Extraterrestri digitali
Tu chiamale, ma proprio se vuoi, Emozioni

Se ave­te dif­fi­col­tà a dor­mi­re e pas­sa­te le not­ti inson­ni a doman­dar­vi per qua­le ragio­ne non riu­sci­te pro­prio a sve­gliar­vi al mat­ti­no nono­stan­te la pil­lo­li­na di Her­ba­li­fe che il vostro ami­co Dj del­l’Am­ne­sia vi ha cal­da­men­te con­si­glia­to, una for­ma d’in­trat­te­ni­men­to non con­ven­zio­na­le ve la for­nia­mo noi.

La RAI ave­te pre­sen­te quel­la vec­chia socie­tà lot­tiz­za­ta dove regi­sti inca­pa­ci con il chio­do fis­so dei pre­ti si dan­no da fare per lan­cia­re nel mon­do del­lo show busi­ness dota­tis­si­me sou­bret­te oriun­de? Ecco ha tira­to fuo­ri dal cilin­dro, nel­la sta­gio­ne tele­vi­si­va appe­na tra­scor­sa, una tra­smis­sio­ne musi­ca­le dal tito­lo Emo­zio­ni, che è una scel­ta ori­gi­na­le qua­si quan­to inti­to­la­re un pro­gram­ma di cuci­na Spa­ghet­ti o uno sul ses­so ora­le Lewin­sky.

In sin­te­si: una voce nar­ran­te fuo­ri cam­po, sti­le Grey’s Ana­to­my, rac­con­ta le epi­che impre­se di arti­stoi­di da stra­paz­zo cer­can­do in tut­ti i modi di tra­smet­te­re il mes­sag­gio che fra que­st’ul­ti­mi e John Len­non il pas­so è bre­ve; incre­di­bil­men­te le pun­ta­te dura­no due ore cir­ca, che se pen­sa­te alla vita di Eros Ramaz­zot­ti sono più che sufficienti.

Imma­gi­ni di reper­to­rio estra­po­la­te dal loro con­te­sto, tipo la Reg­gia di Caser­ta illu­mi­na­ta al 15 d’a­go­sto o un’i­nu­ti­le vet­ta del­l’Ap­pen­ni­no tosco-emi­lia­no, ven­go­no sovrap­po­ste e sfu­ma­te tra loro con gli effet­ti di Pre­mie­re (ver­sio­ne 1997), il tut­to accom­pa­gna­to da qual­che lita­nia di pae­se o jin­gle a bas­so costo; ai pez­zi “d’am­bien­te” si sus­se­guo­no una serie di inter­vi­ste sen­za inter­vi­sta­to­re den­tro gli stu­di del­le case disco­gra­fi­che o nel­le abi­ta­zio­ni pri­va­te dei musicisti.

Non abbia­mo volu­to pren­de­re in con­si­de­ra­zio­ne tut­te le pun­ta­te e ci rimet­tia­mo dun­que alla vostra buo­na volon­tà (le tro­va­te in strea­ming sul sito del­la Rai) ma ci sia­mo con­cen­tra­ti su quel­le più spas­so­se che andre­mo ora ad analizzare.

Pun­ta­ta Gigi D’A­les­sio o del­la trat­ta­ti­va Stato-Mafia

Un fat­to accer­ta­to del­la nostra sto­ria repub­bli­ca­na è che Gigi D’A­les­sio ha comin­cia­to a musi­ca­re – come direb­be lui – duran­te i matri­mo­ni dei camor­ri­sti del­la sua cit­tà; il poli­ti­cal­ly cor­rect ovvia­men­te imper­ver­sa e quin­di que­sta bre­ve paren­te­si vie­ne com­ple­ta­men­te omes­sa da tut­ta la nar­ra­zio­ne e ci ritro­via­mo un Gigi, poco più che ven­ten­ne, già famo­so come Mosè. Segue una tiri­te­ra su come la musi­ca sia impor­tan­te per un napo­le­ta­no (??) per­ché – cito – “coscrit­ta nel nostro codi­ce gene­ti­co”. Al con­tra­rio del­la lin­gua italiana.

Un ulte­rio­re fat­to noto è che sco­par­si una mino­ren­ne rap­pre­sen­ta un rea­to nel nostro ordi­na­men­to, per quan­to la cosa ci pos­sa dispia­ce­re. Quin­di inu­ti­li le spie­ga­zio­ni del tipo “Anna mi ave­va det­to di esse­re una diciot­ten­ne egi­zia­na” per­ché è chia­ro anche agli occhi di Papa Leo­ne III che i due han­no con­su­ma­to pri­ma del pre­vi­sto, la moglie se ne è accor­ta e lo ha lascia­to dete­stan­do­lo per il resto dei suoi giorni.

Poco altro da dire, ma si potreb­be for­se accen­na­re al con­cer­to in Piaz­za del Duo­mo per l’e­le­zio­ne a sin­da­co di Leti­zia Morat­ti, sal­ta­to per via di pres­sio­ni leghi­ste e non cer­to per l’a­po­li­ti­ci­tà e l’in­di­pen­den­za del­l’ar­ti­sta, come scris­se­ro gli addet­ti stam­pa del Gigi nazio­na­le duran­te un attac­co di demen­tia prae­cox. Nisba, il con­flit­to e la veri­tà non fan­no par­te del for­mat, rispon­do­no gli autori.

Ci spet­ta inve­ce un’al­tra inter­mi­na­bi­le ora riguar­dan­te la “poe­ti­ca del mare” che ha reso gran­de il D’A­les­sio; poe­ti­ca incen­tra­ta su una dia­let­ti­ca irri­sol­vi­bi­le: la mia don­na che sta a Capri, io che sto a Napo­li, in mez­zo il mare a sepa­rar­ci, alle­go­ria del­la con­di­zio­ne uma­na che ha ispi­ra­to, tra gli altri, anche la Pau­si­ni. Potreb­be usci­re nei pros­si­mi anni un disco che però scio­glie­rà que­sta sor­pren­den­te meta­sta­si onto­lo­gi­ca, inti­to­la­to “Moby Lines” e dedi­ca­to a tut­ti gli Schet­ti­no di que­sta gran­de penisola.

La pun­ta­ta si con­clu­de con l’a­pi­ce del­la car­rie­ra del can­tan­te: una sor­ta di cloa­ca mas­si­ma a Broad­way dove Gigi può respi­ra­re l’i­ta­lia­ni­tà fuo­ri dal­le mura ami­che; lui, Robert De Niro e qual­che cen­ti­na­io di scù­gniz­zi scam­pa­ti alla gale­ra per mira­co­lo, bal­la­no tut­ta la sera sul­le note di Nel blu dipin­to di blu, insul­tan­do Savia­no e Troi­si e inneg­gian­do a Care­ca e Ham­sìk – veri napoletani.

Pun­ta­ta Alex Britti

Tut­ti san­no che Alex Brit­ti si fa vede­re – da sua madre come dal­la casa disco­gra­fi­ca – una vol­ta ogni lustro por­tan­do con sé oro, incen­so, mir­ra e un nuo­vo testo, scrit­to e arran­gia­to duran­te la trat­ta aerea Liver­pool-Mal­pen­sa. Dopo aver svuo­ta­to le cas­se di RDS e le pal­le degli ita­lia­ni per un’e­sta­te inte­ra con poe­ti­smi vir­tuo­si tipo “…nel­la vasca con l’ac­qua cal­da che mi coc­co­la la testa…” o mes­sag­gi pale­se­men­te evan­ge­li­ci come “c’e­ra una vol­ta o for­se era­no due, c’e­ra una muc­ca, un asi­nel­lo e un bue”, Alex tor­na legit­ti­ma­men­te a far­si i caz­zac­ci suoi in giro per l’Eu­ro­pa, e può esse­re con­si­de­ra­to un modo abba­stan­za degno per vive­re di musi­ca; si potreb­be for­se obbiet­ta­re che Eric Clap­ton o Jimi Hen­drix non si tro­va­va­no obbli­ga­ti a can­ta­re seme­stral­men­te qual­co­sa tipo “becau­se you like me, you like me!” ma è anche vero che pip­pa­va­no come aspi­ra pol­ve­ri – il tut­to per dire che ognu­no ha le sue croci.

Det­to ciò, non si capi­sce per­ché inter­vi­sta­re Brit­ti visto che:

  1. non fa del­la loqua­ci­tà una carat­te­ri­sti­ca del suo personaggio;
  2. non sta fer­mo un secon­do ed è sem­pre impe­gna­to a sma­net­ta­re con il capo­ta­sto e la sua Fen­der, che se fos­si io l’in­ter­vi­sta­to­re glie­la spac­che­rei sul­la schiena;
  3. le rispo­ste sin­tat­ti­ca­men­te arti­co­la­te rispon­do­no ad un gusto squi­si­ta­men­te dadai­sta, come quan­do sostie­ne che “per me la musi­ca è la musi­ca” – roba da far impaz­zi­re Wittgenstein.

Vale la pena ascol­tar­si “Oggi sono io”, can­zo­ne vin­ci­tri­ce di San­re­mo gio­va­ni 1999, inter­pre­ta­ta da Mina, che quan­do sale e sale e sale con quel­la cas­sa di riso­nan­za che è la sua tra­chea fa vera­men­te spa­ven­to, anche se è un pec­ca­to non poter­la mai inqua­dra­re per inte­ro, ma dipen­de­rà dal fat­to che è una gras­so­na inde­cen­te. Ma que­ste sono rifles­sio­ni che pen­sa­vo di fare a bas­sa voce.

Nel­la pros­si­ma pun­ta­ta, fra un paio di set­ti­ma­ne, andrem­mo avan­ti con il nostro viag­gio den­tro la musi­ca ita­lia­na spe­ran­do di uscir­ne inden­ni, del resto come scri­ve­va Rim­baud “l’in­fer­no non può intac­ca­re i paga­ni”, quin­di come scri­ve­va il Liga “nien­te paura”.

Ci vedia­mo fra qual­che gior­no con le pun­ta­te dedi­ca­te a Max Pez­za­li e Cesa­re Cre­mo­ni­ni – cha­peau!

 

Fran­ce­sco Floris

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Francesco Floris
Blog­gerLin­kie­sta
Col­la­bo­ra­to­re de Linkiesta.it, spea­ker di Mag­ma, blogger.

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