Cocodà, classi pollaio in Statale

”Sei uno di quelli di Lettere che viene a rubarci il posto?”
Il posto, alle lezioni di Letteratura russa, è un bene prezioso. A pormi la domanda è una mia vecchia amica di Lingue straniere a cui sto praticamente crollando addosso nel tentativo di avanzare senza schiacciare gambe e corpi umani: affannato, abbozzo un sorriso e finalmente raggiungo il mio sudato obiettivo —una sedia conquistata da un’altra mia amica più di mezz’ora prima, tre file più in là, che dovrò spartire con lei per le successive due ore.

Oggi sono fortunato, l’ultima volta non ero nemmeno riuscito ad entrare in aula. La situazione, al corso di Letteratura russa di Rebecchini, è sempre la stessa: demenziale. Gente seduta per terra fino ad occupare ogni angolo del pavimento (addirittura dietro la cattedra e sopra la centralina elettrica), persone ammassate a origliare fuori dalle porte, qualche eroe che segue appollaiato alla finestra dopo aver fatto il giro dal cortile, generale insofferenza per questa situazione che si protrae senza un apparente sbocco. Martedì il corso è tenuto in un’aula in Sant’Alessandro della capienza di 120 persone. Peccato che a frequentarlo siano il doppio. Non va molto meglio il giorno successivo, quando ci si sposta nelle ‘moderne’ aule di via Mercalli.

Letteratura russa non è l’unico corso a tenersi in classi-pollaio: Storia romana, Filologia romanza e tante altre lezioni vengono tenute in spazi troppo piccoli rispetto al numero degli studenti, in barba alle più elementari norme di sicurezza e del buon senso. In caso di spiegazione, si capisce ben poco; in caso di evacuazione, si rischia di fare la fine del topo. Non si vede come si possa far uscire dall’aula una simile marea umana senza un altissimo rischio di incidenti, anche seri ―e ci sarebbe molto da discutere su quanto, in situazioni ordinarie, siano a norma di sicurezza le aule di Sant’Alessandro― o come sia possibile seguire una lezione con altre tre persone sedute nel medesimo metro quadro di pavimento, in fondo all’aula, di spalle alla cattedra.

Tra i banchi, qualche stranierista maligno insinua: è tutta colpa dei professori di giurisprudenza, lobbisti e bramosi di tener per le loro lezioni —nella sede di via Festa del Perdono— le aule più capienti! Sarà. Ne vengono in mente anche altri, di spazi potenzialmente adatti: come l’aula principale di via Sant’Antonio, descritta in modo tanto ampolloso come la migliore dell’ateneo, incellofanata o lasciata semivuota con il corso di geografia urbana. Intanto, Rebecchini inizia la lezione guardandosi in giro rassegnato: <<Ho chiesto>> afferma, <<ma le aule più capienti di Festa del Perdono a quest’ora sono tutte occupate; e non è più possibile cambiare gli orari. Se avete amici che durante le nostre ore hanno lezione in Festa del Perdono, chiedetegli se la loro aula non viene riempita del tutto: in tal caso fatemi sapere, che chiederò uno scambio>>.

In attesa che l’Università allarghi le aule, sdoppi i corsi, moltiplichi i docenti o agisca in qualsiasi altro modo per far fronte alla situazione, qualcuno risponda: che siamo tutti sulla stessa barca, ma preferiremmo non restare sulla stessa sedia.


Stefano Colombo

Stefano Colombo
Studente, non giornalista, milanese arioso.

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