Da riascolatare per la prima volta
Frank Zappa, intellettuale esemplare

Frank

Esat­ta­men­te vent’anni fa mori­va Frank Zap­pa, “com­po­si­to­re americano”—come egli stes­so ama­va defi­nir­si, in un modo che, appar­ten­te­men­te sem­pli­ce, nascon­de un’ambivalenza non casua­le: chi cono­sca la sua ope­ra, così vasta e polie­dri­ca, ne rica­ve­rà l’impressione di un’ostentata mode­stia; ma chi doves­se aver­ne una cono­scen­za super­fi­cia­le potreb­be addi­rit­tu­ra per­ce­pi­re un vago oltrag­gio. “Com­po­si­to­re” è infat­ti un ter­mi­ne che ten­dia­mo ad asso­cia­re alla musi­ca “col­ta”, piut­to­sto che al rock o al pop. Zap­pa, pro­fon­do odia­to­re del­le eti­chet­te e siste­ma­ti­co dis­sa­cra­to­re, riven­di­ca per sé que­sto tito­lo, con­sa­pe­vo­le del con­tra­sto che instau­ra con l’immagine – ben nota, for­se più del­la sua musi­ca – di chi­tar­ri­sta pseu­do-hip­pie capel­lo­ne e sboc­ca­to. D’altra par­te, al di là del­la pro­vo­ca­zio­ne for­ma­le, si vede nel­la paro­la anche tut­ta la serie­tà con cui Zap­pa vive­va il pro­prio mestie­re: di com­po­si­to­re, appun­to; né chi­tar­ri­sta, né can­tan­te, né gene­ri­ca­men­te musi­ci­sta. Non è una desa­cra­liz­za­zio­ne del­la musi­ca clas­si­ca, né un’elevazione del rock o del pop (o di quant’altro) all’alveo del­la musi­ca “col­ta”, ma piut­to­sto l’affermazione dell’equivalenza di tut­ti i gene­ri musi­ca­li, da cui deri­va la volon­tà pro­gram­ma­ti­ca di trat­tar­li, tut­ti, con la stes­sa auto­ri­tà di un Bee­tho­ven o di uno Stravinsky.

Coe­ren­te­men­te con quest’idea, Zap­pa non face­va mol­ta dif­fe­ren­za tra un’orchestra e un grup­po rock, a costo di rice­ver­ne qual­che fasti­dio. Per esem­pio, nel 1967, duran­te le ses­sio­ni dell’album Lum­py Gra­vy, alcu­ni mem­bri dell’orchestra scrit­tu­ra­ta per l’occasione si rifiu­ta­ro­no, in un pri­mo momen­to, di suo­na­re le pro­prie par­ti, con­vin­ti che Zap­pa fos­se solo una spe­cie di roc­ker luna­ti­co. Vice­ver­sa, rischiò di esse­re cac­cia­to via dal suo pri­mo e sto­ri­co grup­po, le Mothers of Inven­tion, per­ché era l’unico a non fare uso di dro­ghe – cala­te­vi nel con­te­sto: Cali­for­nia, fine anni ’60, musi­ci­sti freak. I rap­por­ti con­flit­tua­li con i musi­ci­sti saran­no in effet­ti una cifra costan­te di tut­ta la sua car­rie­ra, a cau­sa del­la voca­zio­ne auto­ri­ta­ria, qua­si tiran­ni­ca, da diret­to­re d’orchestra più che da front­man: mania­co per­fe­zio­ni­sta, fati­ca­va a tro­va­re stru­men­ti­sti capa­ci di suo­na­re la sua musi­ca (che è piut­to­sto com­pli­ca­ta) esat­ta­men­te come la vole­va lui; odia­va i pro­ta­go­ni­smi e le note fuo­ri posto. Per que­sto, poi, negli anni ’80 uti­liz­zò entu­sia­sti­ca­men­te il syn­cla­vier, una spe­cie di sin­te­tiz­za­to­re a cui final­men­te pote­va coman­da­re cosa fare e come far­lo, sen­za sco­mo­de inter­fe­ren­ze umane.

Nel­la vastis­si­ma disco­gra­fia di Frank Zap­pa (62 album rila­scia­ti in vita e 34 postu­mi) si tro­va di tut­to: dal freak rock psi­che­de­li­co del­le ori­gi­ni fino all’elettronica spe­ri­men­ta­le, pas­san­do per la con­tem­po­ra­nea orche­stra­le e il rumo­ri­smo in sti­le John Cage. E soprat­tut­to si tro­va onni­pre­sen­te l’umorismo, sia nei testi che nel­le musi­che, tal­vol­ta dal lato del­la sati­ra, più spes­so da quel­lo del non­sen­so. A cer­ca­re di cata­lo­ga­re una simi­le pro­du­zio­ne si rischia di fram­men­tar­la, per­den­do di vista la pro­fon­da uni­tà idea­le sot­to­stan­te. Biso­gna innan­zi­tut­to pren­de­re atto del­la con­ce­zio­ne for­te e pie­na­men­te “con­tem­po­ra­nea” che Zap­pa ave­va dell’opera d’arte: atto insin­da­ca­bi­le dell’individualità crea­tri­ce, tut­to ciò che rien­tri in una cor­ni­ce con­ven­zio­na­le può esse­re arte, e così tut­to può esse­re musi­ca. Ecco com’è pos­si­bi­le coniu­ga­re l’estrema serie­tà del com­po­si­to­re clas­si­co con la comi­ci­tà, il dadai­smo, il rumo­ri­smo, il rock, il jazz – e qual­sia­si altra cosa.

Mai toc­ca­to da un pie­no suc­ces­so com­mer­cia­le, Zap­pa ha attra­ver­sa­to come da die­tro le quin­te i decen­ni d’oro del­la musi­ca leg­ge­ra occi­den­ta­le. Il suo più visto­so con­tri­bu­to sta nel­la cari­ca eman­ci­pa­to­ria del­la sua irri­ve­ren­za musi­ca­le, ma c’è mol­to altro: chi­tar­ri­sta bril­lan­te, assi­duo spe­ri­men­ta­to­re, è sta­to pio­nie­re del­la psi­che­de­lia, del­la fusion e dell’elettronica, non­ché del­le tec­ni­che di regi­stra­zio­ne e di edi­ting più avan­za­te: face­va un uso mas­sic­cio di sovra-inci­sio­ni e sfrut­ta­va appie­no la tec­no­lo­gia mul­ti­trac­cia, per otte­ne­re un “pro­dot­to fini­to” il più vici­no pos­si­bi­le all’idea astrat­ta iniziale.

Ma alla base dell’intera espe­rien­za arti­sti­ca di Zap­pa, non solo musi­ca­le, si tro­va un siste­ma di pen­sie­ro luci­do e coe­ren­te, che abbrac­cia e inter­pre­ta in modo ori­gi­na­le l’intero qua­dro del­la socie­tà con­tem­po­ra­nea. Per que­sto non solo è ridut­ti­vo defi­nir­lo “com­po­si­to­re”, ma pure, più gene­ri­ca­men­te, “arti­sta”. Fu sem­pre un fie­ro avver­sa­rio del­le isti­tu­zio­ni cul­tu­ra­li ege­mo­ni­che, dal­la scuo­la alla reli­gio­ne orga­niz­za­ta, dal­la radio alla tele­vi­sio­ne; nemi­co di ogni dog­ma­ti­smo e cen­su­ra, vio­len­to cri­ti­co del costu­me, del con­for­mi­smo e del con­su­mi­smo dei pro­pri con­na­zio­na­li. Per que­sto, per­so­nag­gio sem­pre “sco­mo­do”: cele­bre il suo duro inter­ven­to al sena­to ame­ri­ca­no, nel 1985, con­tro la PMRC di Tip­per Gore (moglie di Al), che spin­ge­va per l’apposizione del famo­so bol­li­no “Paren­tal advi­so­ry” sui dischi che aves­se­ro con­te­nu­ti “espli­ci­ti”.

In defi­ni­ti­va, Zap­pa rap­pre­sen­ta la figu­ra di un intel­let­tua­le esem­pla­re: vota­to all’indipendenza, mai dispo­sto al com­pro­mes­so, mai schia­vo del pub­bli­co e del mer­ca­to, sem­pre libe­ro, auto­no­mo e spre­giu­di­ca­to. Ma ad un’individualità così spic­ca­ta fa da con­tral­ta­re anche un’umiltà che non va dimen­ti­ca­ta: la si vede nell’ostilità a qual­sia­si for­ma di divi­smo e, da ulti­mo, nel­la volon­tà di non far segna­la­re da alcu­na lapi­de la pro­pria sepoltura.

A vent’anni dal­la mor­te, la sua lezio­ne è quan­to mai viva.

Seb­stian Bendinelli

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