Da riascoltare per la prima volta
Io non appartengo più

Men­tre si ascol­ta l’ul­ti­mo album di Rober­to Vec­chio­ni, si ritro­va la spe­ran­za, si intra­ve­de una pic­co­la luce alla fine del tun­nel e si capi­sce come la can­zo­ne d’au­to­re ita­lia­na, orfa­na da poco anche dei gran­di Dal­la e Jan­nac­ci, non sia anco­ra morta.
Io Non Appar­ten­go Più, pub­bli­ca­to da Uni­ver­sal Music lo scor­so 8 otto­bre, a sei anni di distan­za dal­l’ul­ti­mo lavo­ro, Di Rab­bia e Di Stel­le, e anti­ci­pa­to in radio dal sin­go­lo “Sei nel mio cuo­re“, rac­co­glie tre­di­ci trac­ce che rac­chiu­do­no l’e­spe­rien­za per­so­na­le del­l’au­to­re in ogni sin­go­la nota, per­fet­ta­men­te armo­niz­za­ta ad ogni sin­go­la frase.

Dal 2007, anno del­la vit­to­ria a San­re­mo e del rico­no­sci­men­to, tan­to a lun­go cer­ca­to, da par­te del gran­de pub­bli­co, il Prof è cam­bia­to mol­to. Scon­fit­to il tumo­re al rene e supe­ra­to il perio­do buio, svuo­ta tut­to il suo ani­mo dei pen­sie­ri, del­le emo­zio­ni e del dolo­re in que­sto album, con­se­gnan­do­lo a noi come con­se­gnan­do sé stes­so. Ne sono un esem­pio “ll Mira­co­lo Segre­to” e “Ho Cono­sciu­to Il Dolo­re”nel qua­le il can­tau­to­re imma­gi­na di ave­re un dia­lo­go con la pro­so­po­pea del dolo­re. Stro­fe e rime can­tan­te con una nuo­va for­za, qua­si con vio­len­za con cui col­pi­re il Dolo­re e man­dar­lo al tap­pe­to:«Scri­ver­ci su un bra­no mi sem­bra­va il mini­mo. Dopo che ho avu­to un tumo­re al rene e un infar­to glie­le ho can­ta­te dav­ve­ro, sono un uomo, son più for­te di tut­to: ‘Ma a chi vuoi far pau­ra?’ gli chie­de­vo». Bra­ni toc­can­ti nel­la loro testi­mo­nian­za così come nel­la loro com­po­nen­te musi­ca­le, nel­le cui paro­le sono con­den­sa­ti tut­ti i gior­ni pas­sa­ti nel­la sua lot­ta con­tro la malattia.

Descri­ve la sua ulti­ma crea­tu­ra così il Prof, in un inter­vi­sta a Napo­li di qual­che gior­no fa: «L’al­bum potreb­be esse­re dipin­to come un soli­lo­quio davan­ti alla fine, ma non ha nien­te a che vede­re con il nichi­li­smo, lo scon­for­to, la resa. Piut­to­sto è la pre­sa d’atto che l’essere uma­no più di tan­to non rie­sce a fare, non rie­sce a dare: tal­vol­ta strin­ge la mano degli altri per­ché nel buio non capi­sce nien­te o si rivol­ge al cie­lo, tal­vol­ta si con­vin­ce che deve far­ce­la da solo».
Ad un ascol­to atten­to l’al­bum nascon­de cri­ti­che pro­fon­de alla socie­tà moder­na, all’u­so ormai smo­da­to dei social net­work col­pe­vo­li di smi­nui­re le rela­zio­ni socia­li in nome del­la voglia sem­pre più gran­de e incon­trol­la­ta di appa­ri­re, di “esse­re qualcuno”.

L’immagine che lo ritrae in coper­ti­na, è la sin­te­si per­fet­ta del­la cri­si vis­su­ta: «Ho scel­to il ring come sim­bo­lo per non far dimen­ti­ca­re a nes­su­no che io sono sem­pre sta­to su un ring a com­bat­te­re. Cer­to, non ci sono lot­ta­to­ri qui, ci sono libri, qua­dri, ogget­ti di valo­re eter­no. E ci sono io, in pol­tro­na, in un momen­to di rifles­sio­ne per­ché non ho rife­ri­men­ti: e quin­di io non appar­ten­go più. Non appar­ten­go più a ciò che mi infa­sti­di­sce, che mi fa star male, che mi urta i ner­vi».

Fede­ri­co Arduini

 

Con­di­vi­di:
Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube
Redazione

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.