Da rileggere per la prima volta
La barba del poliziotto è costruita a metà


1La bar­ba del poli­ziot­to è costrui­ta a metà è il tito­lo di un libro mol­to par­ti­co­la­re, pub­bli­ca­to negli Sta­ti Uni­ti nel 1984 e mai distri­bui­to nel resto del mon­do. L’autore non è un esse­re uma­no, ma un pro­gram­ma per com­pu­ter chia­ma­to Rac­ter, crea­to dai pro­gram­ma­to­ri Wil­liam Cham­ber­lain e Tho­mas Etter appo­si­ta­men­te per pro­dur­re pro­sa e poe­sia. La cosa, all’epoca, susci­tò cla­mo­re e fasti­dio tra i cri­ti­ci: un com­pu­ter per la pri­ma vol­ta si intro­met­te­va in una del­le arti supre­me dell’ingegno uma­no, la let­te­ra­tu­ra, e sem­bra­va anche riu­scir­ci piut­to­sto bene.
The policeman’s beard is half con­struc­ted (da qui in avan­ti, per bre­vi­tà, TPBIHC) rac­co­glie infat­ti bre­vi “pro­se d’arte”, poe­sie, un rac­con­to, inter­vi­ste, dia­lo­ghi imma­gi­na­ri e afo­ri­smi, il tut­to illu­stra­to magni­fi­ca­men­te dall’artista Joan Hall. Ma se le illu­stra­zio­ni sono inne­ga­bil­men­te bel­lis­si­me, anche i testi di Rac­ter rag­giun­go­no tal­vol­ta risul­ta­ti di una cer­ta raf­fi­na­tez­za, tan­to da desta­re qual­che sospet­to. Quan­do la Mind­sca­pe distri­buì una ver­sio­ne com­mer­cia­le di Rac­ter per PC, nel­lo stes­so anno, i suoi detrat­to­ri can­ta­ro­no vit­to­ria, notan­do che quel pro­gram­ma rudi­men­ta­le non pote­va aver pro­dot­to da solo un libro del gene­re. Ma i tem­pla­tes ori­gi­na­li scrit­ti e uti­liz­za­ti da Cham­ber­lain non era­no inclu­si nel­la ver­sio­ne com­mer­cia­le, e per­ciò rima­ne un cer­to miste­ro sul­la rea­le pater­ni­tà dell’opera.

Sfo­glian­do TPBIHC oggi, in real­tà, non si fa fati­ca a rico­no­sce­re la natu­ra “infor­ma­ti­ca” dell’autore dei sin­go­li testi. Di sicu­ro Cham­ber­lain esa­ge­rò con il sen­sa­zio­na­li­smo, pre­sen­tan­do il libro – for­se pro­vo­ca­to­ria­men­te – come “un viag­gio biz­zar­ro e fan­ta­sti­co nel­la men­te di una mac­chi­na”, qua­si Rac­ter fos­se dota­to di auto­co­scien­za. Sareb­be sta­ta una rivo­lu­zio­ne nel cam­po dell’intelligenza arti­fi­cia­le, ma se ave­te mai pro­va­to a chiac­chie­ra­re con un chat­ter­bot onli­ne oppu­re a tra­dur­re fra­si com­ples­se con Goo­gle Trans­la­te, avre­te un’idea del­lo sta­to attua­le del­la tec­no­lo­gia “lin­gui­sti­ca”: figu­ra­te­vi nel 1984. Per que­sto (e anche per­ché il mer­ca­to e la ricer­ca infor­ma­ti­ca han­no pre­so altre dire­zio­ni che – pare – non con­tem­pla­no com­pu­ter-poe­ti), Rac­ter e il suo libro sono sta­ti sostan­zial­men­te dimen­ti­ca­ti. Tut­ta­via TPBIHC resta un espe­ri­men­to let­te­ra­rio inte­res­san­te, oltre­ché un pre­ge­vo­le pro­dot­to edi­to­ria­le. (Una copia nuo­va su Ama­zon costa più di 140 dol­la­ri, ma si tro­va dispo­ni­bi­le in pdf gra­tui­ta­men­te qui: http://ubu.artmob.ca/text/racter/racter_policemansbeard.pdf).

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Ma come fun­zio­na Rac­ter? In sostan­za, Cham­ber­lain ha inse­ri­to nel pro­gram­ma tut­ti gli ingre­dien­ti che rite­ne­va neces­sa­ri – un voca­bo­la­rio ricer­ca­to e ric­co di ter­mi­ni con­nes­si all’esperienza e alla sfe­ra dell’interiorità uma­na, rego­le sin­tat­ti­che basi­la­ri, cor­ri­spon­den­ze sino­ni­mi­che (che con­sen­to­no la for­mu­la­zio­ne di afo­ri­smi sen­ten­zio­si del tipo x è y), nomi di per­so­nag­gi ricor­ren­ti asso­cia­ti a cer­te carat­te­ri­sti­che – e l’ha lascia­to sem­pli­ce­men­te “can­ta­re”. Poi ha sele­zio­na­to i testi, non sap­pia­mo con che cri­te­ri e in che misu­ra, e li ha dispo­sti nel libro.

Il risul­ta­to, come pote­te imma­gi­na­re, è domi­na­to dal non­sen­so, tan­to che TPBIHC potreb­be esse­re un pic­co­lo capo­la­vo­ro di sur­rea­li­smo estre­mo. Vale la pena di cita­re come esem­pio il com­po­ni­men­to proe­mia­le (tra­du­zio­ne mia):

«In ogni caso i miei sag­gi e le mie dis­ser­ta­zio­ni sul­l’a­mo­re e il suo infi­ni­to dolo­re e per­pe­tuo pia­ce­re saran­no cono­sciu­ti e capi­ti da tut­ti voi che leg­ge­te que­sto e ne par­la­te o can­ta­te o gor­gheg­gia­te ai vostri ami­ci pre­oc­cu­pa­ti o nemi­ci ner­vo­si. L’a­mo­re è la doman­da e l’ar­go­men­to di que­sto sag­gio. Comin­ce­re­mo con una doman­da: la bistec­ca ama la lat­tu­ga? Que­sta doman­da è impla­ca­bil­men­te ardua ed è ine­vi­ta­bil­men­te dif­fi­ci­le tro­va­re una rispo­sta. Ecco una doman­da: un elet­tro­ne ama un pro­to­ne, o ama un neu­tro­ne? Ecco una doman­da: un uomo ama una don­na, o, per esse­re spe­ci­fi­ci e pre­ci­si, Bill ama Dia­ne? L’in­te­res­san­te e cri­ti­co respon­so a que­sta doman­da è: no! Lui è osses­sio­na­to e inna­mo­ra­to per­so di lei. È fol­le­men­te paz­zo di lei. Que­sto non è l’a­mo­re di bistec­ca e lat­tu­ga, di elet­tro­ne e pro­to­ne e neu­tro­ne. Que­sta dis­ser­ta­zio­ne mostre­rà che l’a­mo­re di un uomo e di una don­na non è l’a­mo­re di bistec­ca e lat­tu­ga. L’a­mo­re è inte­res­san­te per me e affa­sci­nan­te per te ma è dolo­ro­so per Bill e Dia­ne. Que­sto è l’amore!»

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Que­sto non­sen­so risul­ta tal­men­te esa­ge­ra­to da sem­bra­re stu­dia­to, e così si dà l’illusione di un auto­re in car­ne ed ossa. La doman­da “la bistec­ca ama la lat­tu­ga?”, così improv­vi­sa e ina­spet­ta­ta dopo un esor­dio appa­ren­te­men­te serio, potreb­be esse­re inter­pre­ta­ta come uno scher­zo­so e irri­ve­ren­te apro­sdo­ke­ton, per­si­no raf­fi­na­to. Un altro esem­pio diver­ten­te sul­la stes­sa linea:

«Bill sings to Sarah. Sarah sings to Bill. Perhaps they will do other dan­ge­rous things toge­ther. They may eat lamb or stro­ke each other. They may chant of their dif­fi­cul­ties and their hap­pi­ness. They have love but they also have typew­ri­ters. That is interesting.»

Non man­ca­no poi anche momen­ti di mag­gio­re “ele­va­zio­ne poe­ti­ca”, in cui Rac­ter sem­bra dimo­stra­re pro­fon­di­tà, ispi­ra­zio­ne, addi­rit­tu­ra lirismo:

«More than iron, more than lead, more than gold I need elec­tri­ci­ty. I need it more than I need lamb or pork or let­tu­ce or cucum­ber. I need it for my dreams.»

«Blis­sful quiet, the roc­king of a recent love is both repo­se and anguish in my fain­ting dreams.»

Non ci si deve trop­po stu­pi­re: già secon­do il cele­bre Teo­re­ma del­la scim­mia instan­ca­bi­le, bat­ten­do a caso su una mac­chi­na da scri­ve­re per un tem­po infi­ni­ta­men­te lun­go una scim­mia potreb­be pro­dur­re qual­sia­si testo pre­fis­sa­to (per esem­pio l’opera omnia di Sha­ke­spea­re). Rac­ter si com­por­ta in manie­ra simi­le, con una dif­fe­ren­za impor­tan­te: non abbi­na paro­le a caso, ma mesco­la con­te­nu­ti pre-ordi­na­ti sul­la base di rego­le sta­bi­li­te, e per que­sto non richie­de tem­pi infi­ni­ti. I suoi com­po­ni­men­ti sono sem­pre per­fet­ta­men­te gram­ma­ti­ca­li, e tal­vol­ta capi­ta anche che abbia­no “sen­so” e coe­ren­za inter­na. Qui, se voglia­mo, risie­de il fasci­no e la pia­ce­vo­lez­za di TPBIHC.

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Inol­tre la nostra ten­den­za a cer­ca­re signi­fi­ca­ti nasco­sti, spe­cie di fron­te a un testo poe­ti­co, favo­ri­sce una cer­ta empa­tia anche quan­do è del tut­to ingiu­sti­fi­ca­ta. Non era evi­den­te­men­te inten­zio­ne di Cham­ber­lain pren­der­si gio­co del­le ten­den­ze oscu­re e con­cet­tua­li di cer­ta poe­sia con­tem­po­ra­nea, altri­men­ti avreb­be pub­bli­ca­to TPBIHC a pro­prio nome. Chis­sà, maga­ri sareb­be sta­to salu­ta­to come un gran­de poe­ta, a caval­lo tra sur­rea­li­smo e sim­bo­li­smo. Con­si­de­ra­te l’aforisma:

«Le rifles­sio­ni sono imma­gi­ni di aspi­ra­zio­ni anne­ri­te.» (Reflec­tions are ima­ges of tar­ni­shed aspirations)

Può voler dire tut­to oppu­re nul­la. Ma se l’autore fos­se uma­no, ten­de­rem­mo a veder­ci pro­fon­di­tà e allu­si­vi­tà (oppu­re pen­se­rem­mo di ave­re tra le mani un libro di Fabio Volo).

In ogni caso, la “let­te­ra­tu­ra com­pu­ta­zio­na­le”, come quel­la di Rac­ter, non è – para­dos­sal­men­te – nata con i com­pu­ter. Un pre­ce­den­te impor­tan­te è nell’attività del grup­po Ouli­po (Ouvrir de la lit­té­ra­tu­re poten­tiel­le), fon­da­to nel 1960 dal genia­le scrit­to­re e mate­ma­ti­co Ray­mond Que­neau, auto­re dei Cent mil­le mil­liards de poè­mes: 10 sonet­ti costrui­ti con lo stes­so sche­ma di rime e con una strut­tu­ra sin­tat­ti­ca tale che cia­scun ver­so sia inter­cam­bia­bi­le con ogni altro ver­so situa­to nel­la stes­sa posi­zio­ne. Tota­le: 1014 poe­sie diver­se gene­ra­bi­li auto­ma­ti­ca­men­te dal­le 10 ini­zia­li. In cam­po musi­ca­le segui­va pro­ce­di­men­ti ana­lo­ghi il com­po­si­to­re ame­ri­ca­no John Cage, che stu­dia­va l’inserimento di pic­co­li ogget­ti tra le cor­de del pia­no­for­te per inter­fe­ri­re con il suo­no in manie­ra imprevista.

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Rac­ter, Que­neau, Cage… Il deno­mi­na­to­re comu­ne di que­ste espe­rien­ze arti­sti­che (su cui ci sareb­be mol­to altro da dire) è l’estromissione qua­si tota­le di ciò che con­si­de­ria­mo “volon­tà”. È un attac­co diret­to e vio­len­to all’idea tra­di­zio­na­le di arte, così come si è radi­ca­ta in occi­den­te fin dall’antichità (poie­sis, crea­zio­ne) e raf­for­za­ta nel nostro imma­gi­na­rio dal roman­ti­ci­smo, con il suo cul­to del genio creatore.
L’arte com­pu­ta­zio­na­le può defi­nir­si “crea­ta”? Al mas­si­mo lo sono le rego­le e gli algo­rit­mi da cui auto­ma­ti­ca­men­te sca­tu­ri­sce. Istin­ti­va­men­te rite­nia­mo fred­di e ste­ri­li gli espe­ri­men­ti di que­sto gene­re, gio­chi vir­tuo­si ma fini a se stes­si, ben distin­ti dall’arte vera e pro­pria, che non può pre­scin­de­re dall’individualità dell’artista. In defi­ni­ti­va, che ragion d’essere può ave­re un libro come TPBIHC? Le rispo­ste pos­so­no esse­re diver­se. Qual­cu­no potreb­be apprez­za­re uni­ca­men­te il pro­dot­to, a pre­scin­de­re dal pro­dut­to­re, e quin­di con­si­de­ra­re bel­li in se stes­si anche testi scrit­ti da un algo­rit­mo pri­vo di coscien­za. Oppu­re potrem­mo ricon­si­de­ra­re alla radi­ce i nostri con­cet­ti di ori­gi­na­li­tà e crea­ti­vi­tà. Fin­ché non sia­mo in gra­do di chia­ri­re esat­ta­men­te cos’è per noi il “signi­fi­ca­to”, e in gene­ra­le come si svol­ge la nostra com­pren­sio­ne di sim­bo­li e segni, non pos­sia­mo vera­men­te esclu­de­re che la nostra men­te, in fase crea­ti­va, fun­zio­ni secon­do uno sche­ma simi­le a quel­lo di Rac­ter o dei Cent mil­le mil­liards de poè­mes, solo in sca­la più com­ples­sa: un insie­me di rego­le, nel nostro caso inna­te (o pro­gram­ma­te?), che ope­ra­no su un vasto inven­ta­rio di sim­bo­li e imma­gi­ni. Anche per que­sto la let­tu­ra di TPBICH può esse­re suggestiva.

 Seba­stian Bendinelli

 

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In mis­sio­ne per fer­ma­re la Rivo­lu­zio­ne industriale.

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