri­re il PD agli elet­to­ri delu­si del cen­tro­de­stra, ovve­ro per vin­ce­re», tema ricor­ren­te nei suoi discor­si, c’è biso­gno di stra­te­gie comu­ni­ca­ti­ve. Ma «la comu­ni­ca­zio­ne non può sosti­tuir­si alla sostan­za. Biso­gna però saper comu­ni­ca­re, per non con­dan­na­re a mor­te il PD». A que­ste paro­le il pub­bli­co s’in­fer­vo­ra, e segue un’o­va­zio­ne di cir­ca die­ci secondi.
È un pec­ca­to che Sever­gni­ni non pon­ga nem­me­no una doman­da, non dico già cri­ti­ca, ma alme­no chia­ri­fi­ca­tri­ce, ad esem­pio sul come s’in­ten­da apri­re il PD agli elet­to­ri del cen­tro­de­stra: il filo del “dibat­ti­to” sem­bra già deci­so in par­ten­za, per quan­to sia Ren­zi che il gior­na­li­sta ripe­ta­no più vol­te che nul­la è sta­to pre­pa­ra­to anticipatamente.

A que­sto pun­to Ren­zi comin­cia a par­la­re del­la sua espe­rien­za di sin­da­co («I miei con­cit­ta­di­ni mi chia­ma­no “sin­da­chi­no”», sot­to­li­nea col soli­to under­sta­te­ment): espe­rien­za che può ser­vi­re anche a livel­lo nazio­na­le. Affer­ma l’im­por­tan­za di crea­re un sen­so di comu­ni­tà nel­la cit­ta­di­nan­za; ciò può esse­re otte­nu­to, dice, con prov­ve­di­men­ti vici­ni alla sen­si­bi­li­tà dei cit­ta­di­ni, ovve­ro con la disin­cen­ti­viz­za­zio­ne del gio­co d’az­zar­do e con la crea­zio­ne di un nume­ro di asi­li nido adat­to ad acco­glie­re ogni bam­bi­no che ne abbia neces­si­tà. Lo stes­so biso­gno di sen­so comu­ni­ta­rio ha det­ta­to l’i­ni­zia­ti­va di cam­bia­re il nome a cen­to topo­ni­mi fio­ren­ti­ni distan­ti dal­la sen­si­bi­li­tà pre­sen­te, come Piaz­za Adua, con nomi di per­so­nag­gi illu­stri fio­ren­ti­ni del Novecento.
Alla cri­ti­che per esser­si reca­to ad Arco­re, rispon­de che quan­do un sin­da­co vie­ne chia­ma­to dal Pre­si­den­te del Con­si­glio è giu­sto che accor­ra. Cer­to rima­ne dub­bia l’op­por­tu­ni­tà del­lo svol­ger­si in pri­va­to del­l’in­con­tro, ma né da Sever­gni­gni né dal pub­bli­co vie­ne sol­le­va­to que­sto interrogativo.

L’im­por­tan­te comun­que, affer­ma, è anda­re avan­ti per ciò che è giu­sto, e non in base a impro­dut­ti­vi anta­go­ni­smi, che anzi pos­so­no favo­ri­re il cen­tro­de­stra: richia­ma dun­que il suo cele­bre caval­lo di bat­ta­glia, «biso­gna eli­mi­na­re le cor­ren­ti», e invi­ta il PD e i gior­na­li­sti a non par­la­re tan­to di lui, quan­to a impe­gnar­si effet­ti­va­men­te a cer­ca­re solu­zio­ni ai pro­ble­mi del Paese.
Invi­ta il gover­no Let­ta ad anda­re avan­ti con le rifor­me pro­mes­se, come quel­la sul­la leg­ge elet­to­ra­le: le sue cri­ti­che al Pre­si­den­te del Con­si­glio sono quel­le di un ami­co che vuo­le sug­ge­ri­re la cosa giu­sta da fare. In ciò giun­ge a par­la­re anche di Ber­lu­sco­ni, ovve­ro a soste­ne­re che l’at­teg­gia­men­to che il gover­no dovreb­be tene­re è quel­lo di igno­rar­lo, per quan­to pos­si­bi­le, dato che pare evi­den­te che nel cen­tro­de­stra la linea pre­va­len­te sia quel­la di resta­re comun­que al gover­no; tan­to, «in ogni caso, il 19 otto­bre scat­te­rà l’in­ter­di­zio­ne», al di là del voto del par­la­men­to. Sever­gni­ni gli chie­de dun­que cosa rispon­de­reb­be qua­lo­ra Ber­lu­sco­ni lo chia­mas­se chie­den­do­gli cosa dovreb­be secon­do lui fare nei pros­si­mi gior­ni; Ren­zi devia abba­stan­za mal­de­stra­men­te la doman­da affer­man­do che nes­su­no può sape­re cosa farà Ber­lu­sco­ni, ma che in ogni caso è sicu­ro che, quan­to agli espo­nen­ti del cen­tro­de­stra, «noi del PD alle pros­si­me ele­zio­ni li asfalteremo!».

L’in­con­tro è qua­si ter­mi­na­to, Ren­zi come ulti­ma cosa si difen­de col soli­to under­sta­te­ment dal­l’ac­cu­sa di aver favo­ri­to, ai tem­pi del Big bang, la lob­by del­la finan­za. «Io ero un inge­nuo sul cam­per, veni­vo dal mon­do degli scout e del volon­ta­ria­to; e comun­que sen­za finan­za lo Sta­to crol­la». Più di una per­so­na dal pub­bli­co obiet­ta: «Ma va tas­sa­ta!», Ren­zi è d’ac­cor­do, e ammet­te il suo erro­re pas­sa­to, «uno dei tan­ti», affer­ma, con la soli­ta umil­tà. Sever­gni­ni gli chie­de infi­ne, e con que­sta doman­da si chiu­de l’in­con­tro, qua­le sia sta­to il gior­no più bel­lo dal­le pri­ma­rie ad oggi; II sin­da­co rispon­de che è sta­to quel­lo in cui il PD ha per­so le ele­zio­ni, per­ché, per quan­to lui odî per­de­re, quel gior­no ha capi­to che fa poli­ti­ca per­ché ha un idea­le, e non per­ché ne rica­va un qual­che guadagno.

L’in­con­tro ter­mi­na in un tri­pu­dio di applau­si. Io mi pre­pa­ro mesto a tor­na­re a casa sot­to la piog­gia, con nel­lo zai­no un tac­cui­no con qual­che appun­to in più e con in cuo­re gli stes­si dub­bi sul­la figu­ra di Mat­teo Ren­zi che ave­vo pri­ma di entra­re. Ma si sa, è trop­po chie­de­re qual­co­sa di più che discor­si gene­ri­ci dai poli­ti­ci del Duemila.

 

Ste­fa­no Santangelo

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Stefano Santangelo
Stu­dio let­te­re, scri­vo e foto­gra­fo. Sarò un gon­zo, ma mi pia­ce il gior­na­li­smo di parte.

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