Extraterrestri digitali
Tu chiamale, ma proprio se vuoi, emozioni: Cesare Cremonini

Ci era­va­mo lascia­ti con le tur­be d’a­mo­re marit­ti­mo allo iodio di Gigi D’A­les­sio e con l’i­pe­rat­ti­vi­tà moto­ria di Alex Brit­ti, ma Rai due c’ha mar­tel­la­to così a lun­go i maro­ni che non pote­va­mo esi­mer­ci dal discu­ter­ne ancora.

I mesi pri­ma­ve­ri­li del 2013 sono sta­ti tra i più tri­sti dal­l’ul­ti­ma era gla­cia­le ed Emo­zio­ni – il for­mat per chi aspi­ra a una mor­te len­ta e dolo­ro­sa – ha ben pen­sa­to di ricom­pen­sa­re la nostra ago­nia con più pun­ta­te di brio e coccole.

Pun­ta­ta Cesa­re Cre­mo­ni­ni o del tan­to gen­ti­le e tan­to one­sto pare

Cesa­ro­ne è una per­so­na mol­to tri­ste e inti­mi­sta, secon­do la cele­bre tra­di­zio­ne che fa del poe­ta un inda­ga­to­re del­l’a­ni­mo uma­no, che lo tra­sfor­ma in paro­le e rit­mo, gua­da­gnan­do miliar­di di euro; ma non pen­sia­te che sia sta­to così faci­le, ci ammo­ni­sce la voce di don­na in orga­smo che rac­con­ta la sua storia.
Cre­mo­ni­ni infat­ti era un ragaz­zi­no eccen­tri­co: bigia­va la scuo­la con rego­la­ri­tà imba­raz­zan­te, s’in­na­mo­ra­va del­le sue com­pa­gne di ban­co (leg­gi: si face­va mol­te seghe a sedi­ci anni pen­san­do al bas­so ven­tre di Maria Lui­sa), gui­da­va il cin­quan­ti­no (anni ’60, gira­no in cen­tro sfio­ran­do i novan­ta) man­co fos­se Ste­ve McQueen ne La gran­de fuga che scap­pa da un cam­po di con­cen­tra­men­to nazista.

La pun­ta­ta è curio­sa: oltre alle inter­vi­ste ai pro­dut­to­ri che han­no “sco­per­to” Cre­mo­ni­ni e la sua ini­zia­le band, il mon­tag­gio è infar­ci­to di stral­ci in cui a par­la­re è la pro­fes­so­res­sa d’I­ta­lia­no del liceo, cri­ti­ca musi­ca­le man­ca­ta. La tapi­na si eser­ci­ta in caprio­le ver­ba­li di vario tipo per soste­ne­re la tesi di un Cre­mo­ni­ni-ado­le­scen­te estre­ma­men­te “viva­ce e vita­le”, appel­la­ti­vo di soli­to uti­liz­za­to dal col­le­gio docen­ti al posto di “imbe­cil­le in sur­plus ormonale”.

Ma andia­mo con ordi­ne: Cre­mo­ni­ni pren­de lezio­ni di pia­no e alla vene­ran­da età di undi­ci anni è pra­ti­ca­men­te il mas­si­mo esper­to con­ti­nen­ta­le di Cho­pin. Davan­ti a sé una mira­bo­lan­te car­rie­ra di com­po­si­to­re e diret­to­re d’or­che­stra, al fian­co dei pro­di cava­lie­ri Muti e Abba­do, fino a quan­do il padre non com­met­te l’ir­re­pa­ra­bi­le erro­re di rega­lar­gli un disco dei Queen. Cre­mo­ni­ni impaz­zi­sce e ini­zia a com­por­tar­si da ragaz­zi­no sca­pe­stra­to e ribel­le, col­le­zio­na malat­tie vene­ree trom­ban­do di nasco­sto con il poster di Fred­die Mer­cu­ry, si dà a pia­ce­ri eso­ti­ci e alle mali­zie del­le dro­ghe che lo con­du­co­no a par­la­re in bolo­gne­se incre­men­tan­do note­vol­men­te il suo sex appeal, fino a quel gior­no intrap­po­la­to nei righi di un pentagramma.

Sono gli anni dei loca­let­ti under­ground (sono tut­ti pas­sa­ti dal­l’un­der­ground, pri­ma del­l’o­ver­ground e del­lo sky), del­le audio­cas­set­te regi­stra­te in casa, del­le lagri­me sot­to la piog­gia alle due di not­te; è il soli­to pip­po­ne auto cele­bra­ti­vo del­l’a­do­le­scen­te pre­so male con la vita chie­de­re a mam­ma e papà per veri­fi­ca vol­to a giu­sti­fi­ca­re il fat­to che un “arti­sta” matu­ro a qua­ran­ta­set­te anni anco­ra scri­va cose come “sole, cuo­re, amo­re”. Postil­la: egli è anco­ra tra­vol­to da quel furo­re giovanile.
Il suc­ces­so arri­va come un mis­si­le ter­ra-aria, d’im­prov­vi­so e acce­can­te con Squé­rez?, pri­mo album dei Lùna­pop. I mem­bri del grup­po non fan­no nem­me­no in tem­po a con­ta­re il cash nel­le cas­set­te di sicu­rez­za e le grou­pie sot­to il pal­co che fini­sco­no con lo scan­nar­si reci­pro­ca­men­te per la lea­der­ship; la posi­zio­ne diplo­ma­ti­ca di Cre­mo­ni­ni sul­l’ar­go­men­to è: «il lea­der sono io, non caga­te il caz­zo».

Nel­la car­rie­ra da soli­sta lo segue solo Bal­lo, bas­si­sta, simi­le ad un segu­gio da ripor­to che ha appe­na annu­sa­to e pre­di­ge­ri­to la gal­li­na dal­le uova d’o­ro. In due non con­se­guo­no un diplo­ma di matu­ri­tà, ma non esi­ta­no a rila­scia­re inter­vi­ste sul­lo sci­bi­le uma­no tutto.
Ini­zia la fase matu­ra (ven­ti­due anni), par­to­no per un tour tea­tra­le accom­pa­gna­ti da un’or­che­stra nume­ro­sa come le caval­let­te del­la Bib­bia, nani, bal­le­ri­ne, accom­pa­gna­tri­ci e lavan­da­ie di sor­ta, attra­ver­so i pal­co­sce­ni­ci del­la peni­so­la dove un tem­po si esi­bi­va­no Ver­di e Puc­ci­ni – pale­se sin­to­mo di una con­tem­po­ra­nei­tà in cri­si di valori.
Come ogni bohé­mien del­la min­chia in que­sto pae­se, Cre­mo­ni­ni si eser­ci­ta nel­le più varie­ga­te for­me di espres­sio­ne arti­sti­ca: musi­ca, tea­tro, cuci­na, yoga, Jeet Kune Do, cine­ma, let­te­ra­tu­ra – ha scrit­to un libro dal tito­lo Le ali sot­to i pie­di dove in quar­ta di coper­ti­na vie­ne defi­ni­to «…Cesa­re Cre­mo­ni­ni, bolo­gne­se fino al midol­lo, è sem­pre sta­to quel­lo sopra il pal­co, sin da quan­do ad undi­ci anni e tan­ta voglia di liber­tà (sic), era costret­to ad esi­bir­si al pia­no­for­te di casa per ami­ci e geni­to­ri…».

Mi spie­go: la sce­na pie­to­sa di una madre che obbli­ga il pro­prio enfant pro­di­ge ad esi­bir­si in una sor­ta di spet­ta­co­li­no por­no-arti­sti­co per radi­cal-chic pedo­fi­li vie­ne qui pre­sen­ta­ta come una lezio­ne di liber­tà a tut­ti i Che Gue­va­ra del mon­do. Sor­vo­lia­mo poi sul vago con­cet­to di “bolo­gne­se fino al midol­lo” che ricor­da più un piat­to tipi­co del­la bas­sa fer­ra­re­se che non una dichia­ra­zio­ne d’identità.
La cri­ti­ca comin­cia ad amar­lo alla fol­lia, a ritro­va­re nel­le sue melo­die quel sound che lo ren­do­no il McCart­ney del­la pian Pada­na, quel­le paro­le che man­ca­no al nostro popo­lo dai tem­pi tem­pi del Petrar­ca e Fosco­lo (noto­ria­men­te con­tem­po­ra­nei). È un arti­sta fat­to e completo.

Pur­trop­po la natu­ra matri­gna non pos­sie­de la sen­si­bi­li­tà del­l’­ho­mo sapiens ita­li­cus e sca­ra­ven­ta, come una puni­zio­ne divi­na, il ter­re­mo­to del­l’E­mi­lia nel 2012. Per il mar­ke­ting musi­ca­le è una man­na dal cie­lo, una bene­di­zio­ne e man­co l’a­ves­se­ro pre­vi­sto orga­niz­za­no in quat­tro e quat­tr’ot­to un super-mega-iper-giga-tera alla dodi­ce­si­ma poten­za con­cer­to pres­so lo sta­dio Dal­l’a­ra di Bolo­gna, per rac­co­glie­re fon­di desti­na­ti ai terremotati.
È una sto­ria vec­chia quan­to la pro­sti­tu­zio­ne: Doma­ni, doma­ni, doma­ni lo so, We are the world, altro giro, altro rega­lo. Occa­sio­ne ghiot­ta per ali­men­ta­re il cul­to di un tizio il cui mag­gior meri­to è aver can­ta­to «da quan­do Bag­gio non gio­ca più», sul­le spal­le degli sfi­ga­ti del­la ter­ra; come si suol dire, la madre degli stron­zi è sem­pre incinta.
Caso vuo­le che pro­prio pochi mesi pri­ma sia pure mor­to Lucio Dal­la – Deo gra­tias – e Cre­mo­ni­ni pos­sa esi­bir­si insie­me alla Pau­si­ni (che peral­tro è roma­gno­la in bar­ba alle lot­te ter­ri­to­ria­li) in un com­mo­ven­te Caro Lucio ti scri­vo, che Cesa­re sostie­ne di aver improv­vi­sa­to su due pie­di din­nan­zi alla fol­la sta­li­nia­na del­lo sta­dio di Bologna.
La pun­ta­ta si con­clu­de con Cesa­re che dice qual­co­sa a pro­po­si­to del fat­to che tut­to ha un ini­zio e una fine inclu­sa la sua esi­sten­za ci si augu­rae Jova­not­ti che sostie­ne di amarlo. 

A FUTURA MEMORIA

Ho tan­to spe­ra­to che Cre­mo­ni­ni fos­se figlio di Quel Cre­mo­ni­ni (CARNE) o alme­no un paren­te alla lon­ta­na, per poter sbrai­ta­re ore e ore la mia rab­bia e il disgu­sto con­tro i bastar­di ric­chi mas­so­ni plu­to­cra­ti­ci che con­trol­la­no la raz­za uma­na attra­ver­so dei micro­chip sot­to pel­le ad infrarossi.
Pur­trop­po pare, dopo un accu­ra­ta ana­li­si di siti, blog e social net­work, che sia solo un bab­bo qua­lun­que che can­ta l’a­mo­re, il desi­de­rio e la fol­lia come solo Masi­ni sape­va fare.
Pazien­za, sarà per il pros­si­mo bastar­do ric­co extra­ter­re­stre maya.
Di mate­ria­le ce ne era comun­que a sufficienza.
Pros­si­ma pun­ta­ta su Maxo­ne Pezzali

Fran­ce­sco Floris

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Francesco Floris
Blog­gerLin­kie­sta
Col­la­bo­ra­to­re de Linkiesta.it, spea­ker di Mag­ma, blogger.

1 Commento su Extraterrestri digitali
Tu chiamale, ma proprio se vuoi, emozioni: Cesare Cremonini

  1. Pec­ca­to. Pur non aman­do Cre­mo­ni­ni, o per­lo­me­no non mi fa nè cal­do e nè fred­do, tro­vo che un “arti­co­lo” così rosi­co­ne por­ti solo soli­da­rie­tà all’og­get­to di tan­to astio. Dav­ve­ro il modo più sba­glia­to per espri­me­re anche un legit­ti­mo parere.
    E chi ha l’a­spi­ra­zio­ne di ave­re un ruo­lo da gior­na­li­sta fareb­be pri­ma bene a risol­ve­re i pro­pri pro­ble­mi personali.
    Peace&Love

    Sim­mons 1972

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